Il fascino di Paolo Sorrentino verso le cosiddette "stanze del potere" sta diventando antologico. E così dopo aver immaginato ed esplorato l'intimità e il privato di capi di Stato e di Papi, con "La Grazia" il suo sguardo finisce dentro il palazzo e le stanze di un Presidente della Repubblica. Di un nostro ipotetico Presidente della Repubblica. Il suo nome è Mariano De Santis, per gli amici Cemento Armato, perché è un uomo tutto d'un pezzo, un (ex) giurista inamovibile, intelligente, democristiano.
Lo troviamo in prossimità del suo semestre bianco, ad un passo dal termine del suo settennato. Con la testa a una libertà (prossima) che dice non veder l'ora di abbracciare, ma che in realtà lo spaventa, anche: perché alla sua età essere liberi non è come esserlo in gioventù. E poi c'è questa ossessione dalla quale non riesce a sfilarsi, che lo adombra, che gli fa perdere il controllo: il tradimento di una moglie, ormai passata a miglior vita, che non gli ha mai confessato il nome di chi è riuscita a conquistarla. E una figlia, Dorotea, giurista come lui, che lo tartassa, perché lo conosce benissimo e sa perfettamente che sta temporeggiando in merito a una legge sull'eutanasia che non vuole prendersi la responsabilità di firmare. Arrivata, peraltro, insieme a due richieste di grazia che vedono proprio un uomo e una donna colpevoli di aver ucciso i loro rispettivi partner, in maniera diversa, ma forse in entrambi i casi con lo scopo di guarirli dalla malattia insostenibile, da cui erano affetti. E Mariano in mezzo a questo caos di dubbi e di incertezze (e di rischi), fa ciò che gli riesce meglio e che gli ha permesso di superare a testa alta ben sei crisi di Governo, ovvero prende tempo, si aggrappa alla burocrazia del nostro paese - che è utile per evitare di non prendere decisioni affrettate - con Dorotea che lo vorrebbe più aperto verso il futuro e meno aggrappato a un passato che, ricordi a parte, sarebbe opportuno lasciare andare. In tutti i sensi.
Sorrentiniano fino al midollo, "La Grazia" allora riprende tanti, tantissimi dei temi (e delle ossessioni) cari al suo autore, lo fa però raccontando una storia che non è mai specchio delle altre, casomai estensione. Lo aveva anticipato Sorrentino che questa sarebbe stata una storia d'amore e, in sostanza, lo è veramente, pure se l'amore di Mariano non c'è più e se la sua voglia di innamorarsi di nuovo è chiusa a chiave e scacciata via dai pensieri come fosse un proposito infantile. L'amore resta, tuttavia, e resta nelle vesti di un padre (e di un politico) che non può non rendersi conto dei messaggi che gli sta inviando sua figlia, degli sguardi e delle domande - "Di chi sono i nostri giorni?" - con cui lo interroga e, spesso, si inalbera con lui. Un amore che, è possibile, abbia influito e sollecitato all'azione persino i due assassini isolati in prigione, in attesa di comprendere quale sarà il loro destino.
Un destino che Mariano potrebbe tranquillamente ignorare e lasciare a chi verrà dopo di lui, così come per quella legge che, se approvata, lo farebbe passare come un assassino e, se respinta, come un torturatore. La verità, dunque, anzi, la verità assoluta, come piace dire a lui, è che il mondo che ha davanti oggi, non è più quello di ieri. Fatica a leggerlo, a capirlo, a sostenerne il peso, a metterlo sotto la lente del diritto che ha scritto - in oltre 2000 pagine - e che lo ha aiutato sempre a fare le scelte giuste, a valutarne le conseguenze, le ambiguità. In equilibrio tra paura - di sbagliare - e coraggio - che non ha mai avuto - Sorrentino, quindi, sceglie di accompagnare il suo personaggio verso la via della fede. Quella che bisogna avere, e che abbiamo il diritto, appunto, di preservare, nei confronti dei (nostri) figli che - come dice Dorotea al padre - faranno meglio (in politica, nel sociale, in generale), perché hanno osservato da vicino gli errori (gravi) commessi dai genitori. Quei figli che per Mariano sembrano ancora dei sconosciuti, a volte, ma che viceversa sanno afferrare il loro padre alla stessa velocità con cui lui pensa di sfuggirgli.
Umanità, passione (e vocazione), sentimenti.
Sono ingredienti che permettono a "La Grazia" di farci commuovere, rimanendo incantati da quei sorrentinismi che, persino nell'eccesso, ogni tanto, non smettono mai di funzionare e di regalare bellezza, emozioni, risate (e neanche poche se consideriamo l'esplosività della Coco Valori, affidata a una straripante Milvia Marigliano). Per una pellicola che attraverso una scrittura di cemento - per rimanere in tema - e una regia inappuntabile, trova nelle interpretazioni - magistrali tutte, non solo Toni Servillo - dei suoi attori la strada migliore per conquistare e sciogliere.
Sono ingredienti che permettono a "La Grazia" di farci commuovere, rimanendo incantati da quei sorrentinismi che, persino nell'eccesso, ogni tanto, non smettono mai di funzionare e di regalare bellezza, emozioni, risate (e neanche poche se consideriamo l'esplosività della Coco Valori, affidata a una straripante Milvia Marigliano). Per una pellicola che attraverso una scrittura di cemento - per rimanere in tema - e una regia inappuntabile, trova nelle interpretazioni - magistrali tutte, non solo Toni Servillo - dei suoi attori la strada migliore per conquistare e sciogliere.
Trailer:


Commenti
Posta un commento