La realizzazione di "Disclosure Day" per Steven Spielberg è come un cerchio che si chiude, è il pezzo mancante, l'ultimo anello della catena. Non a caso è sua la storia - il soggetto, l'idea - da cui poi David Koepp ha tirato fuori la sceneggiatura, il copione. Perché per un regista che degli alieni e della fantascienza è diventato il simbolo, il padre, raccontare - immaginare - il momento della loro rivelazione all'intera umanità rappresentava un po' la catarsi perfetta, quell'appuntamento da non lasciarsi sfuggire.
Almeno in teoria.
Almeno in teoria.
Per quanto riguarda la pratica, la situazione è un pizzico più complessa, nel senso che c'è subito qualcosa che non torna, qualcosa che scricchiola e che non c'entra nulla con il credere o meno nella presenza di altre creature nel nostro mondo. La vera notizia, in realtà, è che per la prima volta Spielberg sembra girare con la mano sinistra, piegarsi - tanto? poco? - alla tendenza di un'industria che si accontenta di materiale - scritto e impostato - in maniera dozzinale, che tanto poi il pubblico si beve tutto e chi se ne frega. Perché io posso anche passar sopra al fatto che gli alieni non amino palesarsi altrove, se non in America, e che quindi non ci sia nulla di classificato e di "conosciuto" al di là di quei confini, però faccio fatica, di fronte a un film di Spielberg, ad accettare che un protagonista possa strisciare dietro una numerosissima squadra di agenti speciali scelti, nascondersi a un palmo di mano da loro, senza che questi voltino il capo, sentano i rumori (che noi sentiamo perfettamente) o si accorgano di lui. E queste parentesi, questi episodi "pigri" e discutibili non possono che andare a ridimensionare "Disclosure Day", il quale - vai a capire se per mano di Koepp o volontà di Spielberg - compie scelte piuttosto estreme da somigliare quasi a un fantasy, a tratti: e mi riferisco, nello specifico, a come il personaggio di Colin Firth somigli a quello di un mago oscuro e quello di Emily Blunt, almeno per buona metà, alla sua controparte.
Eppure, preso nei suoi intenti, in ciò che sulla carta il film vorrebbe fare, non c'è nulla che non fila, che non regga in termini cinematografici. Il cuore della pellicola, infatti, è quello che funziona meglio, che ha senso, e che forse, al netto della sua esecuzione, finisce per limitare i danni. Perché riflettere su come noi reagiremmo se, dall'oggi al domani, venissimo a sapere dell'esistenza certa di forme di vita superiori in questo universo, su come ciò potrebbe impattare e rimettere in discussione le nostre certezze - la nostra fede, Dio - e, quindi, chiedersi se tale verità possa essere davvero più dannosa che straordinaria, è un discorso interessante, intrigante: Siamo pronti? Saremmo mai pronti? Abbiamo davvero bisogno di qualcuno che decida per noi, che ci protegga da rivelazioni che non sapremmo come gestire? Ma proprio per questo, e a maggior ragione, un'opera del genere meritava un'esecuzione più lucida, intensa, meno incline a soluzioni inverosimili, a scene d'azione raffazzonate e a quei cali di ritmo che spesso rischiano di trascinare lo spettatore nei meandri della noia. Insomma, un prodotto all'altezza dell'immenso nome - e dell'immenso cinema - di colui che lo ha firmato.
Qualcosa non ha funzionato, invece. Capita. Certo, se capita a Spielberg - che, forse, voleva solo ricordarci che è umano pure lui, e non un alieno come, magari, qualcuno poteva pensare - fa sicuramente più rumore. Un rumore che a noi non piace ascoltare, che fa più male, perché è quello di una normalità e di una sufficienza che a lui non appartiene.
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