Dalla proiezione di "Scary Movie" - che per me è "Scary Movie 6", ma vabbè - io sono uscito con una marea di dubbi.
Il primo - il più facile - è stato: "Ma perché sentivo questo strano bisogno di doverlo vedere?". La risposta me la sono data da solo, ed era la nostalgia. Balorda nostalgia, direbbe qualcuno, e vagli a dare torto. Un altro dubbio, invece, era legato al fatto se avesse ancora senso, oggi, realizzare un prodotto cosi demenziale (che sia basato o meno sulle parodie dei film horror di maggior successo degli ultimi anni, è marginale), una specie di meme cinematografico che arriva, però, in un momento storico dove il meme è costante, quotidiano, in overdose. Del resto sono passati tredici anni dall'ultimo "Scary Movie", il che significa praticamente una vita, un'era, anzi, se consideriamo com'è profondamente cambiato il (nostro) mondo. E poi c'è l'ultimo dubbio, il più importante, forse, che riguarda il me adulto, che probabilmente non si diverte più così tanto a ridere di ciò che trovava spassosissimo quando era un adolescente (e meno male).
Poste queste premesse, non c'è bisogno di un chiromante per comprendere che a me di questo "Scary Movie (6)", così com'è stato realizzato, non è piaciuto niente. Eppure, paradossalmente, di argomenti, film, ossessioni e nevrosi da trattare, in tutto questo tempo, se ne erano accumulate parecchie. Il che rappresentava materiale preziosissimo per una saga che, vuoi o non vuoi, ha sempre basato su questo tipo di input la sua energia, l'ironia, il successo. Tant'è che il cambiamento americano recente - quello trumpiano, quello repubblicano-razzista, infastidito e stanco della cultura woke (che limita la libertà d'espressione, ma pure di offesa e violenza) e delle battaglie delle nuove generazioni che vogliono l'asterisco alla fine delle parole, l'inclusione e un'attenzione che troppo raramente gli viene concessa - in questo sesto capitolo è un fattore centralissimo e, forse, anche l'unica linea retta e coerente di un prodotto che somiglia a un mostro di Frankenstein: senza né capo e né coda, tenuto in piedi con lo scotch. Non c'è storia, non c'è trama e non c'è nemmeno la voglia di provarci a raffazzonarne una, per i Wayans - che ritornano al timone della saga (non senza rancori), dopo che erano stati fatti fuori nel 2003 - l'unica cosa che conta è il cazzeggio, quello (pre)adolescenziale, infantile, fatto di sesso e di canne, meglio ancora se a braccetto.
Il problema è che non si ride quasi mai.
Tolte un paio di scene, l'impressione è quella di (ri)vedere uno spettacolo datato, invecchiato male. Una comicità stantia, rimasta chiusa in soffitta per un decennio e poi rispolverata al volo per mostrarla a dei vecchi amici che non si vedevano da tanto tempo. Amici che nel frattempo sono andati avanti, sono cresciuti e, presumibilmente, si sono adattati al passo del presente, cambiando profondamente i loro standard del passato. Pensare di potersela cavare, allora, con qualche presa in giro dozzinale, qualche gag, o qualche battuta meta-cinematografica messa qui e là, è fin troppo ingenuo (e triste), così come lo è il riaggrapparsi a tormentoni storici - diventati meme, peraltro - nella speranza di riuscire così a salvare capra e cavoli. Senza considerare, peraltro, (o prendendo spunto dal) la (spietata) concorrenza da cui bisogna difendersi e distinguersi, quando si sceglie di intraprendere (o riprendere) il mestiere di scimmiottare e schernire: un business che gli smartphone hanno praticamente elevato e aperto a chiunque.
Ma questo, sia chiaro, è il mio punto di vista.
Soggettivo, forse. E quindi incapace di immaginare come le nuove generazioni - quelle a cui questo "Scary Movie (6)" credo punti - potranno reagire di fronte a un fenomeno che venticinque anni fa aveva conosciuto il suo apice, il suo momento d'oro. E che, magari, come la storia (recente) insegna ora potrebbe tornare a farsi largo, ribaltando i pronostici (sulla carta fallimentari).
Trailer:


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