Supergirl - La Recensione

Supergirl Milly Alcock


L'avevamo intravista di sfuggita nel "Superman" di James Gunn, all'incirca un anno fa, consapevoli che non sarebbe stata solo una di passaggio. Lì, veniva presentata come la cugina indisciplinata di Clark Kent / Kal El e, quindi, come Supergirl, una sorta di scheggia impazzita che, semplicemente, era impegnata a divertirsi, senza pensare troppo alle sorti del mondo e alle cosiddette responsabilità che dovrebbero derivare dai grandi poteri (d'altronde Zio Ben non è suo zio!).

A Kara (questo il suo nome), si capiva, piaceva fare baldoria, partecipare a feste, ubriacarsi, legando a malapena con un cugino (e con l'umanità in generale) a cui al massimo lasciava il cagnolino Krypto per non avere intralci. Cagnolino Krypto che, tuttavia, è anche l'ultimo baluardo di ciò che realmente lei considera famiglia (poi capiremo perché) e che, adesso, nel suo film stand-alone, diventa il motore che la spinge a mettere un po' la testa a posto, dopo che il villain di turno - Krem - glie lo avvelena, prima di scappare chissà dove e costringerla a corrergli dietro per recuperare l'antidoto. Un viaggio che affronterà in compagnia di una ragazzina alla quale Krem ha sterminato l'intera famiglia, alla ricerca di un aiuto per avere vendetta, obiettivo che, forse, Kara e i suoi poteri possono aiutare a concretizzare. Insomma, non ci vuole molto affinché questo "Supergirl" cominci a ricordare vagamente - almeno al sottoscritto - le famose quests tipiche del franchise Mandalorian e Grogu: con pianeti visitati, abitanti stranissimi (che spesso sputano quando parlano, quando combattono e quando possono, praticamente) e inseguimenti su navicelle spaziali utili ad avvicinarsi sempre più all'obiettivo e al traguardo. Il resto - la trama - somiglia molto a un'ordinaria amministrazione, con alcuni passaggi abbastanza prevedibili e le solite baracconate, ormai tipiche di questi prodotti.

Non è il mio cinema, direbbe qualcuno.
Eppure è il cinema che va di moda e che - staremo a vedere - funziona meglio in sala. Una scelta che premia lo spettacolo - perlomeno un certo tipo di spettacolo - ma che, per esempio, limita (il coinvolgimento? e) l'approfondimento di un personaggio (del suo carattere, diciamo) - Kara - che avrebbe potuto fornire spunti assai maggiori (e irresistibili), grazie a quella vena scoppiettante e punk-rock che la contraddistingue e che si porta costantemente dietro. Mi riferisco, in particolare, a quello che anni fa, grossomodo, vedemmo nel primo "Iron Man", quando il carisma di Robert Downey Jr. esplodeva sul grande schermo, catalizzando l'attenzione su Tony Stark e sul suo modo di essere, di muoversi nel mondo che lo circondava. Un'operazione che, secondo me, con "Supergirl" e soprattutto con un'attrice come Milly Alcock - a cui certe espressioni e certi atteggiamenti vengono naturalissimi - si sarebbe potuta replicare a pennello (era quello il modello da prendere come riferimento, probabilmente) e a testimoniarlo sono quei momenti - rari - in cui qui la vediamo fregarsene di tutto e di tutti e agire in modo scriteriato, ma sincero e d'istinto.

Il restyling DC dettato dal marchio di James Gunn e affidato, stavolta, alla regia di Craig Gillespie - su sceneggiatura di Ana Nogueira - prosegue, allora, ma la sensazione è che debba già fare i conti con degli ostacoli che rischiano di non distaccarlo troppo dal precedente esperimento, ormai archiviato e (quasi) dimenticato, inaugurato da Zack Snyder. Le frenate, i dubbi e gli alti e i bassi non paiono un ricordo e la curiosità, a questo punto, sarà osservare come il fenomeno "Supergirl" si abbatterà sul box office e sul giudizio del pubblico (non solo in Italia), determinante (?) per confermare o ribaltare eventuali idee e progetti.

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