Odissea - La Recensione

Odissea, Matt Damon

La memoria, il tempo, il conflitto interiore, il viaggio.
A rifletterci, dentro l'Odissea di Omero è contenuta l'intera filmografia di Christopher Nolan, le ossessioni che muovono il suo cinema, il fascino della scoperta, della sfida, la contraddizione dell'essere umano. Elementi da tessere come un'enorme tela - di Penelope? - sulla quale poi andare a lavorare per dar vita a qualcosa di più grande, di spettacolare, di epico.

Del resto, epica è per eccellenza l'opera di Omero e, forse, la difficoltà maggiore che Nolan doveva stare attento ad evitare era quella di non riuscire a intercettarla, di sgonfiarla magari, scivolando sulla stessa buccia di banana di chi, prima di lui, aveva provato a mettere in piedi un'impalcatura simile, cedendo al fascino, però, dell'americanata. Americanata che, per certi versi, è pure la sua "Odissea", sebbene cerchi di camuffarsi a Cavallo di Troia, pronta quindi a giustificare - o a ignorare - le sue pecche e i suoi vizi, pur di continuare a darsi un tono, ad alzare la voce. E complessivamente la struttura regge, nel senso che durante la visione di rado si esce fuori dalla storia, la credibilità viene meno - con qualche riserva - o si esagera a tal punto da riuscire a rievocare gli imbarazzi di quel famoso "Troy" che in parecchi temevamo di rivedere come un vecchio fantasma. Per fortuna ciò non accade, per fortuna Nolan è più sveglio, esperto, furbo abbastanza da non ripetere gli errori compiuti dagli altri. Al massimo, infatti, lui preferisce ripetere i suoi di errori, che per alcuni, gli affezionati, ormai son diventati quasi dei vezzi, cifre stilistiche, firme d'autore utili a rendere l'opera autentica.

E, allora, le criticità restano le stesse, prendere o lasciare.
Chiaramente il discorso è soggettivo e lungi da me renderlo universale, ma per quanto mi riguarda se "Odissea" fatica a camminare sulle sue gambe, e ad ingranare la marcia impiega circa un'oretta (buona), è per via di un manierismo - chiamiamolo cosi - al quale Nolan proprio non ce la fa a rinunciare. La solennità con cui annaffia (affoga?) ogni scena, ogni dialogo, la musica in sottofondo che inserisce per rimarcare la crucialità di ogni singolo istante, fanno sì che la pellicola rischi di somigliare a un gigantesco trailer infinito, incapace di respirare e di riprendere fiato. Tutto è maestoso, tutto è esagerato, strabordante. E questo atteggiamento non aiuta la narrazione, il ritmo, piuttosto ostacola l'entrata dello spettatore dentro al suo flusso, tenendolo a distanza e ridimensionandolo a mero osservatore. Più che una svista, quindi, un abitudine del regista, del suo cinema, che di conseguenza mantiene intatta la sua tendenza a risultare freddo ed emotivamente poco coinvolgente.

Il paradosso è che, in teoria, non ci sono errori evidenti.
Al netto di qualche revisionismo storico e di qualche licenza poetica (evitabile, ma sorvolabile), sulla carta il film funziona. Non tradisce eccessivamente lo scritto originale, anzi, lo adatta facendo del suo meglio: persino nell'intuizione di focalizzarsi su dei personaggi in particolare, a discapito di altri (come tutta la parentesi tra la Calipso di Charlize Theron e l'Ulisse di Matt Damon, che personalmente avrei preferito diventasse ancor più centrale). Solo che Nolan non è James Cameron, anche se sta provando a prendere il suo trono da quando l'ha visto fare armi e bagagli e trasferirsi in pianta stabile su Pandora. L'epicità che realizza, che gli interessa, (e che sa gestire?) è per lo più tecnica, visiva, e finché non riuscirà a trovare la chiave per rompere la barriera di ghiaccio che gli permetterà di scaldare anche i (nostri) cuori, difficilmente potrà ambire al trono e rimpiazzare il Maestro.

Sta di fatto che nel finale - nell'ultima ora - "Odissea" riscatta molti dei suoi alti e bassi.
E non tanto per via di una vendetta - di un ritorno a casa - che era impossibile da steccare - per catarsi, azione, riscatto - da ridimensionare, quanto per un "dopo" dove Nolan si lancia in un colpo di coda piuttosto spiazzante. Quel dico, non dico in cui l'Ulisse di Damon fa mea culpa e decide di partire per espiare i suoi sensi di colpa, le responsabilità (gravissime) che lo tormentano. Ma nelle parole che dice, nel tradimento agli Dei di cui parla e tra le ombre del mondo a cui fa riferimento, è possibile intravedere la sagoma delle guerre, dei genocidi e dei crimini che fanno parte del nostro presente. Con la sola differenza che qui, il mea culpa dei responsabili e la speranza di un luminoso futuro appaiono molto, molto lontani.

Trailer:

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