Non vedevo un incipit così affascinante e così coinvolgente da non ricordo nemmeno quanto. Merito di un Sam Rockwell mattatore che, conciato come potremmo immaginare un barbone del futuro, fa irruzione in una tavola calda, minacciando di farsi saltare in aria se nessuno dei presenti gli presta attenzione e accetta di andare in missione (suicida?) con lui. L'obiettivo è salvare la specie umana. Da cosa? Dalla tecnologia. Perché in effetti, barbone o meno, quel pazzo che tutti fissano - chi con disinteresse, chi con terrore, chi con diffidenza - dal futuro ci viene davvero - o perlomeno, questo dice - e tra cervelli fritti da smartphone, prompt e automatismi, sembra che la situazione da quelle parti sia praticamente fottuta.
Sulla carta niente di nuovo, allora, ma "Good Luck, Have Fun, Don't Die" lo sa benissimo e mette da solo le mani avanti. Lo fa attraverso le innumerevoli citazioni che, senza nascondersi, prende in prestito per costruire la sua trama, i suoi risvolti, i suoi flashback, per i quali saccheggia opere di fantascienza come "Terminator", "Matrix", "La Notte Dei Morti Viventi" e, perché no, anche "Toy Story" e "Ready Player One". Un miscuglio fuori di testa per un film che fuori di testa vuole esserlo dall'inizio alla fine, a volte esagerando, addirittura, e rischiando di strabordare, di appesantire. Eppure sono peccati veniali, di chi si fa prendere la mano dal divertimento e dalla follia e fatica a tenere sotto controllo i freni, all'interno di quella che rapidamente si trasforma in una (rin)corsa contro il tempo per raggiungere la casa di questo fantomatico bambino di nove anni che sta progettando una specie di intelligenza artificiale perfetta che finirà per sovrascrivere (e sostituire) il mondo come abbiamo imparato a conoscerlo. Un mondo che già quando il personaggio di Rockwell irrompe, per evitare la catastrofe del suo, è già abbastanza distorto, degradato, da mani nei capelli. Con insegnanti vittime dei propri alunni che non intendono starli a sentire perché ipnotizzati dagli schermi e multinazionali tecnologiche che, in collaborazione col Governo, sono autorizzate a realizzare "cloni" di adolescenti, uccisi nelle oramai ordinarie sparatorie scolastiche: e queste repliche hanno la caratteristica di avere adv incorporate, oltre a generare terribili conseguenze sulla stabilità mentale dei genitori.
C'è tanta carne al fuoco, tanta libertà, tante intuizioni satiriche ed irresistibili in "Good Luck, Have Fun, Don't Die" che, al netto dei suoi difetti, o difettucci (fate voi), riesce a staccarsi dall'omologazione e dai standard che ultimamente girano attorno all'industria cinematografica e a portare qualcosa di diverso, di interessante. Sia dal punto di vista visivo che degli argomenti. La lotta contro le macchine, contro un futuro che si fa sempre più imprevedibile, spaventoso e difficile, è un dato di fatto, e la sceneggiatura di Matthew Robinson, diretta con grande sobrietà ed esperienza da Gore Verbinski, per quanto abbia l'intento principe d'intrattenere e di strappare (più di) qualche risata, (ci) getta in (un) mare (di) critiche, verità innegabili e interrogativi (etici) sui quali sarebbe il caso di riflettere e meditare attentamente. Magari, dopo aver fatto i conti coi nostri sensi di colpa, sollecitati e presi di mira a ripetizione da una missione di cui sappiamo di essere responsabili.
Una missione che è la nostra, in pratica (o dovrebbe diventarlo).
Che dovremmo cominciare a considerare come urgente, prima che ci sfugga totalmente di mano e che sia tardi. Altrimenti rischieremo di spalancare le porte a un futuro post-apocalittico, in cui qualcuno sarà costretto a viaggiare indietro nel tempo centinaia di volte, nel tentativo di modificare a tentoni un passato, forse, già insanabile.
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