Hokum - La Recensione


Qualche mese fa, proprio su queste pagine, parlammo (benissimo) di un horror intitolato "Oddity". 
A realizzarlo era stato un certo Damian McCarthy - sconosciuto allora e, probabilmente, sconosciuto tutt'ora - che, con pochissimi soldi a disposizione (era palese), aveva messo in piedi una storia bellissima, tesissima e assai spaventosa, capace di mangiare in testa e dare una lezione di cinema a un sacco di concorrenza. Un talento cristallino, il suo, del quale deve essersi accorto - grazie al cielo - anche qualcuno di più importante, che non ha perso tempo, evidentemente, affidandogli un progetto che, salvo sorprese, dovrebbe permettergli di compiere il grande salto (che si merita).

Perché, a pensarci bene, "Hokum" è l'opportunità perfetta per un autore emergente che punta a farsi conoscere da una larga fetta di pubblico. Un progetto in cui c'è libertà artistica, dotato di un budget (non altissimo, eppure) consistente e un protagonista - Adam Scott - che non è certo l'ultimo arrivato (i fan di "Scissione" saranno pregati di confermare). E poi si vede da subito che McCarthy è stabilissimo al timone, che non è li a fare il secondo pilota, o la marionetta, con una produzione pronta a tenerlo al guinzaglio e a intralciarlo. Chi ha visto i suoi precedenti lavori lo capirà più in fretta degli altri, chi non li ha visti - e speriamo li recuperi - ci arriverà per intuito, per accumulo di indizi, non potendo trascurare l'attaccamento a certe radici, quelle irlandesi da cui proviene, e dalle quali è solito prendere ispirazione, lasciarsi ispirare dal folklore. C'è un libro che lo dichiara chiaro e tondo, del resto, all'interno della storia, ed è presente tra le mura dell'hotel situato nel bel mezzo della campagna silenziosa e isolata: quello dove Ohm Bauman - scrittore in crisi, e con dei giganteschi demoni interiori da tenere a bada - decide di passare qualche giorno per risanare la sua vena creativa (di stampo pessimista) e spargere le ceneri dei suoi genitori, che in quel posto passarono la loro luna di miele: in una stanza che, però, non è più agibile da anni, perché abitata, secondo alcuni, da strane presenze dalle quali è meglio restare alla larga.

Ogni riferimento alla camera 237, o alla stanza 1408, figli della mente di Stephen King non è puramente casuale, forse, sebbene McCarthy, che uno sprovveduto non è, ne approfitta solo per prendere spunto, mai per fare un ricalco. Il suo "Hokum" non vuole diventare un surrogato, copiare in maniera sputata ciò che il pubblico, magari, già conosce, o si aspetta di vedere. Piuttosto, spinge forte il pedale sulle stranezze legate alle radici da cui proviene, attraverso le quali costruisce un gioco - persino ironico, a tratti - fatto di labirinti, di caccia alle streghe, misteri e intrighi da risolvere. Un gioco che non intende appoggiarsi unicamente allo spavento - che c'è, e molto spesso è pure da pelle d'oca - o all'originalità dello stesso - per dire, il jump scare è ammesso e mai fastidioso, in quanto funzionale - perché ponderato per andare a imbastire un discorso più ampio, legato all'infanzia e ai suoi traumi (tragicissimi), spesso complessi da superare e capaci di condizionare il nostro (non) vivere, pensare, agire.

Il personaggio di Ohm è decisamente più articolato dello stronzo che finge di essere, e ce ne rendiamo conto quando fa quello che fa, nonostante la boria e la misantropia ostentata fino a un secondo prima. La prigionia che gli spetta - che si merita? - nella stanza maledetta(?) è una sorta di rito di passaggio, per lui, forse rimandato troppo spesso, ma che deve affrontare a prescindere dalle motivazione che realmente lo portano lì. Deve decidere se salvare sé stesso (perdonarsi) oppure no, e non dai mostri (veri? immaginati?) dell'albergo che nel frattempo lo rincorrono e lo bramano, bensì da quelli che sono chiusi dentro di lui, dentro al suo corpo, nella sua testa. Perché tra le tante cose che "Hokum" è, e con le quali sceglie di mascherarsi, c'è pure il thriller psicologico, che arricchisce (non poco) e da spessore a una storia, magari, semplice nella sua complessità, ma con il pregio di saper compiere il suo (lineare) dovere, rimanendo impressa nella memoria. Così come la bravura di un autore (nuovo) di cui continueremo - senza dubbio - a sentir parlare.

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