Lo stupore con il quale avevamo accolto "Toy Story 4" è un vago ricordo, rispetto alla naturalezza - indifferenza? - con la quale abbiamo appreso la notizia dell'uscita di "Toy Story 5". Non sono bastate, a quanto pare, le dichiarazioni di Quentin Tarantino apparse sul web, in passato e recentemente: quelle in cui affermava, a grandi linee, che per lui, dopo "Toy Story 3" non c'era nessun'altra storia da raccontare. L'appeal dei sequel - e lo dicono i numeri - è un dato di fatto, funzionano alla grande al botteghino, il pubblico li vuole e, se sei un'industria, non puoi permetterti di ignorare la cosa.
E, allora, eccoci qui, a parlare ancora una volta di Woody e Buzz, a trentun anni di distanza: dettaglio non sufficiente, secondo me, per disegnare una chierica sui capelli di Woody, ma vabbè. Sebbene, in questa nuova uscita, a rubare a entrambi la scena è Jesse la cowgirl, diventata il giocattolo preferito di Bonnie e, improvvisamente, sostituita da un tablet per bambini che ribalta le regole del gioco - e del giocare - assai più di quanto fece Buzz Lightyear quando mise piede per la prima volta nella camera di Andy. E, forse, questo è lo spunto più interessante di "Toy Story 5", quello che addirittura poteva dargli senso di esistere, di ampliare il suo universo, aspettative altissime. Perché, a onor del vero, c'è una diatriba infinita legata ai bambini e un'educazione che ormai li vede sempre più ipnotizzati da schermi luminosi e meno incoraggiati a prendere in mano pupazzi, matite, o qualsiasi altra cosa possa in qualche modo aiutarli a sviluppare e ad accrescere la loro creatività. Ed è in questa zona grigia che Andrew Stanton e McKenna Harris intendono infilarsi, provare a rispondere e dire la loro, ricalcando un po' gli scenari e le dinamiche del capostipite (con Woody e Buzz che tornato a farsi i dispetti e ad aggrapparsi alle auto e ai camion in corsa), ma aggiornandoli e piegandoli alla contemporaneità.
Il risultato è un prodotto che non riesce a toccare i picchi storici, a volare alto come uno Space Ranger, evitando però anche il pericolo di una caduta, con o senza stile che sia. Potremmo dire che l'obiettivo in questo caso è quello di rimanere in orbita, di non rovinare il sacro mito del brand, pur dovendolo continuare a sfruttare e chiamare in causa (per forze maggiori). Una scommessa a ribasso, eppure una scommessa vinta, insomma, che bene o male regala un paio d'ore scarse di medio intrattenimento, trovando la quadra sul quesito tecnologia sì, tecnologia no, attraverso il classico colpo al cerchio e colpo alla botte. Esito che, inevitabilmente, chiama l'interrogativo: era lecito pretendere di più? Forse sì, forse dalla Pixar è lecito (ma davvero lo è ancora?) aspettarsi asticelle altissime e, magari, immaginarsi una trama pronta a virare e a strizzare l'occhio agli argomenti che vedremo sviscerare - in maniera più profonda, seria e adulta, ovviamente - dall'imminente sequel di "The Social Network". Ma, forse, ciò avrebbe appesantito e, chissà, penalizzato un film che, invece, vuole palesemente andarsi a prendere le risate e i sorrisi di un target ben preciso, quei bambini, magari accompagnati da genitori nostalgici (i millennials), che considerano Woody e Buzz parte integrante della loro infanzia. Una parte granitica e felice: come poi scopriremo a tempo debito.
Per cui, sì, Tarantino avrà le sue ragioni e le emozioni, i pianti e le vette raggiunte con i capitoli dedicati ad Andy fanno parte del passato, di un passato che, giustamente, qualcuno sceglierà di custodire gelosamente e di chiudere a chiave. Per tutti gli altri, c'è la consapevolezza che ora è tempo di storie più semplici, di pretesti per far sì che quel mito lì continui a esistere e a circolare. Senza esagerare, senza particolari smanie. Fermo restando che un paio di zampate da lacrimuccia, anche questo "Toy Story 5" se le concede, assestandole con precisione.
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