The Invite: Il Piacere è Tutto Nostro - La Recensione


Deve essere destino delle commedie girate interamente dentro una casa, quello di tramutarsi in remake da adattare in tutte le lingue del mondo. Meglio ancora, se caratterizzate da una cena - o un pranzo, se preferite - in cui si comincia a mangiare, a bere e a parlare a ruota libera. Mi vengono in mente - gli esempi più recenti - il francese "Cena Tra Amici", appunto, oppure il nostro "Perfetti Sconosciuti" e, ovviamente, lo spagnolo "Sentimental", da cui avevamo già attinto noi, partorendo il "Vicini Di Casa" di Paolo Costella, ma non ancora il cinema a stelle e strisce, pronto a rimediare di rincorsa col "The Invite: Il Piacere è Tutto Nostro" scritto da Will McCormack e Rashida Jones, e affidato alla regia di un'Olivia Wilde che trova anche il tempo - per fortuna, perché ci sta a pennello - di ritagliarsi un ruolo da co-protagonista.

Per chi non sapesse (ancora) di cosa sto parlando, il canovaccio è quello di una coppia sposata in crisi -Angela e Joe, qui interpretati da Wilde e Seth Rogen - che invita a cena i vicini "molto rumorosi" - i Piña e Hawk di Penelope Cruz e Edward Norton - apparentemente per conoscerli meglio e non apparire troppo scortesi. In realtà, dietro l'invito - che è opera di Angela, per nulla condivisa da Joe, il quale tenta in tutti i modi di mandarlo all'aria - c'è qualcosa di assai più profondo, un piano nascosto, una sorta di curiosità e speranza, da parte della donna, di riuscire a risvegliare un desiderio sessuale assopito da anni e, magari, salvare quel che resta del suo matrimonio (del resto, i suoni emessi dalla coppia che oltrepassano le loro pareti ogni sera, sono inequivocabili). Il come - in teoria - non lo sa neanche lei, di preciso, che per non sbagliare comincia a flirtare e a comportarsi con estrema accondiscendenza con entrambi gli ospiti, mentre il marito reagisce in modo scortese, facendo battute al veleno e masticando lamentele che non gli è permesso di prodigare. Frecciate (e ringhiate) che, Piña e Hawk schivano, o comunque assorbono con grande sportività - spesso eccessiva sportività - ostentando un atteggiamento serafico, ironico e comprensivo - di superiorità? - che nasconde mire verso un progetto assai più ambizioso: quello di invitare Angela e Joe ad accettare uno dei loro scambi di coppia.

Non ci sono grandi differenze, allora, tra il film originale (le sue riproposizioni) e questa nuova versione americana. Di fatto, gli unici contrasti riguardano le sfumature, le caratterizzazioni singolari che, di sicuro, tendono a giocare a favore di un cast omogeneo, in parte e dall'appeal decisamente più prestigioso. La chimica del set e della sperimentazione (e dell'improvvisazione) si sente moltissimo in scena, ed è qualcosa che da spettatore si riesce a percepire, a immaginare, diventando parte integrante dello spettacolo e accarezzando, a tratti, i toni tipici delle rappresentazioni teatrali (ambiente, tra l'altro, evocato per pièce e per inquadrature). Pur non stravolgendo il senso, né tantomeno la direzione della storia da cui prende spunto (ma divertendosi a inserire conversazioni progressiste e argomentazioni di moda), Wilde è brava a revitalizzare il materiale che ha tra le mani puntando sulle interpretazioni, sfruttando le irregolarità e le nevrosi dei suoi personaggi in modo tale da poter creare momenti di tensione, poi contro-bilanciati da altri irresistibili, utili a sdrammatizzare con l'arma della risata.

Il rischio, infatti, era quello di ritrovarsi di fronte a una copia carbone priva di vita, scolorita.
Dove ancora una volta - ma forse qui l'ago della bilancia pende più da un lato - il pubblico veniva lasciato sospeso in merito al futuro - e alle scelte - di Angela e Joe che, forse, per Wilde, tendono a virare maggiormente in una direzione di morte e di rinascita sentimentale. Una seconda vita che sa di romanticismo, di possibilità legata ai (bei) ricordi, alla condivisione, elementi che possono purificare e allontanare quei rancori e quella rabbia, spesso responsabili di silenzi, freddezze e fratture.

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