Quello di "Silent Friend" è un piccolo caso cinematografico.
Un caso cinematografico che nasce da lontano, dal Festival di Venezia dello scorso anno - edizione 2025 - dove voci di corridoio affermano che, posizionato verso la fine della kermesse e nel tardo pomeriggio, fu snobbato da alcuni critici e giornalisti - sai com'è, la stanchezza può esser peggio delle Sirene di Ulisse - che successivamente udirono le reazioni e si mangiarono le mani.
E se le mangiarono, le mani, perché chi aveva dimostrato coraggio e a quella proiezione era entrato, aveva scoperto che il film ungherese che parla di un albero (e di una pianta), non era poi così male e così insostenibile come le premesse suggerivano.
Insomma, non era una trappola.
Un pregiudizio che, per una volta, ha giocato a favore della vittima, perché è stato proprio grazie a questa sottovalutazione e alla successiva corsa per porre rimedio all'errore che la pellicola della regista e sceneggiatrice ungherese Ildikó Enyedi ha cominciato a far parlare di sé. Più di quanto avrebbe fatto, magari, se le cose fossero andate in maniera diversa, lineare. Certo, restiamo di fronte a un film ungherese che parla di un albero (e di una pianta), il che significa che, per quanto il tavolo si sia ribaltato, non è comunque materiale accessibile a tutti. Serve un pubblico predisposto, abituato, curioso, perché "Silent Friend" è la storia di un ginkgo biloba - definito su Wikipedia un fossile vivente per la sua longevità - suddivisa in tre epoche (incrociate tra loro): il 1908, l'inizio degli anni '70 e il 2020. Abbiamo quindi una donna che deve lottare contro un maschilismo che non le vuol concedere un ruolo in società; uno studente universitario che, qualche decennio più avanti, si ritrova a dover badare al geranio della ragazza di cui è innamorato; e infine, in quello che, di fatto, rimane lo stesso luogo, uno scienziato di Hong Kong, specializzato in ricerche cerebrali che mettono a confronto adulti e neonati, che prova a spostare i suoi studi sul maestoso albero presente in giardino, in un esperimento che, complice il Covid, si prolungherà al punto da diventare un'ossessione (positiva).
L'approccio, allora, è fondamentale se non si vuole rischiare di rimanere schiacciati da un'opera difficilmente paragonabile a qualcosa di già esistente. Enyedi si prende il suo tempo, i suoi ritmi, lasciando il vero protagonista sullo sfondo per definire gli esseri umani con cui poi entrerà in contatto: e quindi il loro contesto, il carattere, gli ostacoli che per un motivo, o per un altro si troveranno di fronte e saranno costretti a dover superare. Nel frattempo, le nostre domande aumentano, l'assenza di un chiaro fil rouge potrebbe far vacillare; però se si riesce a mantenere un minimo di pazienza, lentamente "Silent Friend" ripaga, regalando uno spettacolo a cui di rado capita di assistere al cinema. Domande come, Gli alberi hanno gli occhi? Le piante reagiscono agli stimoli? Quella natura così silenziosa e impercettibile è davvero inanimata come l'apparenza insegna?, nascono spontanee nel corso della visione e trovano risposte solamente strada facendo: sollevando in noi uno stupore assai simile a quello dei diretti interessati.
Perché la Enyedi è a conoscenza dei (nostri) pregiudizi - e, magari, aveva pure previsto l'accaduto di Venezia - e delle difficoltà che uno spettatore (medio e moderno) può incontrare di fronte a un film come il suo. Per questo l'unica cosa che chiede è un piccolo sforzo da parte nostra. Dopo ci pensa lei a prenderci per mano, a portarci a passeggio tra i prodigi e tra i misteri della natura. E a prescindere da quanto ne saremo soddisfatti, o rapiti, la certezza è che nessuno sentirà il bisogno di rimpiangere l'esperienza, tanta è la meraviglia assorbita e contemplata.
Trailer:

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