Un uomo si presenta al commissariato di Polizia per costituirsi. Afferma di avere ucciso la moglie. II piantone lo ascolta e, come se niente fosse, gli fornisce un modulo da compilare, chiedendogli di sedersi. L'uomo esegue disorientato e, dopo un'attesa lunghissima, viene finalmente ricevuto da un'agente al quale racconta per filo e per segno il crimine che ha commesso. L'agente, come il piantone di prima, non fa una grinza, prende appunti e incalza l'uomo con domande assurde e comportamenti ai limiti del superficiale e dell'incomprensibile. Sembra si stiano prendendo gioco di lui, o, peggio ancora, che a nessuno importi dell'accaduto.
Non è così, ovviamente, anche se allo stesso tempo lo è, eccome.
La situazione è kafkiana, come direbbe qualcuno, e il femminicidio in questione - che non è centrale in quanto tale, perché fosse stato un uomo, la vittima, non sarebbe cambiato alcunché in termini di conseguenze - è un po' come il gatto di Schrodinger, finché nessuno lo vede coi propri occhi, può essere vero, come falso. E sai quanta gente viene qui a dire che ha fatto cose che poi non ha fatto?, dice l'agente di Alessandro Borghi al potenziale assassino Paolo Marra di Leonardo Lidi. Una risposta che lo manda in crisi, che lo fa innervosire: lui uomo in preda ai sensi di colpa, alla ricerca di espiazione, paragonato a un pazzo qualunque alla ricerca di attenzioni. Però è un dubbio che, in qualche modo, serve a rimettere tutto in gioco, a far sì che la farsa regga, che lo spettatore non si allontani dalla storia. Perché dopo quelle parole tutto diventa all'improvviso credibile, accettabile. In fondo che ne sappiano noi spettatori di Paolo Marra? Lo abbiamo visto in cucina pensieroso, appena dopo l'omicidio, ma forse stava ingannando anche noi. Forse non era pentito, stava solo ripassando un folle piano da mettere in atto, chi lo sa?
Ed è su questo piano in costante oscillazione che Roberto De Paolis Maino stende il suo "Serpenti": co-scritto coi Fratelli D'Innocenzo, ripescando un loro vecchissimo soggetto, rimasto chiuso nel cassetto per anni. Un cinema studiato a tavolino - ma studiato bene, però - per spiazzare e per uscire fuori dagli schemi, dagli standard (italiani), giocando con una comicità grottesca che è di situazione, non di battuta. Le risate - che ci sono e non sono poche - non arrivano mai per quello che gli attori dicono, ma per come si comportano, per le reazioni che hanno. L'atmosfera è surreale, fuori da ogni logica, ma comunque capace di reggere e non superare mai quel punto di rottura che potrebbe far cadere a terra il castello di carte posto a mezz'aria. L'impianto è simil-teatrale, pressoché girato in interni e diviso per interazioni - prima l'agente, poi l'avvocato d'ufficio e, infine, una strana donna - ognuna utile ad arricchire quello che poi somiglia molto ad una sorta di affresco della nostra società, magari estremizzato all'eccesso, distorto quanto basta, eppure non così lontano da ciò che, a volte, ci appare di vedere, o di percepire per davvero.
Destino beffardo quello di Paolo Marra che trova risoluzione (e pace?) nella maniera più coerente possibile, stando all'incoerenza con la quale viene accolto e travolto. Attraverso un finale a dir poco disarmante e paradossale, nonostante riesca a incastrarsi perfettamente all'interno del contesto, dei meccanismi attivati. Non sapremo mai se è stato lui a craccare il sistema, oppure se gli è toccato semplicemente sopperire sotto di esso, ma una volta usciti da "Serpenti" una certezza, almeno, ce la portiamo a casa: il nostro cinema ha bisogno di questi prodotti. Piacciano, oppure no.
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