Al termine di "Mektoub My Love: Canto Uno", c'era un desiderio – più o meno - condiviso da qualsiasi spettatore presente in sala: assistere immediatamente al secondo capitolo della storia.
Correva l'anno 2017 e nessuno di noi immaginava che, per esaudire quel desiderio, avrebbe dovuto attendere all'incirca otto anni: con un intermezzo sperimentale, arrivato due anni dopo e poi sparito dalla circolazione, riservato ai pochi(ssimi) presenti al Festival di Cannes (peraltro non esattamente entusiasti del risultato).
Insomma, per conoscere le sorti di Ophelie, Amin, di suo cugino Tony e del resto del loro gruppo composto da amici e parenti, in costante crescita, c'è voluta un'eternità intera. Fortunatamente, però, ne è valsa la pena, perché il cinema di Abdellatif Kechiche - per quanto spesso controverso, sregolato e pieno di ombre - è ancora l'ossigeno puro che ricordavamo. Oggi più di ieri, addirittura. Le esperienze visive capaci di tenderti la mano, afferrarti e tirarti dentro lo schermo, senza nemmeno che tu te ne accorga, infatti, stanno diventando rarissime, e le poche che riescono a farlo con intensità, passione e fascino, sono un privilegio al quale bisognerebbe cominciare a fare più caso. Del resto, parliamoci chiaro, il cinema di Kechiche non è uno di quelli che puoi metterti li a spiegarlo a parole, ad analizzarlo, perché perderebbe in un attimo la sua ragion d'esistere, un po' come se un illusionista provasse a svelare, uno ad uno, i suoi trucchi del mestiere. Con la sola differenza che, in questo caso, di trucchi non ce ne sono, al loro posto c'è la vita, il tempo che passa, l'amore e le scelte di chi deve iniziare a capire da che parte vuole andare e con quanta serietà vuole farlo: visto che in quelle risposte è racchiusa la chiave, l'essenza di chi si ha intenzione di diventare domani.
E Amin - che è l'assoluto protagonista di questo secondo capitolo: l'alter ego di Kechiche, abituato a osservare e quasi mai ad agire - una scelta l'ha già compiuta: ha lasciato medicina per mettersi a fare lo sceneggiatore cinematografico. Ophelie, al contrario, è in piena confusione: non ha ancora capito se vuol davvero sposare il suo fidanzato-in-missione-militare, cedere al cuore e dichiararsi ad Amin, oppure abortire il figlio di Tony che, nel frattempo, continua a seminare danni, flirtando con una giovane attrice americana, sposata peraltro col produttore attempato, intenzionato a produrre la sceneggiatura scritta da Amin. Ed è intorno a queste porte e a questi interrogativi, allora, che "Mektoub My Love: Canto Due" tesse la sua tela, avvalendosi di un approccio assai in contrasto e inaspettato, rispetto a quello più spensierato, vivace e carnale che aveva contraddistinto e illuminato il precedente capitolo. Ora è come se la consapevolezza della crescita, di una gioventù destinata a scorrere e a scappar via avvolga, in un modo, o nell'altro, i pensieri di ogni protagonista, a prescindere dai suoi sogni, ambizioni e forza di volontà.
Un cambio di registro che, comunque, non penalizza l'armonia del racconto, così come non stona neppure con le (nostre) altissime aspettative, anzi. C'è una sorta di apertura e di curiosità, da parte nostra, nel vedere Kechiche ribaltare totalmente il punto di vista, distruggere la bussola dei riferimenti e non fornire più la minima idea su dove voglia andare parare. Eppure, nella sua testa la direzione è ancora chiarissima, naturale, e a testimoniarlo è un finale a tinte thriller, spiazzante e cupissimo, in cui Amin - dopo la tragedia, lo spavento e una miriade di tormenti - corre per le strade di Seté come non ci fosse un domani, quasi a voler sfuggire dai mostri delle responsabilità di cui dovrà farsi carico e dall'enorme peso di diventare adulti.
Trailer:

Commenti
Posta un commento