The Dog Stars: Le Stelle Dopo la Fine - La Recensione


Un virus ha messo in ginocchio l’umanità intera. La popolazione è ridotta all’osso e i superstiti hanno imparato a cavarsela arroccandosi in posti sperduti, dove non possono mancare torrette da guardia, armi e visori notturni. Ognun per sé, è la regola, e guai a chiunque tenti di infrangerla, perché non c’è legge che vieti l’immediata esecuzione. Siamo in piena (post)apocalisse, insomma, ma siamo pure in pieno far west. E la civiltà, così come l’abbiamo conosciuta, è un ricordo lontanissimo, paragonabile a un sogno.

Il (nuovo) sogno (americano) che però aiuta a tenere vive le speranze di Hig, tuttofare irrequieto con le fattezze di Jacob Elordi che passa le giornate a fare ricognizioni su un aereo malconcio, in compagnia del suo cane Jasper, col quale spesso torna in città per recuperare viveri (rivangare il passato) e fare scorte di ogni sorta. Ciò lo aiuta anche ad allontanarsi un po’ dal burbero Bangley di Josh Brolin (come al solito, il migliore per distacco), compare di bevute e di giocate a carte, con cui condivide un hangar-rifugio, pur non avendo con lui un rapporto affiatatissimo e armonioso: colpa del cinismo – e della scorza tipica dell’ex militare (repubblicano?) – che lo contraddistingue, unita allo scetticismo nei confronti di un misterioso messaggio radio che parla di un rifugio a Grand Junction, dove qualcuno pare stia rimettendo in piedi una comunità per ripartire. Rifugio che Hig, a seguito di un evento cruciale, decide di voler raggiungere a qualunque costo, partendo in solitaria. E quello a cui andrà incontro sarà il tipico viaggio dell’eroe, con prove da superare – la prima riguarda proprio il suo aereo, subito in avaria – ferite (profonde) da ricucire e sconosciuti con cui, magari, fare amicizia e da cui farsi aiutare: la Cima di Margaret Qualley e il padre-sceriffo Pops, interpretato da Guy Pierce.

E in quello che è un contesto piuttosto delineato e prevedibile, perché costruito all’interno di uno scheletro ormai conosciuto e, quindi, affatto originale, la differenza la fa proprio l’architetto, la fa Ridley Scott. Perché se “The Dog Stars: Le Stelle Dopo la Fine” resta interessante, a prescindere dalla sua rotta scontata, è proprio grazie alla sua esperienza, al suo occhio (al suo modo di fare cinema). Scott se ne frega se noi spettatori siamo abbastanza preparati (oppure no) sull’argomento, se nella nostra testa di storie di questo tipo ne abbiamo viste talmente tante da sapere già a menadito le varie possibilità di atterraggio. Non è questo il punto. Il punto qui è come si fa il mestiere, come si parla al presente (politico). E sotto questo aspetto, Scott, prende la maggior parte dei nostri riferimenti e se li infila dritti dritti in tasca, regalandoci sequenze pazzesche che fanno passare in secondo piano qualsiasi calcolo narrativo, trascinandoci al centro dell’azione e dello schermo. Da maestro qual è, prende ogni connotato offerto dal prodotto che ha tra le mani e lo spreme fino all’ultima goccia: thriller, western, fantascienza, ma pure dramma e horror. Non lascia nulla indietro, esaltando al massimo le potenzialità di un prodotto che, in mano a qualcun altro, non sarebbe riuscito a superare la soglia della mediocrità.

Invece lui realizza il suo miglior lavoro degli ultimi dieci anni (con le dovute proporzioni, sia chiaro). Era da “Sopravvissuto: The Martian”, infatti, che non lo vedevamo così lucido, asciutto, così pungente. Anche rispetto a uno stato delle cose – americano – che tra armi, isolamento e pregiudizi (la paura dell'altro) non può che andare a pesare nella lettura di un film assai meno innocuo e trascurabile rispetto alle premesse di partenza. Un film che celebra il piacere (e l'importanza) della condivisione, della solidarietà e, perché no, della lentezza: o meglio del tempo dimenticato verso le piccole cose, e i piccoli gesti, che possono bastare a farci stare bene.

Trailer:

Commenti