Arriva da una sceneggiatura vincitrice del Premio Solinas 2021, "I Figli Della Scimmia", e stando a quanto riportato online, il titolo originale scelto dagli autori Damiano Femfert e Tommaso Landucci - quest'ultimo anche regista, al suo esordio - inizialmente doveva essere "II Mio Erede", che, per quanto meno ermetico e suggestivo, rispetto al nuovo, sarebbe stato, forse, più azzeccato e centrato, se consideriamo la sua traiettoria.
Perché la storia è quella di Dario, un padre che non appena si accorge del talento naturale del nipote adolescente Giacomo, bravissimo a guidare la moto da trial che apparteneva a lui quando era più giovane - una grande passione presumibilmente abbandonata non per voler suo - comincia a diminuire le attenzioni riservate al figlio disabile Enrico. Un cambiamento che logora in maniera lenta, ma inesorabile, prima l'equilibrio del suo matrimonio e poi il rapporto con suo fratello maggiore Roberto, il quale non nutre per la nuova passione del figlio le sue stesse prospettive e il suo stesso entusiasmo. Eppure a Dario - un Riccardo Scamarcio in parte e trattenutissimo - non importa, preso dalla possibilità di trasmettere a Giacomo la sua eredità e di vivere attraverso di lui quella porzione paterna che la condizione di Enrico, purtroppo, gli ha negato (e alla quale aveva ormai rinunciato), tende a scavalcare il suo ruolo - quello di zio - e a sovrapporsi a quello di Roberto, influenzando il carattere e le scelte del nipote, forse, assai più di quanto non fosse nelle sue intenzioni. Nasce da qui, allora, il parallelismo con la favola di Esopo, quella dove c'è una scimmia, appunto, che trascura uno dei suoi cuccioli per dedicarsi anima e corpo all'altro, prediletto, generando conseguenze tutt'altro che positive su entrambi.
Le stesse che grossomodo scateneranno le azioni di Dario: trasformando quello di Landucci in un film che non parla solo della disabilità all'interno di una famiglia (del suo profondo dramma privato e quotidiano), ma di padri e di figli, di comportamenti e scelte che influenzano, forgiano (e che lasciano cicatrici). Dario e Roberto, infatti, sono il frutto di un uomo ingombrante, rigido, a cui piace governare e non farsi dare ordini da nessuno (e da anziano, non è cambiato di una virgola). Un uomo al quale - e lo capiamo da come entrambi hanno paura di somigliargli - portano rispetto, pur nutrendo nei suoi confronti un pizzico di rancore, di rabbia. Sentimenti che non esplodono mai dentro "I Figli Della Scimmia", ma che vengono trasmessi al pubblico dalle modalità con la quale Dario e Roberto si pungono, si confrontano (e si offendono). Con Giacomo che, dentro questo scontro passivo-aggressivo, diventa una sorta di specchio, di figlio in cui rivedersi e da provare a salvare, quello a cui Dario - non potendo farlo con Enrico - vuol far sentire l'incoraggiamento e il supporto che a lui è mancato (e avrebbe voluto), opponendosi ai paletti di Roberto che, invece, sembra aver capito che a volte un pizzico di severità nella crescita di un figlio è importante, e che tra i compiti di un padre è previsto anche quello di passare da stronzo, se necessario.
Vittime e carnefici, insomma, con ruoli interscambiabili a seconda delle tempistiche e delle età. A rimetterci, tuttavia, saranno sempre loro, i figli, gli stessi che, tormentati, andranno poi ad alimentare quel circolo vizioso che, a questo punto, chissà se potrà mai interrompersi. Dario e Roberto però ci provano a chiedere scusa, a tornare sui loro passi e a limitare i danni. Lo fanno con una maturità tutta nuova, rigenerata, e da come Landucci chiude il cerchio - nella scena conclusiva del film - la sensazione è che la strada stavolta sia quella giusta.
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