Digger - La Recensione


Sarò io e sarà un mio limite, ma a me “Digger” ha fatto venire in mente un’altra operazione, altrettanto ambiziosa e megalomane, così come altrettanto disastrosa: sto parlando di “Adrian” la serie animata (italiana) scritta e diretta da Adriano Celentano. 

Lo so, fa ridere e, per certi versi, rischia di passare pure come un oltraggio, paragonare il film di Alejandro González Iñárritu a un prodotto televisivo che, tra l’altro, in pochissimi ricordano, e ancor di meno hanno visto. Però entrambi hanno in comune una cosa – a mio avviso – fastidiosissima, e cioè il voler spiegare la vita – il mondo – a noi spettatori, pur arrivando fuori tempo massimo. Un peccato di arroganza e di presunzione che sappiamo non essere novità per un autore come Iñárritu, che in qualche modo, somiglia ai personaggi che racconta, per come ama mettersi su un piedistallo ed esibirsi, neanche fosse un luminare, una sorta di messia. Di certo, non serviva il suo genio per ricordarci – o per avvisarci – che la nostra società sta andando a farsi fottere, che i ricchi, i potenti che stanno al governo, o comunque in posizione rilevanti - laddove si decidono le sorti - se ne fregano dell’ambiente, del cambiamento climatico e dello scioglimento dei ghiacciai, perché la loro unica preoccupazione è aumentare i loro profitti. E poi pazienza se a rimetterci, in una situazione come questa, saranno i poveracci, quelli che pagheranno – e che già pagano – di tasca propria, o con le loro vite, la colpa di non potersi sedere a quei tavoli e di non contare niente. 

Non serviva certo che Iñárritu partorisse “Digger” perché quest’allarme (ri)suonasse dentro le nostre teste, che ci mettesse in guardia su un futuro incerto e sul doppio gioco costruito da narrazioni false, fomentato da dati oggettivi, ormai, ignorati, o svalutati. Per questo l’intera operazione non regge, non sta in piedi, e non lo fa nemmeno se poggiata sulle spalle di una star come Tom Cruise che – per quanto apprezzabile e meritevole (al massimo) di una nomination per la sua interpretazione – pur godendo di un paio di momenti altissimi nei panni di questo magnate del petrolio senza scrupoli, rischia di rimanere incastrato in quel costume – monocorde – dentro il quale cerca di muoversi e dannarsi il più possibile pur di dare il meglio. Solo che non c’è un meglio. E non c’è né quando Iñárritu tira fuori la carta di un colpo di scena – di cui non parlerò per non rovinarlo a nessuno – che, anziché dare una spinta verso l’alto al suo lavoro, come lui immaginava, non fa che peggiorarlo, e né tantomeno quando mette in bocca al Digger di Cruise un’invettiva contro di noi – ipocriti consumatori – che ci riempiamo tanto l'ego, invocando una transizione ecologica, ma nel frattempo ci siamo legati a insostenibili abitudini, alle quali faremmo fatica a rinunciare. Che è un'affermazione verissima, probabilmente, ma che non tiene conto del fatto che se la transizione ecologica – che non dipende da noi, peraltro – fosse partita anni e anni fa, quando avrebbe dovuto, adesso sarebbe già a buon punto e, magari, potrebbe reggere, o costringerci a limitare assai meno, le cosiddette nostre insostenibili abitudini. Per cui, non so, quanto tale accusa possa colpire e far sentire responsabili gli spettatori. 

E l'impressione (la mia, ovviamente) è che più spari (a zero) e più dimostri di fare acqua un po' ovunque, “Digger”. Ovunque tranne nella caratterizzazione farsesca e grottesca di un America che è palesemente costruita guardando a un trumpismo, poi spinto all’estremo e alle estreme conseguenze (ammesso che l'originale possa definirsi trattenuto). C'è infatti un John Goodman Presidente – strepitoso, anche per via dell’involontaria citazione al malore di Andreotti dalla Perego – convinto che la sua salute e quella del mondo vadano di pari passo e un tavolo di uomini – e zero donne – al suo fianco che si diverte e si arrovella, pensando a quale strategia adottare per passare da carnefici menefreghisti a gentili benefattori, centrando in pieno l’anima (e la piega) attuale (e la linea politica) assunta ormai dall'individualismo statunitense. E a questo andrebbe aggiunto il metodo da pifferaio magico con cui il personaggio di Jesse Plemons porta a spasso e controlla la rabbia delle vittime di tale condotta scriteriata, ma avendo a che fare con un'importante rivelazione, evito di approfondire.

Insomma, è evidente che sia un film stracolmo di accuse, di riferimenti e di disperazione, quello pensato e realizzato da Iñárritu, un'opera fuori di testa che attraverso l'uso della satira vuole metterci di fronte a gigantesche verità che tuttavia, in quanto tali, chi voleva vederle, non può che averle già viste. Chi non vuole farlo, invece, continuerà a ignorarle, e a ignorare, di conseguenza, chiunque provi a mettergliele davanti agli occhi, che siano gli esperti, che siano gli eventi e che sia un cineasta convinto di aver realizzato una versione moderna de “Il Dottor Stranamore” di Stanley Kubrick.
E, spoiler, non è così (ahinoi).

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