IL SITO DEDICATO AL CINEMA IDEATO, SCRITTO E DIRETTO DA GIORDANO CAPUTO

domenica 30 gennaio 2011

Parto col Folle - La Recensione

Peter Highman (Robert Downey Jr.) è un architetto prossimo alla paternità. Ad Atlanta per lavoro e a cinque giorni dalla nascita del suo primo figlio, deve tornare presto a Los Angeles per assistere la moglie durante il parto cesareo. Ma un enorme malinteso in aeroporto lo costringerà ad affrontare il viaggio Atlanta-Los Angeles in macchina, insieme all’aspirante attore Ethan Tremblay (Zach Galifianakis): immaturo pazzoide e complice della sua disgrazia.

Per analizzare “Parto col Folle”, la commedia americana che segna il ritorno sul grande schermo del regista statunitense Todd Phillips, è quasi obbligatorio prendere in esame anche l’altra sua pellicola, quella che nel 2009 gli regalò un grandissimo successo: “Una Notte da Leoni”. Questo perché ci sono molte affinità che legano “Parto col Folle” e “Una Notte da Leoni”, a iniziare da quella più marginale che vede ancora una volta la presenza di Zach Galifianakis, attore che in quella pellicola, con il suo incredibile personaggio, aveva sorpreso tutti positivamente.

Le analogie più rilevanti tra i due film le troviamo nella storia. Ancora una volta, infatti, ci troviamo all’interno di un viaggio “on the road” intorno all’America, ancora una volta questo viaggio regalerà momenti assurdi ed esilaranti, e ancora una volta sarà un viaggio contro il tempo.

A prendere le redini della storia un Robert Downey Jr. in versione più contenuta del solito. Il suo Peter Highman infatti è una persona perfettina, puntigliosa e sempre composta, completamente differente dai personaggi più recenti da lui interpretati, come il Tony Stark di “Iron Man” o lo “Sherlock Holmes” di Guy Ritchie . E anche se il duro compito di far ridere lo spettatore non tocca direttamente a lui ma al suo compagno di viaggio, lo stesso lui non rinuncia a divertire e a divertirsi regalandoci anche qualche battutina “nascosta”. Come quella in aeroporto alla guardia del metal detector dove afferma che nella sua vita non ha mai fatto uso di droghe. Frase che non ha niente di divertente a meno a dirla non sia un attore noto per i suoi grandi problemi con la droga. Ma questa non è l’unica perla di Robert nel film. Ce ne sono almeno un altro paio che non svelo perché rendono meglio se gustate dal vivo.

Come accennavo sopra, il ruolo più divertente del film è di Zach Galifianakis, più noto come “quello che ha fatto Una Notte da Leoni”. E sinceramente sembra proprio di vederlo in uno spin-off di quel film. Il suo personaggio in “Parto col Folle” non si discosta moltissimo da quello che lo ha reso celebre, per questo funziona più o meno allo stesso modo. Ancora una volta è il solito ingenuotto, alle prese con la droga (ma stavolta ha una giustificazione!), sempre accompagnato dal suo fedele cagnolino Sonny e con il sogno di entrare a far parte della serie tv “Due Uomini e Mezzo”. Ma quello che più importa è che anche stavolta riesce ad offrire alcune scene davvero memorabili e allucinanti. Una su tutte di notte, in macchina con il suo cane a spese del povero Peter.

Ad arricchire il cast alcune partecipazione di alto livello, come quella di Jamie Foxx nei panni del migliore amico di Peter, e quella di Juliette Lewis nei panni di un' improbabile spacciatrice di Marijuana. Sarebbe da aggiungere alla lista anche Michelle Monaghan, la quale interpreta la moglie incinta di Peter, ma il suo ruolo seppur piccolo è comunque più grande di un cameo.

Insomma, sembra che Todd Phillips stavolta abbia deciso di non rischiare troppo usando una struttura già collaudata simile a quella che gli aveva portato fortuna già una volta e che sicuramente lo farà di nuovo. Perché anche se “Parto col Folle” non ha la stessa quantità di follia che aveva “Una Notte da Leoni”, riesce comunque a strappare momenti di altissima comicità e grosse risate dosandoli anche a piccoli momenti di malinconia. Un buonissimo lavoro, che non soddisfa pienamente le (grandi) aspettative del sottoscritto ma non lascia per niente scontenti, anzi...

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sabato 29 gennaio 2011

Blue Valentine - La Recensione

Una storia di (non) amore. Dean (Ryan Gosling), è un uomo soddisfatto della sua non eccelsa condizione sociale, ha una famiglia che ama e un lavoro che lo accontenta. Cindy (Michelle Williams), è un medico che forse sta per avere la grande occasione e vorrebbe che il marito trovasse un lavoro migliore. Un matrimonio in crisi che trova la spaccatura totale nel momento in cui cercava di ripararsi.

Diretto da Derek Cianfrance, “Blue Valentine” appartiene a quella categoria di film che trovano il loro punto di forza nell’interpretazione degli attori protagonisti.

Uno straordinario Ryan Gosling di nuovo alle prese con un ruolo per niente facile grazie al quale, ancora una volta, dimostra di essere uno dei più bravi attori della "nuova generazione" hollywoodiana. Un uomo innamorato follemente della vita che si è costruito, che però adesso gli sta voltando le spalle chiamandolo a reagire. Incredibile che un talento così ancora non sia riuscito ad affermarsi al grande pubblico eppure di prove ne ha fornite eccome, questa è solo una delle tante. Stavolta lo vediamo compiere un processo da camaleonte assoluto, grazie soprattutto al radicale cambiamento esteriore che colpisce il suo personaggio. Roba che non può lasciare indifferenti!

Michelle Williams invece di notorietà ne ha molta di più, la maggior parte ottenuta dalla sua partecipazione alla serie televisiva “Dawson Creek” che ha influenzato nel bene e nel male un intera generazione, compresa quella di chi scrive. La sua carriera d’attrice si è evoluta gradualmente nel corso degli anni inanellando film d’autore e film di successo, “I Segreti di Brokeback Mountain”, “Io non sono qui” e il più recente “Shutter Island” di Martin Scorsese. Qui la ritroviamo in un interpretazione abbastanza contenuta che non ha esaltato moltissimo il sottoscritto, ma sicuramente ha convinto l'Accademy che l'ha messa fra le candidate all'Oscar per la Migliore Interpretazione Femminile di quest'anno.

Un ottimo lavoro lo ha fatto sicuramente anche Derek Cianfrance, regista che questa volta si cimenta forse con la sua vera opera prima, visto che in precedenza si era occupato principalmente di documentari. Funziona bene il suo sistema di racconto, condito soprattutto dai numerosi flashback che ci portano nelle vite passate dei protagonisti racontandoli prima, e dopo il loro incontro. Ed è proprio dai flashback e dal loro primo appuntamento che prende vita (forse) la scena più bella del film.

Numerose (ma non così tanto) anche le scene di sesso, le quali lasciano poco spazio all'immaginazione, ma che hanno il pregio di non essere mai scontate e sempre funzionali all'evoluzione della trama. In particolare quella in cui esplode la scintilla che fa traboccare il vaso, nella stanza “futuristica” del motel in cui Dean e Cindy passano la notte che doveva servire ad “aggiustare” il loro rapporto.

Con uno sguardo molto ravvicinato alle (dolorose) vite dei suoi personaggi, Cianfrance confeziona un film particolarissimo, senza dubbio apprezzabile, in cui la vita è complice distruttrice dei sogni e delle illusioni di una coppia destinata (probabilmente) a sciogliersi. Non ci troviamo di fronte al classico film destinato al grande pubblico, ma questa spesso può essere una caratteristica positiva capace di dare più libertà alle scelte compiute.

Ad oggi il film non ha ancora una data di distribuzione italiana.

Trailer:

giovedì 27 gennaio 2011

Il Discorso del Re (The King's Speech) - La Recensione

Incredibile a volte come i numeri siano superflui. Come accadde nel 2008 con “Il Curioso Caso di Benjamin Button” , anche quest’anno agli Oscar potrebbe ripetersi di nuovo la storia del film favorito che rimane (quasi) a mani vuote. Per il film di David Fincher erano state 13 le nomination (3 quelle portate a casa), per “Il Discorso del Re” di Tom Hooper, sono 12, è il super-favorito di quest'anno, ma prevedo (anzi spero!) che per lui tocchi la stessa sorte!

Bertie (Colin Firth), secondo figlio di Re Giorgio V, soffre di un particolare problema: è balbuziente. Nonostante i numerosi rimedi con cui ha cercato di farne fronte, non è mai riuscito a guarire il suo “handicap”, ma forse sua moglie Elisabetta (Helena Bonham Carter) ha trovato la persona che fa al caso suo. Il logopedista Lionel Logue (Geoffrey Rush) il quale, anche se usa alcuni comportamenti un pò irrispettosi nei confronti del suo “alto” cliente, sembra riuscire a fargli fare buoni progressi. Le cose si complicano quando il Re Giorgio V muore e lascia il trono al suo primogenito Edoardo VIII (Guy Pierce) (fratello maggiore di Bertie), che subito manifesta di non essere la persona più adatta per fare il Re. Costretto ad abdicare quasi immediatamente per sposare la donna che ama (non molto ben vista dalla chiesa), toccherà a Bertie (diventato Giorgio VI) prendere le redini del trono, il tutto in un pessimo momento che vede avvicinarsi la guerra con la Germania e un discorso da fare al suo popolo.

Dopo la visione del film ci si chiede immediatamente come possa un prodotto simile essere "il possibile film dell’anno". Non coinvolge minimamente, eppure la storia non era niente male, quello che dovrebbe essere il suo punto di forza, il rapporto tra un Re e un logopedista (metafora del ricco e del povero a confronto) non funziona bene come dovrebbe, inoltre il film si presenta visivamente in un modo freddissimo e con scene così povere alla vista da sembrare sciatte. Sicuramente una (discutibile) scelta voluta, però all’occhio di chi vede sembra più di assistere alla visione di un filmetto di bassa lega.

E quindi poco importa se veramente l’unica vera nota positiva del film si limita alle interpretazioni degli attori. Un bravissimo Geoffrey Rush nei panni di un particolare logopedista appassionato di Shakespeare. Il suo personaggio è poco strutturato ma la sua interpretazione per quello che poteva fare è di ottimo livello (forse la migliore del film). Altrettanto bravo, e super favorito per la statuetta di miglior attore (cosi pare almeno!), Colin Firth. Davvero impressionante il lavoro che ha fatto nella balbuzie, che trova il suo apice nel discorso finale che precede la fine del film (tra l'altro il suo è anche il personaggio scritto meglio!). A portare bandiera nella categoria femminile Helena Bonham Carter, che ancora una volta non macchia la sua striscia di ottima attrice. Non ha una parte estesa e di buono spessore come i suoi colleghi maschili, è vero, ma a lei non servono grandi ruoli per dimostrare quanto vale. Per Guy Pierce purtroppo non posso espormi visto che lo si vede solo per pochi istanti!

Ottime prove per un' opera non all'altezza (per rimanere in tema!). Una vera delusione. Chi si aspetta qualcosa di speciale rimarrà profondamente deluso come anche chi si aspetta qualcosa di molto buono. “Il Discorso del Re” è un prodotto medio, (per chi scrive è medio-basso!) che di certo si farà dimenticare velocemente. Se ci aggiungiamo il fatto che uscirà anche in poche copie è probabile che nel nostro paese non andrà neanche benissimo, visto che non potrà giocarsi nemmeno l’arma del passaparola (anche se nel primo week-end potrebbe sfruttare l'ondata forte delle nomination ricevute e magari riuscire a fare abboccare un pò di persone).

In conclusione, l’unica cosa che veramente pare, è che il film che ha ricevuto più candidature agli Oscar, quest’anno è quello più debole in assoluto. E non è un esagerazione!

Trailer:

martedì 25 gennaio 2011

Oscar 2011: Le Nominations

Questo pomeriggio alle ore 14.30 sono state comunicate ufficialmente le candidature ufficiali dei prossimi premi Oscar. Poche le sorprese rispetto a quello che già si vociferava nei giorni scorsi, una di queste riguarda "True Grit" ("Il Grinta") l'ultimo film dei Fratelli Coen che si porta a casa ben 10 nomination superando le 8 di "The Social Network" e affiancandosi appena sotto a "The King's Speech" ("Il Discorso del Re"), film con più nomination ricevute (12).

Di seguito tutte le nomination: (Fonte: http://www.comingsoon.it/)

Miglior film:
Black Swan
The Fighter
Inception
The King's Speech
The Social Network
Toy Story 3
127 Hours
The Kids Are All Right
True Grit
Winter's Bone


Miglior regista:
Darren Aronofsky
per Black Swan
David Fincher per The Social Network
Tom Hooper per The King's Speech
Joel Coen ed Ethan Coen per True Grit
David O. Russell per The Fighter

Migliore attore protagonista:
Jesse Eisenberg
per The Social Network
Colin Firth per The King's Speech
James Franco per 127 Hours
Jeff Bridges per True Grit
Javier Bardem per Biutiful

Migliore attrice protagonista:
Nicole Kidman
per Rabbit Hole
Jennifer Lawrence per Winter's Bone
Natalie Portman per Black Swan
Michelle Williams per Blue Valentine
Annette Bening per The Kids Are All Right

Migliore attore non protagonista:
Christian Bale per The Fighter
John Hawkes per Winter's Bone
Mark Ruffalo per The Kids Are Allright
Jeremy Renner per The Town
Geoffrey Rush per The King's Speech

Migliore attrice non protagonista:
Amy Adams
per The Fighter
Helena Bonham Carter per The King's Speech
Hailee Steinfeld per True Grit
Melissa Leo per The Fighter
Jacki Weaver per Animal Kingdom

Migliore sceneggiatura non originale:
127 Hours - Danny Boyle & Simon Beaufoy
The Social Network - Aaron Sorkin
Toy Story 3 - Michael Arndt; John Lasseter, Andrew Stanton e Lee Unkrich
True Grit - Joel Coen & Ethan Coen
Winter's Bone - Debra Granik & Anne Rosellini

Migliore sceneggiatura originale:
Another Year - Mike Leigh
The Fighter - Scott Silver, Paul Tamasy, Eric Johnson; Keith Dorrington
Inception - Christopher Nolan
The Kids Are All Right - Lisa Cholodenko & Stuart Blumberg
The King's Speech - David Seidler

Miglior film d'animazione:
Dragon Trainer
L'illusionista
Toy story 3 - La grande fuga


Miglior film straniero:
Biutiful
Dogtooth
Incendies
Hors la loi
Hævnen

Miglior documentario:
Exit through the Gift Shop
Gasland
Inside Job
Restrepo
Waste Land

Miglior fotografia:
Black Swan - Matthew Libatique
Inception - Wally Pfister
The King's Speech - Danny Cohen
The Social Network - Jeff Cronenweth
True Grit - Roger Deakins

Miglior montaggio:
Black Swan - Andrew Weisblum
The Fighter - Pamela Martin
The King's Speech - Tariq Anwar
127 Hours - Jon Harris
The Social Network - Angus Wall e Kirk Baxter

Miglior scenografia:
Alice in Wonderland - Robert Stromberg; Karen O'Hara
Harry Potter and the Deathly Hallows Part 1 - Stuart Craig; Stephenie McMillan
Inception - Guy Hendrix Dyas; Larry Dias e Doug Mowat
The King's Speech - Eve Stewart; Judy Farr
True Grit - Jess Gonchor; Nancy Haigh

Migliori costumi:
Alice in Wonderland - Colleen Atwood
Io sono l'amore - Antonella Cannarozzi
The King's Speech - Jenny Beavan
The Tempest - Sandy Powell
True Grit - Mary Zophres

Miglior trucco:
Barney's Version - Adrien Morot
The Way Back - Edouard F. Henriques, Gregory Funk e Yolanda Toussieng
The Wolfman - Rick Baker e Dave Elsey

Miglior colonna sonora:
How to Train Your Dragon - John Powell
Inception - Hans Zimmer
The King's Speech - Alexandre Desplat
127 Hours - A.R. Rahman
The Social Network - Trent Reznor e Atticus Ross

Miglior canzone: Coming Home” - Country Strong (Tom Douglas, Troy Verges e Hillary Lindsey)
I See the Light” - Tangled (Alan Menken; Glenn Slater)
If I Rise” - 127 Hours (A.R. Rahman; Dido e Rollo Armstrong)
We Belong Together” - Toy Story 3 (Randy Newman)

Migliori effetti visivi:
Alice in Wonderland - Ken Ralston, David Schaub, Carey Villegas e Sean Phillips
Harry Potter and the Deathly Hallows Part 1 - Tim Burke, John Richardson, Christian Manz e Nicolas Aithadi
Hereafter - Michael Owens, Bryan Grill, Stephan Trojanski e Joe Farrell
Inception - Paul Franklin, Chris Corbould, Andrew Lockley e Peter Bebb
Iron Man 2 - Janek Sirrs, Ben Snow, Ged Wright e Daniel Sudick

Miglior montaggio sonoro:
Inception - Richard King
Toy Story 3 - Tom Myers e Michael Silvers
Tron: Legacy - Gwendolyn Yates Whittle e Addison Teague
True Grit - Skip Lievsay e Craig Berkey
Unstoppable - Mark P. Stoeckinger

Miglior mix sonoro:
Inception - Lora Hirschberg, Gary A. Rizzo e Ed Novick
The King's Speech - Paul Hamblin, Martin Jensen e John Midgley
Salt - Jeffrey J. Haboush, Greg P. Russell, Scott Millan e William Sarokin
The Social Network - Ren Klyce, David Parker, Michael Semanick e Mark Weingarten
True Grit - Skip Lievsay, Craig Berkey, Greg Orloff e Peter F. Kurland

Miglior cortometraggio:
The Confession - Tanel Toom
The Crush - Michael Creagh
God of Love - Luke Matheny
Na Wewe - Ivan Goldschmidt
Wish 143 - Ian Barnes e Samantha Waite

Miglior cortometraggio d'animazione:
Day & Night
- Teddy Newton
The Gruffalo - Jakob Schuh e Max Lang
Let's Pollute - Geefwee Boedoe
The Lost Thing - Shaun Tan e Andrew Ruhemann
Madagascar, carnet de voyage (Madagascar, a Journey Diary) - Bastien Dubois

Miglior cortometraggio documentario:
Killing in the Name
Poster Girl
Strangers No More
Sun Come Up
The Warriors of Qiugang


Non ci resta che attendere la data delle premiazioni fissata per il 27 Febbraio 2011.

domenica 23 gennaio 2011

Vallanzasca – Gli Angeli del Male - La Recensione

Presentato fuori concorso all’ultima edizione del Festival di Venezia e protagonista di numerose polemiche da parte della stampa italiana, arriva nelle sale “Vallanzasca – Gli Angeli del Male” ultimo lavoro da regista firmato Michele Placido, liberamente ispirato al libro “Il Fiore del Male” scritto dal giornalista Carlo Bonini insieme a Renato Vallanzasca.

Come in “Romanzo Criminale” anche in questo frangente Placido torna ad occuparsi di una banda criminale, e messa da parte quella della Magliana di Libano, Freddo e Dandi, si sposta su quella della Comasina che vedeva come unico leader Renato Vallanzasca.

Ad interpretarlo c’è Kim Rossi Stuart che già aveva collaborato con Michele Placido proprio in “Romanzo Criminale” dove vestiva i panni de “Il Freddo”. Tra gli altri nel cast, Filippo Timi, Valeria Solarino, Paz Vega e Francesco Scianna.

Ambientato nell’affascinante Milano anni ’70, assistiamo all’ascesa e alla resa di uno dei maggiori criminali italiani degli ultimi anni. Tra rapine, sequestri, carcerazioni, processi e fughe, scopriremo chi era il “Vallanzasca criminale” ma soprattutto com'era il “Vallanzasca uomo”.

Il tutto però nel ritratto molto personale fatto da Michele Placido, che dipinge il bandito milanese come una vittima del suo stesso destino, avviato sin da bambino alla vita criminale e quindi impossibile da raddrizzare. Cattivo? Non esattamente, visto che questo gangster è anche disposto a sacrificare se stesso per salvare la sua banda e i suoi amici, e anche di mutilarsi per negoziare un trasferimento nel carcere più vicino alla vita di suo figlio appena nato.

Ne esce quindi un profilo di un uomo intelligente, ironico e anche umano, che diventa via via sempre più affascinante per chi lo vede e che magari non è nemmeno poi così distante dalla verità, considerando che in una scena (non inventata) vediamo un Vallanzasca carcerato che riceve lettere su lettere da casalinghe italiane disposte a tutto pur di trasgredire con lui.

Il merito di questo ottimo lavoro però va anche al monumentale Kim Rossi Stuart, il quale è riuscito a calarsi alla perfezione nel personaggio centrando un’interpretazione straordinaria. L’attore romano ci teneva talmente tanto ad interpretare questo ruolo che non solo ha pregato Placido di lavorare al progetto (che il regista aveva precedentemente scartato), ma ha anche partecipato alla sceneggiatura del film e preso lezioni di dialetto milanese per la dizione, che nel film è pressoché impeccabile. Ancora una volta a conferma del suo grande professionismo.

Un ‘altra conferma è Filippo Timi, già visto in “Come Dio Comanda”. Questa volta è alle prese con un criminale fuori di testa, scheggia impazzita della banda di Renato nonché drogato fino al collo. Bravo a non eccellere troppo nonostante il suo personaggio poteva spingerlo a strafare, ma che invece riesce a mantenere sempre la giusta carica. Da sottolineare il duetto in carcere tra lui e Kim Rossi Stuart. In una scena di rara bellezza.

Buone anche le prove femminili, anche se nel film vestono tutte un ruolo molto marginale visto che spesso sono le pupe dei criminali. Quelle a cui è concesso più spazio sono la brava Valeria Solarino, nei panni della prima moglie di Vallanzasca, e Paz Vega che interpreta la futura terza moglie del criminale.

Insomma, ancora una volta Michele Placido si conferma un ottimo regista di film, e un grande regista di attori, uno dei migliori in Italia. Lo aveva dimostrato già in passato e lo ratifica anche stavolta, le interpretazioni nei suoi (ultimi) film sono sempre impeccabili.

E tornando alle polemiche a lui rivolte. Anche se può esser vero che il regista pugliese si faccia prendere abbastanza la mano nel descrivere questo “Bad Boy” invaghendosi di lui durante il corso del film, fino a dichiarargli amore nell’ultima scena, è anche vero che un prodotto come questo non può di certo essere criticato. Praticamente perfetto dall’inizio alla fine e con il pregio non da poco di tenerti costantemente incollato alla poltrona grazie ad un ritmo sempre serrato.

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sabato 22 gennaio 2011

Never Let Me Go (Non Lasciarmi) - La Recensione

Tratto dal romanzo di Kazuo Ishiguro, promosso dal “Time” come Romanzo Migliore del 2005, “Never Let Me Go” è la storia di Kathy (Carey Mulligan), che in un momento particolare della sua vita racconta l’infanzia vissuta all’interno del college di Hailsham in Inghilterra. Dal rapporto con il suo grande amore mancato, Tommy (Andrew Garfield) a quello con la sua migliore amica Ruth (Keira Knightley) che glie lo ha portato via, fino alla shoccante scoperta che il college di Halisham altro non era che una struttura in cui venivano allevati i cloni, utili un giorno per essere utilizzati dai loro “originali” come donatori per guarire da eventuali malattie.

A otto anni dal dimenticabile, e dimenticato “One Our Photo” torna dietro la macchina da presa Mark Romanek, regista di tanti video musicali e pochissimi film. “Never Let Me Go” è il suo terzo. Ma anche questa volta non ci siamo proprio.

“Never Let Me Go” è un film totalmente sbagliato sia dal regista che dal cast britannico di attori che lo ha scelto. I tre protagonisti Carey Mulligan, Andrew Garfield e Keira Knightley sono tutti in un momento di carriera positivo e questo per loro non è che un brutto passo falso.

Partiamo da Carey Mulligan vista recentemente in “An Education” con cui aveva ottenuto lo scorso anno una nomination all’Oscar come miglior attrice protagonista per poi essere scelta anche da Michael Mann in “Nemico Pubblico”. In questo film la vediamo alle prese con un interpretazione completamente passiva, senza alcuna possibilità di mettere in luce le sue qualità, interpretando un personaggio insignificante che lascia lo spettatore sempre distante.

Andrew Garfield, prossimo Peter Parker nel reboot di "Spiderman" targato Sony, nonché attore non protagonista del film che probabilmente vincerà i prossimi Oscar: “The Social Network”, qui ce lo dimentichiamo proprio, un personaggio poco presente e che quando c’è si fa sentire ancora di meno. Per lui un’imbarazzante scena madre in cui deve uscire dalla macchina e farsi prendere da un attacco isterico per la strada. Mamma mia!

Arriviamo a Keira Knightley, per lei il discorso è leggermente diverso, se i due citati sopra sono in fase di ascesa lei quella l'ha già passata avendo ormai alle spalle una piccola carriera. Una trilogia come “Pirati dei Caraibi” non è da ignorare e nemmeno l'enorme quantità di film a cui ha partecipato negli ultimi anni che l'hanno portata fino alla nomination all’Oscar per “Orgoglio e Pregiudizio” nel 2005. La scelta più assurda di fare questo film è proprio la sua. Un ruolo come questo, marginale alla storia e completamente blando, dopo quello buono di “Last Night” non è spiegabile molto facilmente. Se fosse stato dieci anni fa pure pure, ma ora non ha proprio senso.

Solo un’attrice rapisce tutti. Izzy Meikle-Small, che interpreta Kathy da piccola. Per lei solo lodi, autrice dell’unica interpretazione che arriva oltre lo schermo e si fa apprezzare moltissimo. Sua anche la scena più riuscita del film in cui nella sua stanza ascolta la canzone “Never Let Me Go” grazie alla cassetta appena regalatagli da Tommy in segno d’amore. Canzone che tra l’altro non è niente male interpretata da Judy Bridgewater.

Non avendo letto il romanzo non posso dire se ci troviamo di fronte all’ennesimo esempio di pessimo adattamento cinematografico o no, posso solamente dire che “Never Let Me Go” è un film insulso e frigido, che paradossalmente dà il meglio di se nella prima parte quando in scena ci sono i protagonisti versione adolescenziale mentre quando tocca ai “grandi” si perde completamente. Colpa dei suoi personaggi che iniziano ad avere comportamenti discutibili senza giustificazione alcuna.

Il tentativo di mostrare dei cloni "normali" per palesare che tra loro e il vero essere umano non c'è alcuna differenza non è niente di eclatante neanche grazie alla scena finale in cui Kathy e Tommy vanno dalla loro ex "Madame" a cercare speranze e risposte. Risposte che non esauriscono tutti i dubbi e le domande dello spettatore il quale non può fare altro che rimanere insoddisfatto e scontento.

Il film uscirà in Italia il 25 Marzo 2011 con il titolo "Non Lasciarmi"

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martedì 18 gennaio 2011

Black Swan (Il Cigno Nero) - La Recensione

Darren Aronofsky, regista dell’acclamato “The Wrestler” e del criticatissimo “The Fountain” (in Italia “L’Albero della Vita”), dopo aver esplorato la vita di un lottatore di wrestling ormai alla resa, cambia totalmente rotta dedicandosi ad un universo completamente diverso come la danza . "Black Swan", che in Italia uscirà con l’ignobile titolo di “Il Cigno Nero”, è la storia di Nina (Natalie Portman), una ballerina disposta a sacrificare tutta se stessa pur di riuscire ad ottenere il ruolo tanto ambito di “Regina dei Cigni” nell’opera “Il Lago dei Cigni” che la sua compagnia sta per portare in scena. Nonostante non sembri ancora pronta per la parte riesce inaspettatamente ad ottenerla, ma la gioia del traguardo raggiunto dovrà scontrarsi con la sua fragilità e le continue pressioni del suo insegnante (Vincent Cassel).

Tra “Black Swan” (perdonatemi ma il titolo italiano non riesco nemmeno a scriverlo!) e “The Wrestler” ci sono moltissimi punti di contatto. Se il film con Mickey Rourke si preoccupava di raccontare la difficoltà di un ex lottatore di wrestling nell’integrarsi in un mondo “ordinario”, "Black Swan" compie un processo quasi contrario. I problemi che affliggono la ballerina Nina, interpretata da Natalie Portman, sono tutti concentrati dalla sua ossessione nel raggiungere la perfezione così da non poter avere rivale alcuno e affermarsi definitivamente nel suo ambito.

Anche stavolta Aronofsky si concentra tantissimo sul personaggio. Così come in “The Wrestler” dove Rourke era praticamente “Il Film”, la cosa si ripete anche in "Black Swan" con Natalie Portman (fresca di Golden Globe). L’attrice di “V per Vendetta” si conferma ancora una volta grandissima, regalando un interpretazione straordinaria che quasi sicuramente gli varrà l’Oscar. Complice un personaggio molto interessante e complicato. Una ragazza fragile, troppo sensibile e in difficoltà quando c’è da tirare fuori le unghie, per niente aiutata da una madre super apprensiva e spronata violentemente da un insegnante dai metodi poco ortodossi.

Insegnante interpretato da un sempre grande Vincent Cassell (che in questo film somiglia tantissimo al cantante Morgan!). Insieme a loro anche la bella Mila Kunis nel ruolo di “alter ego” della Portman. Un personaggio completamente opposto alla ragazza fragile, sensibile e indifesa qual’ è Nina, ma sfrontato ribelle e sexy. Lati del carattere che porteranno Nina a manifestare nei suoi confronti un mix di sentimenti che varieranno dalla paura all’invidia, fino all’attrazione verso quel lato dark che a lei tanto manca e che non riesce a tirar fuori.

Da menzionare anche il cameo di Winona Ryder ormai sempre meno presente nel panorama Hollywoodiano, ma quando c’è, anche se in poche immagini, si fa sempre ben volere.

Tornando al dark, “Black Swan” lo è, e anche molto. In una cupezza utile al suo processo di trasformazione, da un inizio che lascia pensare a un film drammatico all'inaspettato e improvviso mutamento a thriller dark/psicologico (se così si può dire!), pronto a confondere continuamente lo spettatore su ciò che è reale e cosa no. Un film coinvolgente, agghiacciante e con una splendida mezz’ora finale.

Complimenti quindi a Darren Aronofsky che a quanto pare ha capito come riuscire a prendersi i consensi del pubblico. Il flop “The Fountain” deve averlo illuminato, ce lo aveva dimostrato con “The Wrestler" e ce lo conferma con questo suo ultimo film. Inoltre sottolineiamo che, a prescindere dalla possibile o meno vittoria all’Oscar della Portman (ma quasi sicuro ce la farà!), il regista statunitense sta diventando un vero e proprio porta fortuna per gli attori protagonisti dei suoi film, sempre pronti a ricevere consensi positivi e ad essere premiati!

Il film uscirà in Italia il 18 Febbraio 2011.

Trailer:

domenica 16 gennaio 2011

La Versione di Barney - La Recensione

Complice un libro che infanga la sua reputazione, Barney Panofsky (Paul Giamatti), arrivato all’età di oltre sessant’anni, ripercorre i momenti più importanti della sua fantastica vita, soffermandosi in particolare sui suoi “tre” amori, diventati poi matrimoni e un’accusa di omicidio che lo vede colpevole della morte del suo migliore amico Boogie.

Tratto dal romanzo di Mordecai Richler, al quale il film è anche dedicato, il regista americano Richard J. Lewis è riuscito dopo moltissimi anni nel difficile compito di portare sul grande schermo “La Versione di Barney”. Un libro di enorme successo, e a detta di chi lo ha letto, difficilissimo da trasporre in pellicola. Il risultato finale non è forse quello sperato ma, complice un cast di attori eccellenti, due terzi di film non sono niente male.

A cominciare da un ottima prima parte immediatamente coinvolgente, che raggiunge il massimo quando cerca di mettere a confronto le differenze sociali tra la famiglia borghese di Mr. P (la seconda moglie di Barney) e quella di ceto medio composta dal protagonista e suo padre, un fantastico Dustin Hoffmann. Lì il film raggiunge l’apice del divertimento grazie soprattutto a Hoffmann, autore di alcune esilaranti battute molto ficcanti.

I cali arrivano nella seconda metà quando Barney inizia la vita coniugale con Miriam, la sua terza moglie e amore della sua vita. Un personaggio troppo passivo e poco sviluppato a cui inspiegabilmente non viene dato il giusto spessore utile a giustificare tutto l’amore nei confronti del suo uomo. Un amore per niente scontato visto che Barney non è attraente, è perennemente ubriaco e le regala poche attenzioni. Questa “svista/mancanza” si ripercuote prepotentemente nel finale del film togliendo potenza ad alcune scene che sarebbero potute essere molto più efficaci.
 
Grandissimo tributo però a Paul Giamatti, protagonista assoluto e enorme colonna del film, perfetto nel ruolo di Barney. L’attore statunitense dà vita ad un personaggio difficilissimo, a prima vista egoista e bastardo ma anche invisibilmente generosissimo. Un uomo vittima della debolezza, padrona della sua vita. Complice nel farlo continuamente travolgere dagli eventi, cadere nel vortice dell’alcolismo e infine privarlo della cosa più preziosa che la sua vita gli aveva regalato.

Un grande rimpianto per un film che poteva essere grandioso ed invece ha dovuto ridimensionale le sue vedute. Una commedia che si trasforma in dramma, “La Versione di Barney” rimarrà nelle nostre menti soprattutto per l’interpretazione magistrale del suo protagonista, un Paul Giamatti, al quale dovrebbero già aver prenotato un posto fra i candidati all’Oscar come “Miglior Attore Protagonista”.

Trailer:

mercoledì 12 gennaio 2011

127 Ore (127 Hours) - La Recensione

Dopo la fortunata parentesi Bollywoodiana del 2008, Danny Boyle ci riprova. Con, “127 Hours” il regista inglese decide di raccontare la storia vera di Aron Ralston, alpinista statunitense, e dell’ incidente che lo vide protagonista nel 2003.

Ad interpretare Aron l’ottimo James Franco, che dopo aver concluso la trilogia di Spiderman diretta da Sam Raimi sembra aver dato un’eccellente svolta alla sua carriera passando ad un tipo di cinema più “impegnato”. Cominciando dal 2007, con la sua partecipazione al film di Paul Haggis “Nella Valle di Elah”, seguita poi da quella in “Milk” di Gus Van Sant, fino al ruolo di protagonista in “Urlo” di Rob Epstein e Jeffrey Friedman. Percorso che lo sta portando sempre di più verso un inaspettato (almeno per me!) ma meritato successo (per chi non lo sapesse James Franco condurrà anche la prossima cerimonia degli Oscar insieme ad Anne Hatheway!).

Tornando a Danny Boyle, non era affatto facile per lui riproporsi a grandi livelli dopo un successone (immeritato) come "The MIllionaire", che gli ha fruttato ben 8 premi Oscar tra cui quello per la “Miglior Regia”. Ma “127 Hours” invece è un film solido e con un protagonista in grande spolvero.

Aron Ralston, Ingegnere Meccanico appassionato di alpinismo, durante un week-end decide di scalare il Blue John Canyon nello Utah, ma rimane vittima di un incidente causato dalla caduta di un masso che gli immobilizza completamente il braccio, intrappolandolo in un punto sperduto e profondo della montagna. Con poco cibo, poca acqua, e praticamente senza la possibilità di muoversi, Aron dovrà trovare il modo di cavarsela prima che sia troppo tardi.

Folla. Tantissima folla nei titoli di testa che aprono “127 Hours”. Brevi immagini con milioni di persone che piano piano si fanno da parte lasciando spazio al solitario protagonista. Un James Franco onnipresente nei panni di un giovane temerario munito di bicicletta, videocamera e zaino in spalla, pronto a dimostrarsi eroe prima, e poi costretto a fare i conti con se stesso, la sua vita e la morte. Una vita sviscerata a piccoli pezzi durante i svariati tentativi disperati del protagonista di liberarsi pronto a rischiare tutto pur di avere una seconda possibilità.

In uno scenario meraviglioso ma che presto diventerà orribile, Boyle ci trasporta in una storia angosciante, a tratti ansiosa in cui nessuno di noi vorrebbe mai trovarsi. Un film ben fatto e che molto probabilmente sarà tra i dieci nominati nella categoria “Miglior Film” ai prossimi Oscar.

Il film uscirà in Italia il 25 Febbraio 2011

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Monsters - La Recensione


Un film che ha fatto parecchio parlare di sé ultimamente è stato "Monsters", opera prima scritta e diretta dal giovane Gareth Edwards.

Girato a bassissimo budget, Monsters è un film fantascientifico in cui la civiltà umana è minacciata da un invasione aliena stabilitasi accidentalmente sul pianeta terra a causa della distruzione di una sonda spaziale precipitata al confine tra Messico e America durante il suo ritorno. In questo scenario post-apocalittico, un fotoreporter deve scortare la figlia del suo capo fino alla zona protetta Americana, superando la zona infetta che ricopre gran parte del territorio Messicano.

Considerando il budget a disposizione, a Monsters non c’è da rimproverargli proprio nulla. Aggiungendo che è un opera prima allora gli si può dire ancora meno. Nonostante tutto, il film non è un capolavoro (come si era detto da qualche parte!). E’ un opera interessante, ma niente di speciale.

Il suo problema principale è la mancanza di colpi di scena e soprattutto di suspance, cosa non da poco in questo tipo di film. Colpa soprattutto degli alieni che si vedono pochissimo e solo al buio, normale per un film low-cost in cui la legge primaria è risparmiare ma al pubblico, di questo, gli frega poco. Quindi il film diventa un viaggio/fuga dei due protagonisti da qualcuno che non sembra nemmeno poi così invadente, salvo ricordarci ogni tanto che in realtà è una vera e propria minaccia.

Neanche la crescita dei personaggi è buona. Di solito i viaggi nei film servono a far cambiare i protagonisti a livello interiore, in questo caso invece il cambiamento alla fine c'è, ma è poco giustificato nel corso della storia.

La cosa migliore arriva nell’ultima scena dove assistiamo all’unico vero momento di suspance-lungo, e a un’immagine molto affascinante con due alieni protagonisti.

Un ottimo esordio quello di Edwards, nonostante non lasci il segno. A questo punto sarà interessante tenerlo d’occhio per una seconda opera magari con un budget più alto. In ogni caso il ragazzo pare abbia buone qualità!

Il film uscirà in Italia il 4 Marzo 2011

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sabato 8 gennaio 2011

A Noi Ce Piace 'O Sud

Agli Italiani piace il Sud. O così pare, almeno dagli ultimi segnali che arrivano soprattutto dal cinema. Se “Benvenuti al Sud” in Italia é stato il film campione di incassi del 2010, il 2011 si è aperto all'insegna del pugliese Checco Zalone. Il personaggio creato da Luca Medici sta sbancando i botteghini di tutta Italia ed è in corsa per battere ogni record possibile relativo agli incassi e chissà chi riuscirà a fermarlo.
Tra due settimane, sarà la volta di Antonio Albanese, il comico lombardo ritorna al cinema e lo fa col suo personaggio più fortunato degli ultimi anni: Cetto La Qualunque, mafioso calabrese in ascesa politica. Il Vallanzasca di Placido già trema.
Prossimamente torneranno anche Ficarra e Picone, il duo siciliano che ha già calcato le sale cinematografiche con ottimi risultati. Anche loro discendenti dalla televisione e ormai non più una sorpresa per il grande schermo.

Un dato importante questo, che fa riflettere. Ormai la televisione sta diventando protagonista anche al cinema, ma soprattutto i personaggi che funzionano di più rappresentano caratteristiche del nostro paese non proprio positive. Zalone è l’italiano medio, ignorante e volgare, Cetto il politico mafioso e senza valori. Ritratti agghiaccianti, ma nel loro universo (l’Italia?) funzionano e fanno ridere alla grande.

I segnali ci sono tutti, il cinepanettone non è più il colosso invincibile che è stato negli ultimi anni, il vento è cambiato e la nuova tendenza oggi vede il meridione luogo migliore per far ridere gli italiani, i quali ringraziano e si dichiarano felicissimi di essere…

giovedì 6 gennaio 2011

Che Bella Giornata - La Recensione

L’inscindibile coppia “Nunziante-Medici (o Zalone fate voi) ci riprova. A un anno di distanza dall’inaspettato e fortunato successo di “Cado dalle Nubi” arriva “Che Bella Giornata”, il loro secondo film insieme.

Rispetto alla pellicola precedente è evidente che c’è più fiducia rispetto al personaggio di “Checco Zalone” al cinema, e grazie a un budget sicuramente più alto a disposizione, la messa in scena di “Che Bella Giornata” è notevolmente meno pacchiana di quella vista nel mediocre “Cado dalle Nubi”, mentre la storia, scritta ancora una volta a quattro mani da Luca Medici e Gennaro Nunziante, pur non essendo originale, è all’altezza di un prodotto che ha come unico scopo quello di far ridere.

Si rimane a Milano (come nel vecchio film), dove Checco è “impegnato” a lavorare per una piccola discoteca. Ma il suo sogno è diventare Carabiniere. Dopo la terza bocciatura in un anno però inizia a rivedere le sue priorità fino a diventare, grazie alla “solita” raccomandazione “italiana”, un membro della Security nel Duomo di Milano, in cui si è deciso di intensificare la sicurezza a causa del forte rischio attentati. Parallelamente infatti, una coppia di arabi fratello e sorella stanno progettando un attentato alla Madonnina e Checco potrebbe essere la pedina giusta per attuare il loro piano.

Un fenomeno. E’ questo ciò che sta diventando (o forse lo è già diventato) Checco Zalone in Italia. Un innocente meridionale che grazie alla sua ignoranza, la sua irriverenza e la sua ingenuità non si rende conto della cafonaggine che lo rappresenta, riuscendo a fare e a dire qualsiasi cosa senza offendere nessuno.
Un personaggio che in un anno è riuscito anche a trovare la sua dimensione all'interno di un mezzo così complesso come il cinema, molto diverso dalla televisione.

In questo film ha deciso di punzecchiare il nostro paese lanciando frecciate in ogni dove: dalla politica al lavoro dalla chiesa fino alla guerra, con la sua solita naturalezza e semplicità. Trovando anche il tempo di portarci nella sua meravigliosa Puglia, per mostrarci da vicino una cultura calorosa, ospitale e di manica larga.

Appoggiato da un cast di solidi caratteristi come il bravissimo Tullio Solenghi nei panni di un Vescovo, e soprattutto dal mitico Rocco Papaleo straordinario padre di Checco e improbabile arruolato in Iraq, che spera vivamente inizi al più presto la guerra per stare lontano dalla moglie.

E visto che si parla di partecipazioni ricordiamo quella straordinaria di Caparezza. Costretto dai numerosi agganci della “famiglia Capobianco” (parente di Zalone) a esibirsi ad un battesimo. Dove, per la prima volta, lo sentiremo uscire dal suo repertorio e cantare (controvoglia) “Sarà perché ti amo” dei Ricchi e Poveri e “Non Amarmi”, quest’ultima in uno splendido duetto “molto” pugliese.

So di esagerare ma siamo di fronte ad un capolavoro di comicità, un film del genere ci voleva proprio. Senza peli sulla lingua libero di dire tutto quello che gli passa per la testa su un paese, l’Italia, che invece di avere paura dei terroristi dovrebbe avere paura degli italiani, molto più pericolosi, e mentre ce lo dice noi ci ammazziamo dalle risate!

L'unica pecca del film la troviamo nel finale, dove assistiamo a un montaggio evitabile di tutti i momenti più romantici tra Farah e Checco, sotto le note di una canzone del film. Un montaggio da video musicale non all'altezza di un film che fino a quel momento aveva funzionato a dovere.


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martedì 4 gennaio 2011

Easy A (Easy Girl) - La Recensione

Olive, studentessa “anonima”, decide di mentire sulla sua verginità alla sua migliore amica. In poco tempo le voci sul suo conto la faranno diventare la più popolare del liceo. Avvenimento che inizialmente sembra essere positivo ma, a lungo andare, si rivelerà una vera e propria condanna.

La protagonista di questa gradevolissima commedia è la bellissima e simpaticissima Emma Stone, attrice già vista precedentemente come co-protagonista in film come “The Rocker” e “Superbad”.

Diretto da Will GluckEasy A” (che in Italia sarà “Easy Girl”) sembra avere come scopo principale quello di regalare grande visibilità alla Stone, che finalmente riesce ad avere un ruolo di rilievo in vista di quello che sarà il suo impegno più importante. La vedremo infatti nei panni di Gwen Stacy nel prossimo reboot di Spiderman.

Una versione moderna del romanzo di Nathaniel Hawthorne “La Lettera Scarlatta” omaggiato per gran parte della pellicola, perché è il libro che la classe di Olive sta analizzando, ma soprattutto perché anche lei, deciderà di portare su ogni vestito una “A”, come quella che fu costretta a portare Hester Hawthorne per aver tradito il marito. Entrambe quindi sono accomunate di essere colpevoli di reati non commessi che il popolo ha deciso di punire, ed entrambe hanno deciso di proteggere qualcuno. Se la Hester del libro proteggeva il reverendo che l’aveva messa incinta, la Olive del film ha il compito più complicato di proteggere molti dei suoi compagni che l’hanno “pagata/implorata” nei modi più disparati per fingere di essere stati con lei e innalzare la loro reputazione all'interno della società. Un gioco innocente che "non doveva far male a nessuno" e che invece porterà Olive alla disperazione e a chiedersi "che fine ha fatto il romanticismo?", quello che vedevamo (e vediamo) nei film (citati) e che sognavamo potesse esistere veramente.

La sorpresa che non ti aspetti, con una protagonista che non ti aspetti, supportata da due grandissimi attori come Stanley Tucci e Patricia Clarkson (nei divertentissimi panni dei strambi genitori di Olive), che fa sempre piacere vedere sullo schermo.
Non credo di esagerare se dico che questo film potrebbe diventare un piccolo Cult come lo è stato per “Mean Girls”, o forse anche di più.

Il film uscirà in Italia il 4 Marzo 2011.


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lunedì 3 gennaio 2011

Tron Legacy - La Recensione

Sam Flynn, molti anni dopo la misteriosa scomparsa del padre Kevin, viene informato di uno strano messaggio proveniente dalla sua vecchia sala giochi. Seguendo questi indizi verrà proiettato in un universo virtuale in cui non solo rincontrerà il padre scomparso ma sarà costretto a partecipare ad alcuni giochi che metteranno in serio pericolo la sua vita.

Dopo una presentazione di venti minuti alquanto deludente vista al Festival Internazionale del Film di Roma, prodotto da Walt Disney e diretto da Joseph Kosinski, regista alla sua opera prima, esce nelle sale “Tron Legacy”.
Per chi avesse visto il film del 1982 “Tron”, questo “Tron Legacy” può considerarsi a tutti gli effetti un seguito. Quelli (sicuramente molti) che non l’hanno visto, non si disperino, perche il nuovo film non richiede la visione obbligata del vecchio.

Detto questo, diciamo subito che rispetto a quello che si è visto a Roma, che non prometteva niente bene, il film è un pochettino meglio, ma non così tanto. A iniziare da un doppio Jeff Bridges che non lascia il segno, e per uno come lui è una notizia! La versione digitale infatti è quasi un fastidio per lo spettatore, si vede palesemente che il personaggio che teoricamente dovrebbe risultare reale è fatto al computer nonostante le poche inquadrature cerchino di nasconderlo il più possibile. Mentre quello “umano” è incastrato in un pessimo ruolo che gli concede troppo poco per mettersi in mostra positivamente. Proseguendo troviamo uno sprecato Micheal Sheen nei (brevissimi) panni di un antagonista molto singolare, nonostante cerchi di sfruttare al massimo il tempo a sua disposizione, la sua indiscutibile bravura stavolta non gli basta.

Per parlare di cose positive bisogna aspettare che si arrivi nel mondo della rete, un mondo costruito in modo affascinante e visivamente spettacolare per gli occhi, sfido chiunque a non innamorarsi di quelle splendide tutine nere di pelle corredate da neon celesti o rossi (se siete i cattivi!), che ricordano le magnifiche Lightsaber di "Star Wars". Sfido chiunque (e mi riferisco agli uomini!), anche a non innamorarsi di Olivia Wilde (la n°13 di "Dr. House"), che con gli inediti capelli mori a caschetto e la tutina di cui sopra, è veramente notevole, mai stata così bella!

E per concludere con le note positive non può certo mancare la colonna sonora firmata Daft Punk (protagonisti anche in un cameo nel film), perché se il mondo della rete è una gioia per gli occhi, la loro musica nel film è gioia per le orecchie.

Una sufficienza che sa di bocciatura. E’ questo che riesce a portarsi a casa “Tron Legacy”. Di possibilità di fare un prodotto migliore ce n’erano, a iniziare da una durata inferiore alle due ore (troppe in questo caso), che avrebbe giovato al ritmo del film specialmente nella parte finale in cui accusa una grave e pesante flessione.

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