IL SITO DEDICATO AL CINEMA IDEATO, SCRITTO E DIRETTO DA GIORDANO CAPUTO

lunedì 28 novembre 2011

Real Steel - La Recensione

Charlie Kenton (Hugh Jackman) è un ex-pugile di successo messo all’angolo con l’avvento degli incontri tra Robot, molto più violenti e spietati di quelli tra umani. Adeguatosi al mercato, si guadagna da vivere mettendo a disposizione i suoi robot da combattimento in strambi incontri per cui viene pagato anche abbastanza profumatamente. Il suo carattere troppo impulsivo però non lo aiuta a stare lontano dai guai e quindi dagli enormi debiti a cui deve fare fronte in seguito alle tante scommesse perse. Un giorno viene informato della scomparsa della sua ex-ragazza e chiamato in tribunale per sistemare l’affidamento di Max (un dolcissimo e bravissimo Dakota Goyo), il figlioletto di undici anni di cui non si è mai preso cura e non ha mai voluto sapere notizie. Resosi conto del grande desiderio da parte della sorella della sua ex di adottare il piccolo, Charlie pensa allora di trovare un accordo segreto col compagno di lei e vendere l’adozione di Max in cambio di centomila dollari. La sua proposta verrà accettata ma una clausola dell’accordo prevederà che il piccoletto passi l’intera estate insieme a suo padre.

Prodotto dalla DreamWorks e distribuito dalla Disney, due marchi che tendono spesso a viaggiare in parallelo ma che stavolta provano a prendersi per mano, “Real Steel” si presenta come il classico prodotto per famiglie in grado di restituire al pubblico esattamente quello che aveva promesso in partenza. Strutturato in maniera del tutto classica e schematizzata, il film di Shawn Levy non sorprende minimamente per originalità e si va a rintanare in rifugi più che sicuri senza rischiare mai nulla a livello narrativo e risultando man mano sempre più prevedibile. La sua mancata sfrontatezza però non gli impedisce di raggiungere comunque un risultato complessivo più che accettabile. Se gli si perdonano alcuni momenti un po’ troppo faciloni e discutibili nella prima parte della storia infatti il resto della pellicola si potrebbe dire viaggi quasi da solo, utilizzando un andatura costante da pilota automatico e dispensando momenti simpatici, divertenti e testosteronici prima di catalizzarci verso il più intramontabile lieto fine, con lacrimuccia al seguito, targato Disney.

Come è stato per “Transformers”, anche questa volta tra i nomi dei produttori è impossibile lasciarsi sfuggire quello di Steven Spielberg. Quel furbacchione di Steven deve aver capito benissimo quanto questi esserini meccanici attualmente attirino il pubblico in sala e sembra non voler farsi sfuggire alcun plot che li contenga. “Real Steel” è il tipico prodotto privo di rischi in partenza, forte di una presenza maschile di grande attrazione come Hugh Jackman e di una storia architettata per andare a toccare vari elementi in grado di avvicinare diverse categorie di pubblico.

Complessivamente nulla di eccezionale è vero, eppure questo genere di operazioni ancora oggi sanno fare benissimo il loro lavoro. Non ci sarà nessuno infatti, dopo aver visto il film, capace di criticarne il risultato. Sarà più semplice sorridere e convincersi che a volte bisogna avere il coraggio di pagare il biglietto senza avere la falsa pretesa di doversi impegnare troppo, perché in fondo il cinema è anche evasione, mentale e leggera.

Trailer:

mercoledì 23 novembre 2011

Scialla! - La Recensione

Durante l’ultimo Festival di Venezia una commedia italiana aveva fatto molto parlare di sé, convincendo praticamente tutti e portandosi a casa anche il premio della sezione “Controcampo”, quella dedicata alle nuove linee di tendenza del cinema italiano. La commedia in questione era “Scialla!”, opera prima dello sceneggiatore Francesco Bruni, il cui titolo -nel caso non fosse ancora abbastanza chiaro- fa riferimento al termine utilizzato nel linguaggio giovanile romano che significa tranquillità e non preoccupazione. “Stai Sereno” dice, approssimando un po', la locandina nel suo sottotitolo.

E’ lampante allora che la pellicola di Bruni si rivolga principalmente ad un pubblico giovane e adolescente, utilizzando, oltre al titolo, un protagonista quindicenne (Luca) disinteressato alla scuola e persuaso dalla delinquenza e dalla possibilità di guadagnare soldi facili attraverso loschi “lavoretti” di strada. Scorciatoia che dopo il grande successo di “Romanzo Criminale” e simili, sembra respirarsi sempre più frequentemente negli atteggiamenti dei ragazzi di oggi. E allora“Scialla!” si prende la briga di poterla dissacrare, servendosi di un elemento di lusso, se vogliamo, come Vinicio Marchioni, il Freddo di “Romanzo Criminale: La Serie”, e sopratutto di un antibiotico potentissimo come l’ex docente Bruno interpretato da Fabrizio Bentivoglio. L'attore milanese è chiamato ad interpretare il ruolo di un professore pigro e bislacco, ritiratosi dalle scuole pubbliche per non dover più soffrire uno stato di insopportazione nei riguardi degli alunni ma comunque disposto a fornire loro lezioni di ripetizione in privato mentre simultaneamente è occupato a scrivere biografie attinenti alle vite di alcuni celebri personaggi dello spettacolo.

Mediante la sua brillante figura, il rapporto padre-figlio mascherato alunno-insegnante tra Luca e Bruno intraprende una strada che penetra oltre i comuni stereotipi, scavando nel profondo di due culture lontane e vicine allo stesso tempo e superando contrasti e spazi per arrivare ad allontanare e a rinnegare quelle nuove e dannose tendenze che sempre più spesso plagiano moltissimi adolescenti (determinante la scena svelata durante i titoli di coda tra Bentivoglio e Marchioni). Per quanto infatti possa sembrare assurdo, il vero obiettivo di "Scialla!", quello che passa in sordina ma che invece vorrebbe essere udito a gran voce, è l'amore per il sapere e l'interesse per la cultura, ricchezza che in un paese come l'Italia sta perdendo via via la sua grande importanza ma in realtà dovrebbe essere caratteristica necessaria per aspirare ad avere un futuro.

L'assunto della paternità nascosta tra i due protagonisti, quella che a primo impatto sembrava destinata ad essere l'elemento più rilevante della storia, lascia volontariamente a questo punto il primato della narrazione, adagiandosi sullo sfondo e contribuendo ad essere solamente un surplus aggiuntivo e un mezzo al servizio del racconto. L'indietreggiamento però non gli impedisce affatto di raggiungere quella grande carica emozionale da restituire al pubblico e, attraverso uno scambio intelligente che dosa benissimo scene divertenti a scene più intense, la temporanea relazione tra l'insegnante e l'alunno muta con giusta scansione, raggiungendo la sua prevista chiusura attraverso una scena "epica" dichiaratamente evocativa.

La pellicola di Francesco Bruni si presenta quindi come una purissima boccata d'ossigeno per il nostro cinema e va a rimpolpare anche quel discorso riguardante i nuovi talenti. I lavori italiani degni di nota visti al cinema negli ultimi tempi sono stati tutti delle opere prime firmate da sceneggiatori passati alla regia o da nuovi autori emergenti, come ad esempio Gipi con "L'Ultimo Terrestre" (anch'esso a Venezia). Questo solo per risaltare quanto il nostro cinema, se consegnato in mano a gente capace e competente, possa ancora dire la sua su molti argomenti, preoccupandosi esclusivamente dei contenuti da trattare e senza badare troppo al tipo di linguaggio più idoneo da utilizzare.

Trailer:

sabato 19 novembre 2011

Cambio Vita - La Recensione

Probabilmente molti non ci avranno fatto caso, eppure la data d’uscita di “Cambio Vita” è slittata più di una volta in Italia. Non è una novità, capita spessissimo che un film, specie da noi, per motivi di distribuzione o di difficile collocazione debba uscire un periodo ma poi esca in un'altro o magari arrivi direttamente in home video. Ma i motivi dello slittamento alla seconda settimana di Dicembre di “The Change-Up” (questo il titolo originale) diventano del tutto comprensibili non appena si ha la possibilità di vedere la pellicola.

Quella che apparentemente potrebbe sembrare una commedia americana realizzata grazie a un canovaccio consumato fino all’osso, non risulta altro che l’esempio più acuto e riuscito di come gli americani potrebbero utilizzare la nostra ricetta del cinepanettone. E’ ovvio che l'imitazione, se si nota, è del tutto involontaria, e che un simile effetto nasce soprattutto dalla nostra esperienza visiva a un certo genere di pellicole, ma quello che ha realizzato David Dobkin, regista di “2 Single a Nozze”, con la sceneggiatura scritta da Jon Lucas e Scott Moore (sceneggiatori del primo “Una Notte da Leoni”) è un prodotto che fosse stato italiano, avrebbe sicuramente portato con sé il nomignolo di “cinetorrone” o roba del genere, finendo per diventare uno dei rivali di Christian De Sica al botteghino natalizio di quest’anno.

Fa uno strano effetto vedere Jason Bateman e Ryan Reynolds, due attori in ascesa nonché intelligenti nelle loro recenti scelte cinematografiche, essere protagonisti di un lavoro simile. Fortunatamente i due se la cavano piuttosto bene, uscendo collettivamente illesi da una messa in scena che se riesce a tenere in piedi fino all’ultimo, nonostante i numerosi e percettibili barcollamenti, è solamente per merito loro. Non è un’impresa semplice infatti continuare a vedere il film dopo essere stati sottoposti al penosissimo spettacolo del cambio pannolino iniziale seguito poi da altre trascurabili situazioni e scelte di sceneggiatura che scendono gradualmente verso la bassezza più incondizionata. Dei presupposti da accettare a priori però, dato che la banalità, la risata grossolana e le situazioni retoriche, stanno proprio alla base del prodotto di Dobkin e per questo vengono perseguite incessantemente fino ai titoli di coda e poste nel filo del racconto come fossero tanti piccolissimi sketch uniti da una sterile trama comune.

Gli elementi migliori perciò si intravedono soltanto ammirando quanto i due protagonisti siano bravissimi a scambiarsi le loro personalità, dopo essersi presentati nelle prime battute vittime di due stili di vita completamente contrari e desiderosi ognuno di vivere nella vita dell'altro. A questo proposito si fa interessante la prova di Bateman, il quale, da uomo ordinaro e sposato, deve interpretare lo sciupafemmine irresponsabile e recitare le vesti dello sfacciato, un ruolo che (se ricordo bene) non gli è mai stato concesso fino ad ora ma che l’attore dimostra comunque di possedere nel suo invidiabile bagaglio. Per Reynolds invece, sia vestire i panni del playboy sia quelli del brav'uomo non è poi una grande novità, da sex symbol qual'è ha già avuto modo di sperimentarsi in entrambe le figure e perciò il giudizio sulla sua prova può essere solo sufficientemente convicente.

E’ piuttosto chiaro insomma, “Cambio Vita” non è assolutamente una pellicola da consigliare o da non perdere. Però. Se siete amanti di un certo tipo di cinema abbastanza volgarotto e spicciolo o sentite il bisogno di staccare la spina per un paio d’ore, potrebbe essere una scelta di cui non vi pentirete poi così tanto. O ancora. Se state aspettando intrepidi di andare a Cortina con Christian De Sica & Co potreste scegliere questa commediola come leggero antipasto, alleviando leggermente quella spasmodica attesa che di questi tempi sta cominciando a farsi sempre più scalpitante. Ovviamente sempre sperando che la data d’uscita non dovesse slittare ancora una volta.

Trailer:

domenica 13 novembre 2011

Warrior - La Recensione

Quando si ha in mano una sceneggiatura perfetta, un regista capace e un cast di ottimi attori è molto più semplice realizzare un grandissimo film. Ancora meglio se regia e sceneggiatura portano con sé lo stesso nome, facilitando moltissimo sia il lavoro in fase di riprese che il mantenimento costante di un impronta stilistica conferita in fase di scrittura.

Deve averlo pensato anche Gavin O’Connor, dato che il suo nome in “Warrior” compare sin dal soggetto (scritto insieme a Cliff Dorfman), proseguendo nella sceneggiatura (scritta sempre con Cliff Dorfman e Anthony Tambakis) e arrivando fino alla regia. Una presenza regolare in un progetto seguito dalla fase embrionale fino allo sviluppo finale, e che ha portato, senza ombra di dubbio, a degli enormi frutti.

E’ irrilevante chiedersi se sia stato o meno il fenomeno “The Fighter” a ispirare la storia di “Warrior”, o magari il ritorno al successo di un genere che da anni sembrava essere andato leggermente sepolto mentre ora è prepotentemente tornato di moda, perché di fronte alla qualità tutti i discorsi effimeri passano velocemente in secondo piano. La storia struggente della famiglia Conlon è una delle drammatizzazioni migliori portate sul grande schermo negli ultimi anni. La pena, il dolore, l’adrenalina e il coinvolgimento emotivo che O’Connor trasmette con la sua gestione perfetta della narrazione fanno del film una macchina a orologeria impeccabile, in grado di non lasciare mai un centimetro di stacco allo spettatore e tenendolo incollato alla vicenda per l'intera visione di ben due ore e venti di proiezione.

Rimanendo in tema "The Fighter", c'è da dire che anche in questo frangente a fare da cardine nella storia c’è un conflitto familiare, quello di un padre ex alcolizzato (interpretato magnificamente da un grande Nick Nolte) che prova a recuperare il rapporto con entrambi i figli da anni allontanatisi da lui. Anche loro, però, non si parlano da tempo. Tutto a causa della scelta di Brendan (Joel Edgerton) di non aver seguito il fratello Tommy (Tom Hardy) quando questo da piccolo decise di fuggire con la madre (in seguito deceduta) per salvarla dalle violente mani del padre. Ma a fare incrociare forzatamente le loro strade ci penserà “Sparta”, il torneo di arti marziali miste al quale sia Brendan che Tommy decideranno di partecipare per tentare di risolvere i loro problemi economici ma che probabilmente diventerà anche l'unica possibilità per sistemare le loro grosse opposizioni.

Ecco, se c'è un’altra cosa irrilevante in “Warrior” è conoscere anticipatamente o meno lo svolgimento della storia. Se avete avuto l'opportunità di vedere il trailer, avrete fatto caso che questa è praticamente raccolta tutta al suo interno. Chiara e scontata. Perché non è importante sapere chi vincerà il torneo e chi no a fare della pellicola la sorta di capolavoro oggettivo che è, ma sono il carico di emozioni che questa riesce a smuovere nello spettatore nel corso del suo cammino, minuto dopo minuto, scena dopo scena, i concreti punti di forza.

Il filo più drammatico del racconto, quello che racconta il conflitto fraterno misto a quello paterno, copre la totale superficie della narrazione, dimostrandosi elemento di maggiore interesse del suo regista. Ma i fanatici del testosterone avranno comunque modo e maniera di rifarsi ampiamente, godendosi gli ultimi quaranta minuti (circa) finali dove i combattimenti senza esclusioni di colpi diventeranno i protagonisti assoluti che ci accompagneranno verso un finale pregevole e profondamente toccante.

Costruito a pennello sulla superficie muscolosa di due protagonisti bravissimi a fornire la recitazione fisica adeguata all'ossatura della storia, diversificati in scena attraverso il netto contrasto con cui scelgono di affrontare combattimenti e avversari, il film di David O'Connor, con grande intelligenza e astuzia, entra di diritto tra i migliori dell'anno, portando a casa il pregio di essere uno dei pochi a fare incollare i nostri occhi allo schermo prima e a portarsi dietro anche tutto il resto del corpo poi.

Trailer:

mercoledì 9 novembre 2011

Midnight in Paris - La Recensione

Woody Allen sta invecchiando, e lo sa.
Come tutti i grandi autori e registi che si rispettino è inesorabile che a un certo punto la volontà di tirar giù le somme di una lunga e faticosa esistenza diventi un bisogno praticamente necessario. E in questo senso Allen ha iniziato già da tempo un suo percorso personale, basti pensare a “Incontrerai l’Uomo dei Tuoi Sogni” per esempio, che affrontava nella sua tematica principale la possibilità di riuscire a vivere una vita in costante serenità proponendo come soluzione finale un espediente del tutto opinabile e soggettivo.

Sono i pensieri e le teorie di un uomo vissuto, consapevole di essere prossimo alla via del tramonto e che non a caso proprio negli ultimi anni ha incrementato la volontà di viaggiare (lo so, ma concedetemi lo stereotipo!), staccandosi regolarmente dalla amata New York e andando a toccare molte tra le più importanti mete europee. Così, dopo la lunga parentesi Londinese e il breve passaggio a Barcellona, adesso arriva tempestivo il momento di atterrare a Parigi.

Per un amante dichiarato della magia, non poteva esserci locazione migliore in cui ambientare una storia magica e romantica come quella di “Midnight in Paris” e in questo senso la pellicola, oltre ad essere un omaggio esplicito a una città romantica per eccellenza, a conti fatti sembra essere principalmente un vero e proprio omaggio che il regista newyorkese ha voluto fare a se stesso.

E allora non è un caso se la parte più favolistica e più coinvolgente del racconto può svilupparsi esclusivamente in piena notte, unico momento in cui Gil, ex sceneggiatore di Hollywood alla ricerca dell’ispirazione per il suo primo romanzo, ha l'opportunità (trovandosi in una determinata via di Parigi e in un determinato punto preciso ogni notte a mezzanotte spaccata) di salire su una strana carrozza, che regolarmente passa ad offrirgli un passaggio, per riportarlo indietro nel tempo. E’ l’avvio di un viaggio che ci riconduce a ritroso fino agli anni ’20, epoca in cui da sempre proprio Gil (Owen Wilson) avrebbe voluto vivere, mostrandoci delle riproposizioni molto caricaturali e ironiche di alcuni maestri della scrittura e della pittura del passato (Ernest Hemingway, Gertrude Stein, F. Scott e Zelda Fitzgerald, Pablo Picasso) ma soprattutto la visione sconvolgente della bellissima Adriana (Marion Cotillard), donna che farà perdere la testa a Gil tanto da fargli mettere in discussione l'imminente matrimonio (al presente) con la fidanzata Inez (Rachel McAdams) e non solo. Perché i continui e assidui salti temporali, insieme alle discussioni con i "nuovi amici", saranno determinanti per schiarire dalla mente di Gil i numerosi dubbi e appannamenti che prima della sua incredibile esperienza non sembravano poi nemmeno così evidenti, ciò farà si che la visione della sua vita "reale" diventi molto più definita, subendo nel finale l'importante rettifica risolutiva.

L’identificazione di Allen con i personaggi principali delle sue pellicole è una ricerca che ultimamente va sempre eseguita e che spesso risulta anche essere involontaria. Uscito di scena da qualche anno, è palese che l’unico modo per rimanere a contatto con le sue storie Woody lo abbia trovato trasferendo la sua personalità all’interno dei protagonisti. Quindi, come fu per Larry David in “Basta che Funzioni”, questa volta tocca a Owen Wilson fare da specchio. L’attore di “2 Single a Nozze”, per moltissimi degli aspetti caratteriali del suo personaggio, incarna alla perfezione la copia sputata del suo regista. La figura di Gil uomo, in tutte le sue sfaccettature (convinto di vivere in un epoca a lui distante, in continua ricerca di un radicale cambiamento, pieno di insicurezze, apparentemente superficiale, incline all’innamoramento, romantico, ironico, impacciato e infine sceneggiatore apprezzato ma stanco della politica hollywoodiana) è un pieno carico di riferimenti che possono rimandare tutti ad una sola e unica persona.

Come da tempo ci ha abituato Woody Allen si ripresenta di nuovo annnualmente e in orario, ma questa volta con una lucidità maggiore rispetto all’ultima. “Midnight in Paris” è un affresco affascinante di una incantevole Parigi, dove un uomo travolto dalle incertezze della propria vita, ritrova, grazie a un pizzico d'incanto, la giusta strada per rintraccciare se stesso e accettare con positività incoraggiante la difficile realtà del presente come sola e unica verità.

Trailer:

sabato 5 novembre 2011

Festival Internazionale del Film di Roma 2011: Conclusioni


Si è svolta ieri pomeriggio la cerimonia di premiazione che ha sancito la fine della Sesta Edizione del Festival Internazionale del Film di Roma (per saperne di più potete cliccare qui).

Dal Bilancio Parziale di pochi giorni fa ad oggi non ci sono stati poi grandissimi cambiamenti. Durante le ultime battute sono passati alcuni titoli che hanno alzato leggermente l'asticella della qualità artistica, mi riferisco in particolar modo a "Un Cuento Chino" (vincitore del Festival) e soprattutto a "My Week With Marilyn" (notevolissimo). Purtroppo però il giudizio complessivo sulle pellicole passate quest'anno rimane comunque del tutto basso.

Si parlava inizialmente di una manifestazione tutta al femminile, Pink Carpet dicevano, ma la sensazione invece è stata abbastanza diversa. Sulla carta quello che sarebbe dovuto essere il Festival delle donne a conti fatti è stato il festival in cui proprio le donne hanno rappresentato uno dei maggiori punti deboli, penso per esempio a Marina Spada piuttosto che a "The Lady" (film d'apertura), entrambi tornati a casa con due pienissime bocciature. Più giusto dire magari che sia stato il Festival della commedia. "A Few Best Men" ha aperto le danze, "Mon Pire Cauchemar", "Hysteria", "Butter", "Un Cuento Chino" e, a suo modo, anche "Hotel Lux" le hanno continuate a dovere. Tutte commedie di buonissimo livello e persino in grado di poter piacere ad un pubblico vasto ed eterogeneo.

Tuttavia, sono comunque i rimpianti a rimanere i principali protagonisti.
In cima, una sterile Masterclass presieduta da Michael Mann. L'attesissimo incontro col regista, oltre a essere stato molto banale e noioso ha evidenziato una pochezza di reali contenuti nelle domande, spazzata via solamente nei minuti finali con lo spazio (minimo) lasciato al pubblico, il quale, presa parola, ha dimostrato di saper sollevare questioni molto più interessanti per tutti i presenti.

Sull'argomento "Cinema Italiano" c'è ben poco da dire, nel senso che è tutto ormai troppo scontato. "La Kryptonite Nella Borsa" non può di certo considerarsi un film, il filo conduttore di una storia è completamente assente. Pupi Avati è il solito, "Il Mio Domani" è un epopea di noia e sonno mentre Pippo Mezzapesa col suo "Il Paese Delle Spose Infelici" sembrava essere riuscito per alcuni istanti a trovare una strada interessante, salvo poi smarrirsi anche lui durante il viaggio. Nemmeno l'italiano esiliato all'estero Roberto Faenza, sebbene tra le mani avesse un racconto più che interessante ("Un Giorno Questo Dolore Ti Sarà Utile" di Cameron Peter) e un cast internazionale di tutto rispetto, è stato capace di realizzare una pellicola degna di nota. Solamente "L'Industriale" di Giuliano Montaldo, attraverso uno straordinario Pierfrancesco Favino può considerarsi leggermente salvo.

L'impressione è che tutto sia stato organizzato in fretta e furia all'ultimo secondo, con la mancata presenza di valide proposte. E' stata tanta, troppa la mediocrità. Due passi indietro rispetto all'anno scorso. Per un Festival nato da poco e che deve cercare di farsi largo tra gli altri "concorrenti" molto più preparati e navigati di lui, non può certo essere questo il cammino giusto da intraprendere. Se non si dovesse riuscire a invertire al più presto la rotta è molto probabile che il numero di coloro che da anni si stanno chiedendo se sia veramente necessario avere un Festival del Cinema a Roma aumenti vertiginosamente. E a quel punto la domanda inizierebbe davvero ad avere più di un senso.

Per chiudere l'argomento, la mia Top 6 personale:
("e sono sei perché ho deciso così !"):

1) My Week With Marilyn
2) Like Crazy
3) Hotel Lux
4) Un Cuento Chino
5) Tyrannosaur
6) A Few Best Men

giovedì 3 novembre 2011

Cosa Piove Dal Cielo? - La Recensione

Nel corso della sua romantica proposta di matrimonio, il povero Jun (Ignacio Huang) assiste imperterrito alla morte della fidanzata causata da una grossa mucca caduta dal cielo. Infelice e addolorato fugge in Argentina, terra di cui non conosce nulla, alla ricerca di uno zio che vive lì da anni, ma anziché trovare lui incontra Roberto (Ricardo Darín), non esattamente la persona più piacevole del mondo.

Una partenza a dir poco assurda e inaspettata per mettere in moto un racconto.

E in effetti è proprio dalle assurdità che "Cosa Piove Dal Cielo?", film spagnolo diretto da Sebastian Borensztein, basa gran parte della sua divertente e coinvolgente storia, tramite lo scontro tra due entità simili ma allo stesso tempo diverse e entrambe bisognose di ripartire da un nuovo inizio ma allo stesso tempo incapaci di riuscire a farlo per via di un passato ancora eccessivamente ingombrante.

Dalla difficoltà di dialogare e dalla diversità caratteriale dei due personaggi, "Cosa Piove Dal Cielo?" forgia la sua vera e propria arma di forza, gestendo alla perfezione momenti divertenti di alta classe mescolati ad alcuni più o meno drammatici e a mezzo sorriso. Il controsenso è parte fondamentale della pellicola ed è lo stesso motivo per cui i due estranei amici riescono, senza nemmeno rendersene conto, ad instaurare un rapporto solido d'amicizia pur non avendo mai tra loro un reale scambio di ideali (Jun non parla una parola di argentino mentre Roberto non parla una parola di cinese).

Saranno le esperienze vissute insieme durante quella breve parentesi caotica e improbabile a legare inscindibilmente le loro lesioni, così da cicatrizzarle una volta per tutte e infine superare, quel tortuoso stato mentale che impediva a entrambi di riprendere in mano la loro vitalità.

Sotto questi aspetti Borensztein compie un lavoro di fino, divertendo e riscaldando il cuore di tutti coloro che di fronte a una storia tanto paradossale non possono fare altro che stare al gioco e attendere ansiosi di arrivare a conclusione. Una furbata decisamente ben riuscita, con l’unico effetto collaterale di non far più ridere troppo di gusto chiunque un giorno dovesse trovarsi a leggere un fatto di cronaca nera legato a una mucca caduta dal cielo piuttosto che a un asino volante. Da oggi, in quel caso, sarebbe corretto tenere a disposizione una lacrima di scorta.

Trailer:

mercoledì 2 novembre 2011

Marilyn - La Recensione

Il regista Simon Curtis si avvale del corpo di una bravissima Michelle Williams (nominata all'Oscar) per far rivivere sulla scena il grande mito di Marilyn Monroe

Sfruttando le prime esperienze di Colin Clark (Eddie Redmayne), un giovane terzo aiuto regista aspirante al mestiere reclutato quasi per caso sul set del film “Il Principe e la Ballerina”, viene dipinto un ritratto soggettivo ed esplicito di una Marilyn in piena ascesa di carriera e portatrice sana di una presenza a dir poco ingombrante.

Visto dall’interno, quello della donna più bella e più amata del mondo non sembra essere stato affatto un ruolo semplice da sostenere per Marilyn Monroe. Se si mettono da parte le poche occasioni in cui la diva utilizzava la sua immagine popolare per divertirsi con i fan, il peso enorme di ciò che era diventata agli occhi di tutto il mondo era più simile a una maledizione che a una benedizione. L’essere vittima di un immagine troppo pesante e voluminosa per una donna fragile quale era, aveva scatenato un contraccolpo emotivo assai gravoso nei confronti della sua personalità. Una donna piena di debolezze, questo era veramente Marilyn Monroe, considerata addirittura distruttiva per chiunque sostasse troppo al suo fianco. Il regista e attore Laurence Olivier (un Kenneth Branagh favoloso) nel corso delle riprese lo capisce al volo, arrivando per un momento anche ad odiare fortemente gli atteggiamenti da star dell’attrice combinati alle continue destabilizzazioni.

Simon Curtis però preferisce dipingere Marilyn rimanendo fermo negli occhi e nell'esperienza del giovane Colin, demolendo così l'immagine popolare e risaltando quella principalmente intima, tratteggiando una persona incapace a vivere sola con se stessa e quindi in costante ricerca di qualcuno desideroso di prendersi cura di lei.

Nel lato insicuro però, traspare in modo molto sincero, anche l'amore dell'attrice nei confronti della recitazione. Sebbene moltissimi la considerassero esclusivamente un innesto di sensualità, la Monroe teneva immensamente al suo mestiere e aveva persino adottato una coach personale con cui esercitarsi per migliorare.

Tratto da una storia vera e interpretato in modo eccellente da un ottimo cast d'attori, una eccezionale Michelle Williams in particolare, “Marilyn” diventa un'accuratissima raffigurazione di una donna dal carattere difficile e ingestibile ma comunque conscia della sua immensa grandezza e di quanto questa potesse creare difficoltà sproporzionate nei confronti di altri. Ciò non gli ha impedito comunque di essere amata da tutti, e qualunque uomo, benché a conoscenza della sventura a cui andava incontro, era sempre ben disposto a rimetterci il cuore pur di starle accanto.

Trailer: