IL SITO DEDICATO AL CINEMA IDEATO, SCRITTO E DIRETTO DA GIORDANO CAPUTO

venerdì 28 novembre 2014

Scemo & + Scemo 2 - La Recensione

Quando si soffre di deficit mentale e si è fisicamente impossibilitati a comprendere o a ragionare, non esiste alcuna cura e alcun assistente che possa limitare o aggiustare le cose, tantomeno lo scorrere della vita o del tempo.
Questo almeno per come la vedono i fratelli Peter e Bobby Farrelly.

Harry e Lloyd venti anni dopo perciò - segni del tempo a parte - non potevano che essere gli stessi di venti anni prima, se non addirittura peggio per via di un logoramento attribuibile più al fattore noia che ad altro. Ma "Scemo & + Scemo 2", dopo aver tranquillizzato i fan e sottolineato i segnali di un'amicizia stabile, mantenuta negli anni, li rimette immediatamente all'avventura, inseguendo per giunta lo stesso canovaccio con cui in passato era riuscito a far ridere e a conquistare migliaia di spettatori e immolandosi contro ogni logica alla ricerca di un bis rischioso tanto quanto stimolante.
Jim Carrey e Jeff Daniels dal canto loro dimostrano di non aver mai abbandonato veramente i legami stabiliti con i loro personaggi, ritrovandoli sin dal primo fotogramma e intercettando senza alcuna fatica quella comicità demenziale e dissacrante che entrambi, per motivi diversi di carriera, avevano leggermente messo da parte o diluito.

Ma messa così tuttavia, la traiettoria disegnata da "Scemo & + Scemo 2" parrebbe cosparsa solamente da rose e da fiori: gli esiti di un sequel perfetto, riuscito ed azzeccato. Eppure qualcosa all'appello in realtà manca, qualcosa che, a dirla tutta, sfugge ai fratelli Farrelly da qualche decennio a questa parte. Ci riferiamo a quella scintillante vena umoristica, ridotta oggi a qualcosa di sostanzialmente scarico e stanco, e che si pensava potesse tornare a splendere almeno un pochino attraverso quello che per loro era - cinematograficamente parlando - uno storico ritorno alle origini. Riavere a disposizione due fenomeni da palcoscenico come Jim Carrey e Jeff Daniels però non sembra essere stato troppo d’ispirazione per i due registi, che riescono a mettere in piedi solamente una storiella dalle fondamenta piuttosto instabili, insieme a una dose massiccia di scenette appena divertenti e un campionario di battute di riscaldamento da sparare, per fortuna, al momento giusto. Troppo poco sinceramente per tentar di scacciar via o di mascherare una crisi profonda ormai appurata, risolvibile magari con un piccolo sforzo in più, attraverso l'inserimento di quel paio di affondi umoristici ben congegnati e un maggior principio di coesione e accortezza da applicare alla storia principale: due qualità che oggi stentano a farsi vedere, ma che invece erano assai presenti nella loro prima parte filmografica.

Sta di fatto che avere talenti comici puri a guidare la baracca alla fine paga sempre e, grazie ai suoi assi, "Scemo & + Scemo 2" pur non potendo neppure immaginare di sfidare il suo capostipite, riesce a portare a casa quel consenso affettivo bastante, figlio di una rimpatriata comunque gradevole e accettata.
Un contentino, in fin dei conti, tutt'altro che da scartare.

Trailer:

Star Wars: Il Risveglio Della Forza - Teaser Trailer Italiano


Le prime immagini della pellicola più attesa del momento: "Star Wars: Il Risveglio Della Forza".
Come promesso nei giorni scorsi il teaser trailer italiano è stato finalmente rilasciato (con il largo anticipo di più di un anno dall'uscita ufficiale) e ci mostra rapidamente i volti dei protagonisti principali del film diretto da J.J. Abrams in uscita il 5 gennaio 2016. A voi lo spettacolo...

Teaser Italiano:

giovedì 27 novembre 2014

St. Vincent - La Recensione

L'immagine del vecchio burbero introverso, ostile con tutti e relegato a vivere tra smorfie di disapprovazione e bicchiere di alcool in mano, sta diventando uno stereotipo cinematografico ricercato e assai sfruttato. Il motivo è molto semplice: sdoganata con successo da Clint Eastwood in "Gran Torino", la formula dell'anziano arrabbiato col mondo, costretto alla relazione forzata (o relativamente forzata) con ciò che solitamente odia di più, o comunque non sopporta, può rivelarsi una strategia assai utile per dare adito a storie di riscatto e di crescita, dal forte tasso drammatico così come comico.

La strada scelta da Theodore Melfi per la sua opera prima è decisamente la seconda, con Bill Murray a fare da protagonista e a mettersi sulle spalle una pellicola che certamente non segnala nulla di rimarchevole, ma anzi si appoggia pigra a molto del già visto, del già sentito e del già detto. Eppure a "St. Vincent" non manca nulla, sulla carta, per affermarsi commedia esilarante e ottimamente preparata, neppure quella dose di furbizia a cui sporadicamente si aggrappa per non cadere e restare in piedi nei momenti più difficili, un attitudine comodissima, ma che tuttavia non riesce ad estendere nell'ambito della scrittura, dove invece Melfi (anche sceneggiatore) appare molto approssimativo e prescioloso, specie per quanto riguarda la risoluzione delle sottotrame e l'approfondimento del background dei protagonisti. Come se neanche se ne accorgesse infatti, il tempo eccessivo con cui decide di intrattenersi nelle battute iniziali della sua opera gli viene a mancare come acqua nel deserto nell'intera parte centrale, dove non riesce a muoversi con la dovuta serenità, piegandosi e accartocciandosi su sé stesso pur di non tardare all'arrivo.

Finché a tenere banco è il rapporto tra Murray e il piccolo Jaeden Lieberher (bravissimo e interessante promessa) perciò la situazione appare piuttosto stabile e sostenibile a livello scenico, ma quando a entrare in gioco arrivano i problemi personali e segreti dei due protagonisti - la moglie di Murray rinchiusa in un istituto e Melissa McCarthy alle prese con il marito che la cita in giudizio per l'affidamento del figlio - la pellicola comincia a soffrire della paura di non riuscire ad avere minutaggio a sufficienza per gestire al meglio ogni suo micro-conflitto, entrando quindi in confusione per poi accelerare improvvisamente e tagliare corto laddove c'era la necessità di andare lunghi e scavare. Su che fine fa il personaggio di Terrence Howard e su come si conclude la sua sottotrama allora resta il mistero assoluto, e lo stesso vale per ulteriori piccoli dettagli rilevanti (qual'è stata l'ultima goccia che ha costretto Murray a diventare così scorbutico?) di cui viene appena accennata presenza e mai affrontata la questione.

Complessivamente quindi "St. Vincent" è tutt'altro che compiuto, al massimo una bozza semi-definitiva a cui dover limare e aggiustare ancora qualche dettaglio prima di entrare in produzione. E un finale piuttosto commovente, insieme a un cast equilibrato e variegato, purtroppo non gli bastano per coprire quei dislivelli narrativi che alla lunga paga e che gli pregiudicano una resa globale che, infine, è poco più che accettabile e piacevole.

Trailer:

mercoledì 26 novembre 2014

Jurassic World - Trailer Ufficiale Italiano


E' finalmente arrivato il trailer ufficiale italiano di "Jurassic World", il quarto capitolo della saga "Jurassic Park" diretto da Colin Trevorrow e interpretato da Chris Pratt, Bryce Dallas Howard, Ty Simpkins, Nick Robinson, Irrfan Khan, Vincent D’Onofrio, Jake Johnson, Omar Sy, BD Wong e Judy Greer. Sarà nei nostri cinema da giovedì 11 giugno 2015, qui sotto le immagini.

Trailer Italiano Ufficiale:

Magic In The Moonlight - La Recensione

E' un Woody Allen che ricalca sé stesso quello che troviamo in "Magic In The Moonlight", che torna a mettere in discussione la vita, il suo senso, e lo fa sempre attraverso il trattamento di un occulto, per molti possibile e per molti altri meno. La vera notizia tuttavia è che la sua lucidità e la sua brillantezza finalmente tornano a mettersi in moto e a splendere, ostentando voglia, ma soprattutto bisogno di ricominciare a far ridere di gusto, abbracciando il pubblico.

Come nel piuttosto recente "Incontrerai L'Uomo Dei Tuoi Sogni" allora, a fare da spina dorsale a "Magic In The Moonlight" è il classico dilemma esistenziale in cui ci si interroga sulla presenza di qualcosa di sovrannaturale capace di andare oltre quel reale a noi comprensibile e, spesso, poco soddisfacente. La risposta da parte sua Allen l'aveva già fornita in più di un occasione, ma nonostante ciò non disdegna l'opportunità di rimettersi in discussione, provando a smentirsi e ammorbidendosi un pizzico. Perché, in fondo, come per il personaggio cinico e pieno di sé interpretato da Colin Firth (palesemente alter ego del regista), alla sua età, al vecchio Woody, non spiacerebbe affatto scoprire di avere sempre avuto torto, trovare qualcuno in grado di smentirlo e, magari, fare la figura dello stolto di fronte al suo pubblico in cambio di una prospettiva più felice e alta dell'esistenza. La buona volontà ce la mette, quindi, Allen, e per qualche istante da pure la sensazione di essere riuscito per davvero a trovare la svolta per cambiare (o sfumare) alcune delle sue opinioni e concetti riguardanti la religione, la filosofia e la scienza, salvo poi rendersi conto all'improvviso di risultare ridicolo a sé stesso e riprendere coscienza, virando quella che poteva essere una eventuale ritrattazione in una semplice romantic-comedy che fa da cuscinetto a lui e da soffice coperta calda a noi.

La parabola su sfondo anni '20 dello Stanley protagonista infatti, prima di risolversi in un finale tendenzialmente buonista e smielato, ci pone di fronte a una figura umana fredda ed arrogante, riluttante verso il prossimo, specialmente quando questo appare incline ad ingannare o a voler essere ingannato da qualsiasi altra persona non sia lui stesso: illusionista di professione, acclamato nel mondo. Una personalità dominata da raziocinio e logica dunque, calcolatrice, lontana dall'uomo carne e ossa e assai più vicina all'automa: per questo difficile se non impossibile da penetrare e scaldare. L'estremizzazione più determinata e altezzosa di Allen, insomma, costruita appositamente dal regista attraverso il solito processo di autoanalisi per rendere ancora più netto il contrasto successivo in cui - per via di una Emma Stone incantevole e (forse) genuina veggente - quell'armatura che appariva solida e saldata al corpo, viene smontata pezzo dopo pezzo, lasciando entrare spiragli di luce in un anima fino a quel momento reclusa se non addirittura assente. Un miracolo che Allen si concede per  provare, almeno nella finzione, a convivere e ad avere un confronto con quella fede che sente il bisogno di esplorare da capo a piedi prima di rinnegare completamente in via definitiva, raggiungendo quella pace interiore da tempo inseguita, ma non integralmente conquistata.

Illudere noi stessi però è l'errore più grande che potremmo commettere e questo Allen lo sa meglio di chiunque altro. Per cui se alla fine non se la sente di chiudere entrambi gli occhi e proseguire il viaggio verso quella che poteva essere la sua redenzione divina, se preferisce restare fedele al suo percorso e al suo credo e ribadire la sua testardaggine ad ogni costo, per noi è, oltre che comprensibile, anche un discreto sollievo. Pensare che la vecchiaia potesse aver appianato i suoi punti di vista e cambiato quelli che erano i suoi capisaldi, sinceramente sarebbe stato un qualcosa con cui avremmo fatto fatica a convivere e a ragionare.
Noi Woody lo preferiamo così come abbiamo imparato a conoscerlo, grandemente cinico e pungente nei confronti della vita e dolce sognatore, romantico nei confronti dell'amore: la sola magia che sa renderci umani e in cui ciecamente tutti crediamo.

Trailer:

sabato 22 novembre 2014

I Pinguini Di Madagascar - La Recensione

Uno spin-off interamente dedicato ai pinguini di "Madagascar" non solo era nell'aria, ma anche già stato venduto a un bel pezzo di pubblico che da tempo immemore non stava aspettando altro. Ragion per cui, mettersi a indugiare troppo sul come realizzare un prodotto tanto atteso sarebbe stato assai controproducente e imprudente, poiché avrebbe solamente ritardato a stabilire il quando, mettendo a rischio l'esaltazione generale.

E quindi, bruciata ogni tappa, "I Pinguini Di Madagascar" arrivano finalmente ad occupare un palcoscenico tutto loro, uno spazio lungo un film, dove poter mostrare la loro frizzante simpatia senza limiti e senza intralci, sbizzarrendosi con operazioni pirotecniche ad alto rischio e disordini implacabili. Già, eppure la cosa sembra portare con sé un suono meno intonato del previsto, forse per colpa di una storia che pare esser stata tirata via per i capelli, forzata e scopiazzata da un mix di prodotti d'animazione preesistenti, che travalicano addirittura la stessa mamma DreamWorks, arraffando ovunque senza incertezze. Così, quel palcoscenico che credevamo dovesse appartenere a tutti i costi a quegli irresistibili, dolci animaletti, appare improvvisamente enorme e sprecato, immenso per chi è abituato a incursioni prive di ogni promessa, nonché controproducente al punto da mandarli in difficoltà, evidenziandone limiti e bisogni, tra cui il principale di avere al fianco un protagonista carismatico e stra-definito.

Sbuca perciò lo spettro ingombrante dell'operazione puramente commerciale e priva di impegno dietro "I Pinguini Di Madagascar", unito a braccetto con l'inevitabile conseguenza di rivelarsi prodotto non all'altezza di un universo assai elaborato e complesso come quello cinematografico. Allo stesso modo di come accadde per il "Planes" della Disney, ci troviamo di fronte a qualcosa che in tempi meno voraci e sospetti non avrebbe superato i confini della televisione o dell'home video, luogo in cui senz'altro ambizioni e dimensioni essendo ridotte ne avrebbero messo meno in contrasto deficit e carenze. Frangenti negativi di cui sono a conoscenza gli stessi autori, i quali neppure provano a mascherare un risultato visibilmente fiacco, ma anzi si limitano a girare attorno a quei sketch e a quelle battute comiche rodatissime, di cui ben sanno sia la presa che l'effetto. Tuttavia questo giocare di rimessa non porta mai a conquistare affondi convincenti o apprezzabili, scaricando le armi a disposizione della pellicola prima ancora che questa raggiunga la sua metà e rimanendo con un pugno di mosche in mano per tutto il terzo atto, conclusione compresa.

Nulla di nuovo all'orizzonte dunque, a parte l'abbassamento costante del genere animazione che, anno dopo anno, per aumentare la scelta, procede a eliminare filtri e a far passare ogni materiale grezzo utile a portare quel minimo, accettabile di incasso e successo.
Per coloro abituati e cresciuti con i classici Disney di anni ottanta e novanta ciò è ancora complicato da mandare giù, per i più piccoli però sarà sicuramente l'ennesima festa.

Trailer:

venerdì 21 novembre 2014

Come Ammazzare Il Capo 2 - Nuovo Trailer Italiano


Disponibile il nuovo trailer italiano di "Come Ammazzare Il Capo 2", il nuovo film di Sean Anders con Jason Sudeikis, Jason Bateman, Charlie Day, Chris Pine, Christoph Waltz, Kevin Spacey, Jennifer Aniston e Jaime Foxx, al cinema da giovedì 8 gennaio 2014.

Trailer Italiano Ufficiale:


Sinossi (Ufficiale):
Stufi di dover sempre rispondere agli ordini dei piani alti, Nick (Bateman), Dale (Day) e Kurt (Sudeikis), decidono di mettersi in proprio e diventare i capi di loro stessi. Ma un cinico investitore manderà da subito all’aria i loro piani. Senza futuro, disperati e senza alcun possibile ricorso legale, i tre aspiranti imprenditori mettono in atto un piano maldestro: rapire il figlio maggiore dell’investitore e chiedere come riscatto,
di riprendere il controllo della loro azienda.

Un Natale Stupefacente - Trailer Ufficiale


Il primo trailer ufficiale di "Un Natale Stupefacente", commedia di Natale con Lillo, Greg, Ambra Angiolini, Paolo Calabresi, Paola Minaccioni, Riccardo De Filippis, Francesco Montanari, Niccolò Calvagna, diretta da Volfango De Biasi e prodotta da Aurelio De Laurentiis.

Trailer Ufficiale:

giovedì 20 novembre 2014

Simona Marchini in "La Mostra: Confessioni Semiserie Sull'Arte" - La Recensione


Ve la ricordate la comicità di una volta? Quella che in televisione oggi vediamo solo in filmati di repertorio, malinconici e impolverati, mentre ripetiamo a noi stessi la fatidica frase: questi si che erano bei programmi!
No?
Bè, è il genere di comicità che Simona Marchini fa rivivere a teatro, con il suo "La Mostra: Confessioni Semiserie Sull'Arte", uno spettacolo in cui si racconta generosa e parziale, sullo sfondo di una galleria d'arte spoglia e deserta, da cui lentamente prende ispirazione per sciogliere la briglia e impadronirsi della scena.

Nel suo spettacolo però non si parla d'arte, o meglio la si cita senza mai prenderla troppo sul serio. A rivivere infatti attraverso la vaga riproposizione scenica de La Nuova Pesa - galleria d'arte di famiglia Marchini - sono i momenti più interessanti e ironici che hanno contraddistinto la sua vita, sviscerati sotto la magia e l'ispirazione di quadri e pittori con cui ha instaurato spiritualmente, nel tempo, un rapporto d'amore incondizionato.
Infanzia, adolescenza, vita matrimoniale: tra aneddoti e sketch umoristici la Marchini si confida mettendo in mostra tutta la sua personalità di donna forte e ironica, consapevole dell'esistenza di sfumature anche più scure, ma ferma nella decisione di andare a scovare sempre il filo più luminoso sotto cui rifugiarsi. Diviso in due atti, "La Mostra: Confessioni Semiserie Sull'Arte" allora si fa quasi simile a un invito a casa di una nostra grandissima amica, un simpatico e cordiale incontro in cui pian piano ci si lascia coinvolgere e interessare, grazie a un percorso indubbiamente ricco di cultura e di vissuto, miscelato nel liquido sempre dolce di un'ironia pungente e popolare che fa sorridere senza stancare. 

Diretta dall'amico Gigi Proietti, e accompagnata sul palco dal pianista Andrea Bianchi e dal fantomatico custode della galleria d'arte Angelo, interpretato da Claudio Pallottini - insieme al quale ha scritto il canovaccio del suo spettacolo - quello di Simona Marchini è senza ombra di dubbio il modo migliore per festeggiare con grande entusiasmo la riapertura della galleria romana fondata dal padre Alvaro nel lontano 1959, calcando nuovamente il palcoscenico e aprendosi al suo pubblico dalla superficie fino all'intimità. Nonostante gli anni il suo entusiasmo e la sua verve danno prova di non aver subito alcun logoramento, esattamente come accade per quell'arte che lei stessa si fa carico di propagandare e di diffondere.

Per maggiori informazioni sullo spettacolo, date, orari e biglietti, potete consultare la pagina dedicata sul sito del Teatro Il Sistina di Roma: http://www.ilsistina.it/event/la-mostra/


Ogni Maledetto Natale - La Recensione

Aspettarsi qualcosa di speciale da Mattia Torre, Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo è cosa buona e giusta, se non altro perché il trio responsabile della nascita di "Boris" ha dimostrato in televisione, al cinema, come anche a teatro, di portare sempre con sé una passione per storie, personaggi e crismi del nostro paese, decisamente fuori dal comune e da ogni stereotipo. Vederli avvicinarsi al Natale allora per noi era uguale ad un brivido molto particolare, uno di quelli in cui da una parte c'era il solletico dovuto alle aspettative, e dall'altra la paura per i margini di adeguamento e di regressione che si aggiravano nell'aria.

Ma in realtà "Ogni Maledetto Natale" non ha intenzione di essere né un nuovo "Boris" e né un nuovo concorrente del cinepanettone: nonostante se fossimo obbligati a scegliere per forza uno dei due gruppi, saremmo costretti a collocarlo sicuramente nel secondo. Questa stramba commedia natalizia infatti è assai lontana dai forni di quell'industria schematica e stancante di cui non si riesce più a fare a meno; il che non vuol dire che sia migliore, ma che perlomeno faccia parte di un esperimento invitante, pieno di alti e bassi, a cui ci si affeziona e si finisce per voler bene per tantissimi motivi.
Il sospetto che tuttavia l'intero progetto dovesse esser destinato alla televisione, probabilmente a una mini-serie sperimentale, dove ad ogni puntata era possibile rintracciare - insieme agli stessi attori trasformati da capo a piedi - come la festa del Natale fosse terribile e disturbante, a prescindere dal ceto familiare o da qualsiasi altra condizione, è assai consistente e percorribile. E sorge, più che altro, a causa di quello scollamento percettibile che la pellicola subisce una volta abbandonata la sua prima metà ed entrata nella seconda, dove al posto della famiglia modesta, boscaiola e fuori controllo di Alessandra Mastronardi subentra quella ricca, imprenditrice e spezzettata di Alessandro Cattelan (inaspettatamente bravissimo).

Che il bisogno maggioritario - se non unico - per Ciarrapico, Torre e Vendruscolo fosse allora non quello di affrontare chissà quale argomento, ma semplicemente di ricominciare a giocare coi mostri e riportare in vita la stessa comicità grottesca della loro creatura migliore, è cosa evidente nonché comprensibile. Così come lo è anche la scelta di riprendere gran parte del cast già collaudato e affiatato, per ovviare più facilmente a eventuali problemi in fase di componimento e di gestione della storia. Ciò che guasta un po' i piani e, per forza di cose, fa deragliare uno schema apparentemente vincente, è però il non avere avuto estrema accortezza nel trattamento della love story centrale dedicata ai due protagonisti, la quale oltre ad essere acceleratore e guida della trama doveva fungere soprattutto da nodo inestricabile, attorno a cui far ruotare, senza mai allontanarsi, follia e comicità distruttiva: due armi di distruzione di massa a cui, purtroppo, si permette di prendere il sopravvento, minando contemporaneamente sia ritmo che forza totale della pellicola.

Inutile negare perciò quanto dia fastidio l'amaro in bocca lasciato da un esperimento a cui sarebbe bastato un minimo di attenzione in più per fare in modo di potersi ritenere pienamente riuscito e, di conseguenza, memorabile. Ma di "Ogni Maledetto Natale" invece a rimanere sono dei fulmini, rotture incredibili e scene da antologia, che nella loro disomogeneità tuttavia riescono ad essere senza dubbio più rimarchevoli e dissacranti di moltissime altre commedie similari e magari omogenee.

Trailer:

mercoledì 19 novembre 2014

Adieu Au Langage - La Recensione

Dall'alto dei suoi oltre ottanta anni di vita vissuta, e dell'importanza di un nome che ha dato molto al cinema francese e totale, Jean-Luc Godard è senz'altro uno dei pochi a potersi permettere il lusso di realizzare un'opera tanto geniale quanto discutibile come "Adieu Au Langage".

I motivi risiedono sostanzialmente in un linguaggio - appunto - che solo per pochi potrà avere senso e piacere, poiché composto volontariamente da un susseguirsi di immagini e di sequenze, agganciate con incoerenza e montate lontano da ogni logica conosciuta. Ma è esattamente a quella logica e a quella coerenza che Godard intende lanciare la sua denuncia, manifestando il disappunto nei confronti di un cinema che secondo lui ha perduto valore, appiattendosi e scaricando gran parte dei suoi doveri etici come morali. E il metodo migliore per evidenziare ciò, "Adieu Au Langage" lo trova non puntando il dito contro qualcuno o qualcosa, ma prendendo atto della situazione e agendo poi di conseguenza.
Si fa beffe del pubblico, infatti, Godard, accompagnandolo in un esperienza mistica dal quale uscirà vivo, ma contemporaneamente frastornato, dove la trama è rinnegata o al massimo ridotta a piccoli stralci dedicati a una coppia in crisi e al loro cane domestico, unico punto di riferimento nel mare di un anarchia complessiva e ricercata. La stessa che invade persino lo spazio dedicato alla stereoscopia, che oltre a ingrandire ancora di più i segnali di una rabbia palese, infastidisce volontariamente con immagini che tendono spesso a confondere lo spettatore, mostrando dettagli non visibili ad entrambi gli occhi, ma solo a uno dei due, provocando così un senso di malessere visivo che inizialmente rischia d'essere attribuito al malfunzionamento degli occhiali o del proiettore.

Invece fa tutto parte di un gioco furbo e intelligente, nato dalla mente lucida di chi evidentemente soffre, o quantomeno non accetta, la piega intrapresa da un mezzo di comunicazione che amava, conosceva e aveva contribuito a formarlo tanto quanto ad instradarlo. D'altronde che il cinema negli ultimi anni abbia cambiato forma e aspetto è innegabile e sotto il naso di chiunque, ma il fatto che questa mutazione possa averlo privato del suo significato, forse, non è poi così evidente e chiara a da apparire scontata. Così, il tentativo estremo che Godard ha scelto per gridare il suo punto di vista al mondo intero, potrebbe anche essere più che un principio di fondamento flebile o fine a se stesso, risultando, infine, meno sordo e aleatorio del previsto.

Perché dall'alto dei suoi oltre ottanta anni di vita vissuta, e dell'importanza di un nome che ha dato molto al cinema francese e totale, Jean-Luc Godard ha ancora voglia di dire la sua, di farsi sentire, di dimostrare al suo pubblico, e non solo, di sentirsi ancora un ribelle vivo e acceso, in piena lotta, perciò, per la rivendicazione dei suoi ideali e delle sue passioni.
Due forze, quelle, a cui dire addio è pressoché impossibile.

Trailer:

martedì 18 novembre 2014

Hunger Games: Il Canto Della Rivolta - Parte 1 - La Recensione

Il momento cruciale per gli adattamenti cinematografici dei romanzi young adult (ma non solo) arriva sempre quando è il turno di realizzare l'ultimo, finale, capitolo.
Il dilemma, in fondo, è sempre lo stesso: fare un episodio unico o dividerlo in due parti?
Prima di "Hunger Games" c'erano passati anche "Harry Potter" e "Twilight", scegliendo entrambi di dividere a metà la storia per permettere un racconto più approfondito e fedele alla carta stampata, nonostante la domanda spontanea da parte di chi poi andava a fruire del risultato fosse sempre la stessa: che bisogno c'era di fare due film?

Quesito da cui non sfugge neppure "Hunger Games: Il Canto Della Rivolta - Parte 1", chiusura definitiva della saga ideata da Suzanne Collins, inspiegabilmente spaccata in due parti e costretta per questo a fare i conti con una prima parentesi palesemente priva sia di carne al fuoco e sia di mordente. E' piuttosto chiaro infatti come la pellicola diretta da Francis Lawrence (confermato, dopo il secondo capitolo), fatichi perennemente nel trovare un metodo funzionale capace di ovviare alla grave mancanza d'azione che pervade la sua scena, trasmettendo, attraverso una costruzione fin troppo compassata e circolare, il peso di uno sforzo simile a quello di una stretta di denti, con cui prova ad attendere il lento approdo del taglio decisivo, limitando i danni e congelando la tensione su livelli medi, a malapena sopportabili. Probabilmente il modello di esposizione, in principio, doveva essere lo stesso utilizzato anche da Peter Jackson per il suo "Il Signore Degli Anelli" (il massimo per questo genere di operazioni), ovvero tentare di inserire più sottotrame possibili da chiamare in causa al momento opportuno, solleticare il pubblico a fasi alterne con sequenze spettacolari cosparse lungo la tappa e rimandare la grande resa dei conti per il grosso, agognato finale. Eppure qualcosa in "Hunger Games" - come per "Twilight" ed "Harry Potter" - sembra essere andato storto, chi avrebbe dovuto curare la caratterizzazione dei personaggi (specie di contorno) e la scrittura ha preferito lesinare, pagando ovviamente dazio e perdendone in idratazione e vantaggi.

E allora l'unica motivazione sensata volta a spiegare questo bis inopportuno è la stessa che ogni volta proviamo a scacciar via, ma che molto spesso torna indietro come un boomerang, ovvero quella legata alla spietatezza di un marketing che tende a sfruttare fino all'ultima goccia il successo di un franchise giunto ormai alla conclusione. Un avidità che è quasi un peccato stavolta, considerando che gli attributi per fare una buona figura - molto di più rispetto a "Harry Potter" e "Twilight" - a questo "Hunger Games: Il Canto Della Rivolta - Parte 1" non mancavano per niente. A partire dalla propaganda di guerra costruita dai mezzi di comunicazione di massa attorno ai due protagonisti Katniss e Peeta, mossi e sfruttati come marionette e motivatori per accendere o spegnere - a seconda delle esigenze - le volontà di pace o di guerra mosse dagli esponenti di Capitol City e del Distretto 13. Un aspetto che se nella serie aveva sempre avuto un ruolo fondamentale e di rilevanza, in questo terzo capitolo poteva essere esplorato definitivamente, una volta per tutte, sfruttando l'entrata in scena della troupe televisiva incollata a Katniss intorno alla quale si sarebbe potuto cucire un intero discorso agganciato allo spettacolo, alle sue forme e soprattutto alle sue capacità ammaliatorie.

Al contrario però Lawrence e il suo team tendono a stare lontano miglia e miglia da tutto questo, a sposare per la seconda volta la tattica che piuttosto bene aveva funzionato in "Hunger Games: La Ragazza Di Fuoco", pur avendo qui molto meno materiale per allungare il brodo e continuare a renderlo saporito. Il tuono roboante su cui si puntava per non perdere nulla della posta in palio viene quindi a mancare, sostituito da un acuto discreto, ma non in grado di rovesciare le sorti fiacche di circa due ore di vuoto quasi assoluto. Un vuoto a cui viene negata l'occasione di porre rimedio persino ai notevolissimi attori di contorno, che nonostante il poco spazio in scena, dimostrano di essere assai più in forma dei svogliati protagonisti.
Ma da Julianne Moore, Woody Harrelson e il compianto Philip Seymour Hoffman, il pubblico di "Hunger Games" non pare essere poi così attratto, per cui tanto vale evitare di andare a vedere cos'hanno da dire quelle strade ricche e più stimolanti di cui sopra, e accontentarsi delle vie strette, buie e stantie, le quali non saranno il massimo, ma per il box-office bastano e avanzano.

Trailer:

[Cortometraggio] Non Rubateci Le Armi Del Mestiere


Agganciandosi alle polemiche dei giorni scorsi, che hanno visto il blocco delle armi di scena su tutti i set (prorogato ora fino a fine anno), il regista Livio Bordone insieme agli attori Nicola Nocella, Francesco Di Leva e Elisabetta Fusari hanno voluto realizzare un cortometraggio per immaginare come potrebbe essere faticoso e assurdo dover girare senza l'uso delle armi, adattandosi alle regole, con estrema fatica e disorientazione. Qui di seguito le immagini del risultato.

Non Rubateci Le Armi Del Mestiere

venerdì 14 novembre 2014

Scusate Se Esisto! - La Recensione

Capita, a volte, che per trovare i giri giusti l'unico modo sia semplicemente quello di partire, cominciare, convivere con le incertezze e le mancanze, sperando che in corso d'opera si riesca a trovare il bandolo della matassa per arrivare al traguardo, magari con qualche piccolo, ma sostenibile acciacco.

Un po' quello che accade a "Scusate Se Esisto!" la pellicola diretta da Riccardo Milani che, se giudicata solo in partenza, da l'impressione di voler essere l'ennesimo capitolo svogliato e senza senso del nostro bistrattato e cannibalizzato cinema. Ma invece no. Anzi.
Le turbe derivano tutte a causa di un incipit alquanto improbabile e poco solido, dove una Paola Cortellesi, architetto avviato all'estero, decide di tornare (per nostalgia?) in Italia per continuare la sua carriera, accettando senza problemi regressioni, secondi o terzi lavori e il disinteresse che il mondo dell'architettura mostra senza rimorsi nei suoi confronti. Peggio vanno le cose quando nel suo lavoro da cameriera, una serie di colleghe dall'ormone incontrollato, si spalleggiano quotidianamente, con cattiveria, per riprendere con il telefonino il fisico del loro capo, Raoul Bova, alle prese con lo sgranchimento della sua schiena, da cui per un attimo è possibile scrutare sia giro vita che parte dei suoi addominali.
Roba di bassissimo livello, insomma. Eppure...

Eppure dopo una ventina di minuti in cui l'unica cosa da fare dovrebbe essere quella di abbandonare la sala "Scusate Se Esisto!" doma i suoi spasmi trovando, appunto, quelli che dovevano essere i suoi giri giusti fin dall'inizio: dichiarando l'omosessualità del personaggio di Bova e sfruttando lo sfratto della povera Cortellesi per unire i due sotto lo stesso e improbabile tetto. Da qui l'armonia diventa quella della sit-com americana "Will & Grace", con i due protagonisti fatti l'uno per l'altra se non fosse che uno dei due non è etero; un nodo assai rilevante, ma non quando si tratta di darsi una mano a vicenda per risolvere i problemi. Ed ecco allora come Milani finalmente diventa padrone della sua pellicola (scritta oltre che da lui anche dalla Cortellesi stessa e da Giulia Calenda e Furio Andreotti) dandogli quel colore deciso di cui prima non esisteva alcuna traccia e virando la messa a fuoco sulla mentalità di un paese retrograde in cui non si riesce in alcun modo a sfondare delle barriere che, solo a nominarle, si fa davvero fatica a credere siano ancora in piedi.

Si tratta delle difficoltà legate al sesso, al suo orientamento e persino ai desideri di maternità, elementi che non dovrebbero influire sulla carriera di un individuo, ma che invece ad un colloquio possono fare la netta differenza sul risvolto finale. Su questo appiglio "Scusate Se Esisto!" costruisce agile il suo filo principale, incoraggiando la sua protagonista femminile a sconfiggere i numerosi fallimenti, fingendosi segretaria di sé stessa in versione uomo, attraverso un gioco di scambio di nome e cognome nato quasi spontaneamente per un incomprensione. Così, dal più classico dei meccanismi, la pellicola di Milani tira fuori finalmente il massimo possibile, affacciandosi furba come funzionante e allestendo siparietti spassosi, battute esilaranti ma soprattutto una marcia d'andamento spedita che rattoppa molte delle indecisioni iniziali.

Paola Cortellesi e Raoul Bova dimostrano nuovamente di avere tra di loro un'alchimia particolare, che gli permette di dare il massimo quando entrambi condividono lo stesso spazio. Peccato che "Scusate Se Esisto!" di questo si renda conto un tantino in ritardo, salvando comunque la faccia, ma mantenendo delle visibili cicatrici in alcune zone della sua superficie.

Trailer:

Into The Woods - Teaser Trailer Italiano


Disponibile il teaser trailer sottotitolato in italiano di "Into The Woods", il musical Disney previsto in Italia il prossimo 19 Febbraio 2015. Diretto da Rob Marshall, il cast della pellicola prevede nomi di grande prestigio come: Anna Kendrick, Lilla Crawford, Daniel Huttlestone, MacKenzie Mauzy, James Corden, Emily Blunt e Meryl Streep.

Teaser Italiano:


Sinossi (Ufficiale):
"Into the Woods" è una rivisitazione in chiave moderna delle fiabe più amate dei fratelli Grimm, in cui si intrecciano le trame di alcuni racconti, per esplorare le conseguenze delle avventure e dei desideri dei personaggi. Questo musical intenso e ricco di umorismo rivisita le fiabe classiche di Cenerentola (Anna Kendrick), Cappuccetto Rosso (Lilla Crawford), Jack e il fagiolo magico (Daniel Huttlestone) e Raperonzolo (MacKenzie Mauzy), unendole tra loro tramite una vicenda del tutto nuova incentrata su un panettiere e sua moglie (James Corden ed Emily Blunt), sul loro desiderio di formare una famiglia e sul rapporto con la strega (Meryl Streep) che ha gettato su di loro un maleficio.

mercoledì 12 novembre 2014

Words And Pictures - La Recensione

E' una guerra a colpi di parole e di immagini "Words And Pictures", esattamente come annunciato dal titolo. Una guerra combattuta dentro un college americano e capitanata da due insegnanti che finiscono per fare del principio scientifico "gli opposti si attraggono" la definitiva, inconfutabile prova.

Da una parte infatti troviamo l'insegnante di letteratura infantile e ostinato di Clive Owen, convinto che il valore delle parole sia semplicemente unico, indispensabile all'essere umano, artefice del cambiamento Storico e dell'immortalità di molti letterati. Dall'altra invece c'è la neo-insegnante Juliette Binoche, pittrice spocchiosa, appena trasferitasi nella scuola, convinta che le parole siano solo menzogne, il niente a confronto della potenza a impatto di un immagine o di un dipinto. Giusto o sbagliato che sia, i loro credo diventano immediatamente stimolo efficace per degli studenti annoiati e spenti, incoraggiati a darsi da fare e a mettersi alla prova, schierandosi a favore di uno o dell'altro, per sostenere una battaglia che soprattutto servirà a loro per conoscere e migliorare abilità e passioni. Ma tale fermento tuttavia sarà d'aiuto anche alle vite private dei due protagonisti, i quali tolta l'armatura e il casco del guerriero, vivono entrambi un disagio personale dal quale faticano a liberarsi: per lui il blocco dello scrittore che lo ha spinto alla dipendenza da alcool e per lei l'artrite reumatoide che l'ha costretta a fermarsi a dipingere, prosciugandogli ispirazione.

Eppure al di là della diatriba sterile, finto scheletro di tutto il film, l'intenzione reale di "Words And Pictures" è raccontare la forza dell'insegnamento e le sue conseguenze su chi la subisce. Il regista Fred Schepisi per la composizione dei suoi professori punta al riferimento di pellicole come "L'Attimo Fuggente" o "Will Hunting: Genio Ribelle", dei quali rispolvera spirito e battito, riadattandolo ai giorni nostri, in cui sicuramente le classi sono composte da studenti diversi, spesso maleducati, ma con lo stesso ardore da scovare e da (ri)animare. Certo, il metodo e la forzatura con cui Schepisi tenta di arrivare alla meta è meno deciso e convincente dei suoi modelli predefiniti, indebolito più che altro dall'aggiunta di una sottotrama romantica, discreta ma evitabile, che toglie tempo e spazio a tutto il bel discorso letterario e artistico relativo a un confronto che senza dubbio intriga e interessa lo spettatore. Ma fortunatamente Juliette Binoche e Clive Owen dimostrano di condividere insieme un'alchimia niente male, tramutandosi in sale per la sua opera e accaparrandosi quindi attenzione e risate sia nei momenti in cui sono soli o coi loro studenti e sia quando sono affiancati a tirarsi frecciate, colpendosi amabilmente di striscio.

Resta evidente però che l'opportunità di affermarsi a fuoco in quel filone sanguigno professore/studente a cui probabilmente aspirava, "Words And Pictures" la perde prima ancora di provare a guadagnarsela: rinunciando a un affondo emozionale per abbracciare la leggerezza meno impegnativa di conflitti poco tortuosi e prevedibili nella gestione. Schepisi sceglie di non complicarsi la vita, bagnando di commedia romantica una sceneggiatura che avrebbe potuto essere maggiormente incisiva, se solo avesse avuto più fame e determinazione ad inquadrare meglio l'enorme raggio di energia che insieme possono fornire parole ed immagini. Due risorse disuguali, ma talmente simili, da esser destinate a procedere a braccetto. 

Trailer:

sabato 8 novembre 2014

Lo Hobbit: La Battaglia Delle Cinque Armate - Trailer Finale Italiano


E' arrivato il trailer finale italiano di "Lo Hobbit: La Battaglia Delle Cinque Armate", l'ultimo viaggio nella Terra di Mezzo. Uscirà al cinema il 17 Dicembre e segnerà la probabile fine tra Peter Jackson e il mondo di J. R. R. Tolkien.

Trailer Finale Italiano:


Sinossi:
Dopo aver reclamato la loro patria dal drago Smaug, la compagnia ha involontariamente scatenato una forza letale nel mondo. Infuriato, Smaug abbatte la sua ira ardente e senza pietà alcuna su uomini inermi, donne e bambini di Pontelagolungo. Ossessionato soprattutto dal recupero del suo tesoro, Thorin sacrifica l'amicizia e l'onore e mentre i frenetici tentativi di Bilbo di farlo ragionare si accumulano finiscono per guidare lo Hobbit verso una scelta disperata e pericolosa. Ma ci sono anche pericoli maggori che incombono. Non visto, se non dal Mago Gandalf, il grande nemico Sauron ha mandato legioni di orchi in un attacco furtivo sulla Montagna Solitaria. Mentre l'oscurità converge sul conflitto in escalation, le razze di Nani, Elfi e Uomini devono decidere se unirsi o essere distrutte. Bilbo si ritrova così a lottare per la sua vita e quella dei suoi amici nell'epica Battaglia delle Cinque Armate mentre il futuro della Terra di Mezzo è in bilico.

giovedì 6 novembre 2014

Ouija - Trailer Italiano Ufficiale


Disponibile il trailer ufficiale italiano di "Ouija", il film horror diretto da Stiles White e prodotto da Micheal Bay e Jason Blum in uscita in Italia dal prossimo 8 Gennaio.

Trailer Italiano Ufficiale:

Sinossi (Ufficiale):
Dopo aver risvegliato i poteri oscuri di un'antica tavola degli spiriti, un gruppo di amici sarà costretto ad affrontare le proprie paure più profonde.

Ma Io Non Sono - Teaser Trailer


"Ma io non sono" è un ambizioso progetto italiano che vede coinvolti, a fianco del regista autore e produttore Luigi Alberton, il centro di ricerca artistica Immaginario Sonoro (PD) e il Museo della Grande Guerra “Tre Sassi” (BL). Il film è attualmente in fase di pre-produzione e verrà girato sulle colline trevigiane e sulle Dolomiti Orientali, nei luoghi della Grande Guerra, coinvolgendo anche gli abitanti di questi territori. Nella storia si intrecciano tre linee temporali, che perdono spesso i loro confini in un gioco sottile e orchestrale di echi, consonanze e “ponti”. Nel presente, il giovane Alessio combatte la sua guerra personale alla ricerca dell’origine delle sue ossessioni. Nel passato storico, un pugno di uomini guidati dal valoroso sottotenente Mario Fusetti, conquista per un giorno solo, il 18 ottobre 1915, la vetta del Sasso della Strega. Nel passato immaginato, all'inizio del Novecento, si dipana la vita di alcuni di quei soldati, anch'essa una guerra: per vivere ed essere pienamente se stessi.
Queste di seguito, sono le prime immagini disponibili.

Teaser Trailer:

mercoledì 5 novembre 2014

Interstellar - La Recensione

Quando Tarantino girò "Kill Bill" disse che il suo intento era quello di verificare quanto oltre poteva spingersi dopo aver realizzato "Pulp Fiction". Intendeva misurarsi, mettersi alla prova, per comprendere al meglio sia sé stesso che le sue potenzialità.
Christopher Nolan questo discorso non lo ha mai fatto, ma insinuare che "Interstellar" per lui sia la medesima chance, un modo per entrare in contatto coi suoi limiti, di vedere quanto in alto è in grado di sollevarsi dopo "Inception", non è poi un sospetto così sbagliato.

Non lo è innanzitutto perché "Interstellar" di "Inception" è il continuo naturale, una variante potremmo dire, dove le caratteristiche di quella pellicola vengono mantenute e contemporaneamente ampliate. Nolan accresce le sue ambizioni, dal sogno torna alla realtà, ma a una realtà fantascientifica, mai piatta, che ha bisogno quindi di una buona percentuale di immaginazione per vivere e prosperare. Guarda al futuro infatti questa volta, chiaramente con cognizione e negatività, quelli di una umanità precaria vittima di un pianeta che sta inviando evidenti segnali di cedimento e usura. Terreni che non producono, agricoltura in crisi, natura imprevedibile, allarmi che hanno spinto la NASA a cercare - in segreto - un nuovo posto su cui trasferire o far ricominciare da zero la razza umana, ma per passare all'atto pratico c'è bisogno di un pilota eccellente, capace di farsi carico di una spedizione preziosa quanto pericolosa. Ed ecco dunque rientrare in gioco i sentimenti, quell'amore per la famiglia e per i figli a cui il Leonardo Di Caprio di "Inception" era stato costretto a rinunciare, ma che ad ogni costo voleva recuperare, analoga sorte che capita anche a Matthew McConaughey, quando per concedere ancora un futuro ai suoi due bambini, decide di abbandonarli sulla terra con il nonno per intraprendere un viaggio, senza data di ritorno, alla ricerca di un pianeta abitabile e sicuro su cui poter trasferire l'intera umanità.

C'è tanto in ballo perciò in "Interstellar", a partire dalla posizione dell'essere umano sulla terra, su cui ci si interroga debba essere quella di guardiano o di esploratore, pioniere. Nolan non ha dubbi però a riguardo e risponde alla domanda mandando il suo protagonista in avanscoperta, alla ricerca di risposte, di prosperità, di fiducia. Per lui diventa un pretesto per allargare gli orizzonti, confrontarsi con l'ennesimo genere, esprimere considerazioni. Solo che le sue ambizioni questa volta anziché scontrarsi con lo spazio aperto e l'atmosfera finiscono per rimanere incastrate in mezzo a un tetto, franando poco a poco e rinunciando al decollo. Ma i buchi neri di "Interstellar" tuttavia non sono legati tanto alla sua sceneggiatura o al suo andamento, anzi, bene o male - alcune sbandate a parte - entrambi sono fattori su cui si potrebbe facilmente chiudere un occhio e sorvolare. Ciò con cui Nolan invece deve fare i conti è il suo approccio algido e la freddezza che da sempre molti dei suoi non-sostenitori gli rimproverano di avere e di non riuscire a scrollarsi di dosso. E se per i suoi precedenti lavori questa caratteristica non era stata un grosso problema - compensata se vogliamo da meccanismi diversi di azione - in un opera che proprio del cuore fa il suo organo vitale ed emozionale, quel non riuscire a trasmettere, a empatizzare con lo spettatore, diventa difetto cruciale che riduce tutta l'epopea innalzata a qualcosa di assai sgonfio e depotenziato.

Questo nonostante Nolan un cuore caldo e pulsante dimostri di averlo eccome, altrimenti non guarderebbe fisso all'amore come forza assoluta e infinita, superiore persino al tempo, lo spazio e la gravità. Non andrebbe a cercare la speranza e la vita, come nemmeno si comporterebbe da furbo cerchiobottista nelle conclusioni delle sue opere. E allora, forse, se un problema esiste è legato al subconscio, a qualcosa di involontario e di non controllabile, con cui man mano che l'asticella di difficoltà si alza, si rischia di aumentare lo scarto, mettendo a fuoco quel buco nero, stavolta si da esplorare e da chiudere al più presto, quantomeno per evitare un brutto corto circuito ed eventuali esplosioni.

E "Interstellar" probabilmente è il primo messaggio di allerta: un blockbuster di circa tre ore che lascia imperterriti, poco stupiti e in attesa. L'attesa per qualcosa che non arriva mai, o meglio arriva ma non si fa sentire, ostruita da un anima di ghiaccio che congela ogni flusso e impedisce la connessione empatica tra pellicola e spettatore. Un incidente inaspettato per Nolan, costretto a scendere a patti e accontentarsi, abbracciando il suo ego e il suo stile, ma rinunciando alla gloria.
Quella gloria a cui sicuramente ambiva, ma da cui è ancora piuttosto lontano, raggiunta ampiamente, con meno nodi e disordini invece, dal "Gravity" di Alfonso Cuarón: uno di quei registi che il cuore lo conosce veramente come le sue tasche e da cui Nolan avrebbe parecchio da imparare.

Trailer:

[EXTRA - TEATRO] Max Tortora in L'Amore E La Follia - La Recensione


Max Tortora torna a teatro nelle vesti di one-man-show grazie allo spettacolo con cui già lo scorso anno era riuscito a regalare al pubblico un medley delle sue performance ormai note di comico, imitatore e intrattenitore.

Con "L'Amore E La Follia", titolo composto da due concetti a lui molto cari e che spesso viaggiano a braccetto, Tortora infatti trova il pretesto per inanellare una scaletta schizofrenica e potersi muovere abilmente tra monologhi, canzoni, e imitazioni dei suoi personaggi più celebri (torneranno anche Alberto Sordi e Franco Califano). Ad accompagnarlo, oltre a una band composta da sei elementi professionisti e due ballerine, anche le spalle a lui fedelissime di Giovanni Andreucci e Stefano Sarcinelli, indispensabili specialmente negli assist da fornire alle caricature irresistibili dedicate ad Amadeus e a Renzo Arbore.
L'improvvisazione tuttavia non rimarrà chiusa dentro il cassetto, al contrario, sarà infatti la variabile di ogni serata utile ad andare a esplorare velocemente fatti di attualità e a duettare in maniera brillante con amici e colleghi, che a sorpresa si alterneranno, replica dopo replica, sul palcoscenico.

Dopo anni passati a dividersi tra televisione, radio, fiction e commedie teatrali di vario tipo, anche Tortora dunque tenta la strada da solista, nella quale dimostra di funzionare assai bene, e ancora meglio quando a venir fuori sono la sua spontaneità e il suo estro. Come primo esperimento "L'Amore E La Follia" porta con sé tutte le difficoltà (e le inesperienze) del caso, dovute al peso di un operazione da sostenere su una sola spalla e ad un primo approccio sicuramente da rodare.
Ma nonostante ciò Tortora fa del suo meglio e, in alcune parentesi, persino di più, non perdendo mai la verve che ha nel sangue e tenendosi stretto il pubblico con la battuta pronta che è materia principe del suo successo.

martedì 4 novembre 2014

Minions - Trailer Italiano Ufficiale


La Universal ha appena rilasciato il primo trailer ufficiale in italiano di "Minions", lo spin-off di "Cattivissimo Me" dedicato ai simpaticissimi esserini gialli, che già dalle loro origini vagavano alla ricerca di un cattivo da servire.

Trailer Italiano Ufficiale:

Sinossi:
La storia di Minions inizia all'alba dei tempi. Partendo da organismi gialli unicellulari, i Minion si evolvono attraverso i secoli, perennemente al servizio del più spregevole dei padroni. Continuamente senza successo nel preservare questi maestri - dal T-Rex a Napoleone - i Minion si ritrovano senza qualcuno da servire, cadendo in una profonda depressione. Ma un Minion di nome Kevin ha un piano, insieme all'adolescente ribelle Stuart e all'adorabile piccolo Bob, decide di avventurarsi nel mondo per trovare un nuovo capo malvagio da seguire per sé e i suoi fratelli. Il trio si imbarca in un viaggio emozionante che li condurrà alla loro prossima potenziale padrona, Scarlet Overkill (Sandra Bullock), la prima super-cattiva al mondo. Passando dalla gelida Antartide alla New York City del 1960, fino ad arrivare a Londra, dove dovranno affrontare la loro sfida più grande: salvare tutti i Minion dall'annientamento.

lunedì 3 novembre 2014

Il Ragazzo Di Coventry: Clive Owen Si (E Ci) Racconta...


E' un Clive Owen ordinato e sobrio quello che sale sul palco della Sala Petrassi e incontra il pubblico del Festival Internazionale Del Film Di Roma. Premiato con il Wella Creative Versatility Award 2014, per la sua bellezza ed eleganza, l'attore si è raccontato chiamando in causa il suo luogo d'origine, l'approccio alla recitazione e ponendo un po' più di luce sulla sua figura assai intima e riservata.
Questo il resoconto di ciò che si è detto.

Come ha inizio la tua carriera?
Sono cresciuto a Coventry, in Inghilterra, in una scuola popolare. A tredici anni mi è capitato per caso di fare il primo provino teatrale e da li ho deciso che questo era il mestiere che volevo fare. Nella mia città c'era un teatro filodrammatico e con un mio amico ci siamo iscritti, da li mi sono irrimediabilmente appassionato.

Quindi non eri già immerso nel mondo del cinema?
No, la mia era una famiglia operaia e l'idea di fare l'attore non fu presa affatto bene a casa, ma io mi sentivo deciso. Volevo fare teatro.

Quali furono le tue esperienze iniziali?
Conoscevo solo la Royal Accademy come scuola, era molto rinomata. Ma tutti mi dicevano di tentare con una scuola diversa, quindi mi iscrissi, ma non mi piacque e lasciai. Anni dopo però la voglia era tornata, stavolta però doveva essere solo la Royal Academy, così mi iscrissi li e andò bene.
Se avessi continuato a frequentare l'altra forse non sarei l'attore di oggi.

Ti piace andare contro l'apparenza dei tuoi personaggi? Dimostrare un interiorità diversa da quella che il tuo aspetto fisico invia a primo impatto?
Il fatto di essere bello non significa per forza essere stupido. Ovviamente quando ho cominciato a recitare il mio ambiente era un altro, quindi quello che sono stato da ragazzo ha inciso molto sulla mia carriera. Ho avuto dei colpi di fortuna incredibili, ma il Clive di Coventry c'è ancora e io sono contento di questo.

Cerchi consapevolmente dei personaggi complicati, oppure no?
Senz'altro ne sono attratto. Mi piace la sfida, non si tratta di piacere al pubblico ma di farsi capire. E' questa la vera sfida.

Quando Clive Owen guarda qualcuno non si capisce mai se vuole essere aggressivo o ironico. Ti sei accorto di questo rivedendoti sullo schermo?
No, non me ne sono mai accorto. Al cinema però si capisce subito se chi recita lo sta facendo bene o male. I grandi attori teatrali non funzionano al cinema, sono più esposti.

Ti rivedi sullo schermo?
No, soprattutto guardando all'indietro mi sembro un ingenuo, non mi piaccio. Mi viene sempre voglia di rifare la scena in modo diverso. L'attore è il peggior giudice di sé stesso, mi sento a disagio nel rivedermi, per cui mi fido del mio istinto e vado avanti.

Cosa puoi dirci di Robert Altman?
Altman era un genio. Il regista al cinema è importante per dettare il tempo, io amo dare al regista le cose che lui mi chiede per far funzionare il suo film. Al teatro invece sono io che decido come e quando dare l'enfasi. Per Altman tutti dovevano essere pronti per mettersi al servizio della scena anche chi poi non recitava, lui amava l'ispirazione. Sembrava un musicista all'opera, aveva il dono di fare film senza frustrare alcun attore.

Meglio recitare con o senza il Green Screen?
Anche con il Green Screen reciti con attori veri. E' importante avere uno scambio, chi ti da le battute. Il lavoro di un'attore è portare avanti una scena non fare solo la sua parte.

Cosa puoi dirci di Michael Caine?
Lui è una leggenda, è profondo disciplinato acuto. Io l'adoro, è un professionista. Sembra gli riesca tutto con facilità ma dietro in realtà c'è molto altro. Una preparazione incredibile

Come lavori tu invece generalmente? Fai ricerche, vai su intuizione, oppure cambi metodo in base al ruolo?
Dipende dai film. Per Hemingway ho studiato molto. Uno che viene da Coventry come me non poteva calarsi in un personaggio americano senza ricerche. In altre occasioni invece faccio da me. Io non credo che un attore debba calarsi per forza in un allenamento di mesi per entrare nel ruolo. Dipende da come ci arrivi, io mi devo sentire a mio agio e capire a fondo determinate cose. Devi saper interpretare la sceneggiatura.

E' vero che ti piace il calcio e hai una squadra preferita italiana?
Si, è l'Inter!

L'attrice italiana, invece?
Monica Bellucci.

Come riesce un inglese come te ad avere un accento americano così ottimo?
Sono migliorato. Quando ho cominciato non ero molto bravo, ma a un certo punto ho trovato un assistente che lavora sugli accenti. E' un allenatrice che ha un metodo di lavoro fantastico, accurato, ed ha il pregio di non essere mai invadente sul set. Ti da libertà. Lavorando con lei sono migliorato.

Hai un personaggio particolare che vorresti interpretare?
No, nessuno. Mi piace lasciarmi sorprendere. Voglio leggere il copione e scoprire con chi mi devo confrontare. Per me questa è la vera gioia di questo mestiere.

Cosa ne pensi dei film in digitale?
Sono un grande fan di Sin City. Lo considero un film che ha portato una grande svolta nel cinema. Sono apertissimo a questo tipo di tecnologia.

Clive Owen è sempre sicuro delle sue scelte?
Mai! Io non scelgo in base alle sicurezze, ma ad altro. L'importante per me è lavorare bene e avere un enorme desiderio. Lavoro in base alla scintilla e all'istinto.

domenica 2 novembre 2014

Fast & Furious 7 - Primo Trailer Italiano


La Universal ha rilasciato il primo, attesissimo, trailer di "Fast & Furious 7", ennesimo sequel della fortunata saga iniziata nel 2001 che vede il passaggio di James Wan alla regia e la conferma del cast a cui, come al solito, è stata aggiunta qualche new entry. Per rivedere Vin Diesel, (l'ultimo) Paul Walker, Dwayne Johnson, Michelle Rodriguez, Jordana Brewster, Tyrese Gibson, Chris “Ludacris” Bridges, Elsa Pataky, e conoscere quali saranno i ruoli di Lucas Black, Jason Statham, Djimon Hounsou, Tony Jaa, Ronda Rousey e Kurt Russell non vi resta perciò che attendere il 2 aprile 2015, data d'uscita della pellicola. Ma adesso gustatevi l'adrenalinico trailer.

Primo Trailer Italiano:

sabato 1 novembre 2014

Confusi E Felici - La Recensione

Era chiamato alla prova del nove Massimiliano Bruno, a chiarire quale delle due sue opere viste fino ad ora al cinema rappresentasse al meglio la sua cifra stilistica: se quella promettente di "Nessuno Mi Può Giudicare" o quella confusionaria, e allineata alla concorrenza, di "Viva L'Italia".
A chiarire i dubbi, tuttavia, ci ha messo pochissimo, rispondendo come ci aspettavamo, ma speravamo di non sentire.

Così come era accaduto per la sua opera seconda, anche in "Confusi E Felici" infatti cade nella trappola della pigrizia, manipolando superficialmente il plot niente male a sua disposizione con sui si azzuffa, si prende a botte un pochino, prima di trovare un accordo e scendere a compromessi. Quelli che stanno bene a lui, forse, ma per niente a noi: perché riducono violentemente la potenza comica di un cast a cui è affidato il compito di farsi trasportare dalle ossessioni e dai problemi interiori, messi però non al servizio della storia, ma buttati in mezzo alla facciamoci due risate e consumati voracemente, ignorando in toto le potenzialità di una costruzione e di uno spiegamento meno raffazzonati e più pensati. Claudio Bisio allora risulta lontano anni luce da un ruolo - quello dello psicanalista - che pare essergli stato attaccato addosso con lo scotch, trovando i giri giusti del suo personaggio solo quando viene liberato dalla mansione coperta e omologato agli altri pazienti, anch'essi disegnati a matita e tagliati con l'accetta, fatta eccezione per un Marco Giallini appena, appena più definito.

Quella di "Confusi E Felici" è simile quindi a una sceneggiatura sviluppata in fretta e furia, da un soggetto che poteva tranquillamente esser trattato con più attenzione e da cui sarebbe potuta uscir fuori una commedia piacevolissima, se non addirittura ambiziosa. Bruno da il meglio di sé - come accadde per "Viva L'Italia" - nel corso degli sketch brevi o nelle battute secche, quelle in cui lui stesso e Giallini lucidano la loro romanità verace per caricare le gag e renderle sicuramente più potenti e dissacranti. Ma esaminando il racconto in blocco - come teoricamente sarebbe opportuno fare - ci si accorge senza alcuno sforzo che la pellicola manca sia di uniformità di tenuta e sia di intenzioni precise, accontentandosi di mostrare poco più che macchiette caricate come bombe a orologeria e ricercando con insistenza il meccanismo della scena riconciliante per scaldare uno spettatore che può rimanere, al massimo, intiepidito.

Assai poco, insomma, per parlare di passi avanti, di crescita o altro, poiché Bruno riduce i suoi pregi per allargare i suoi difetti. Ma se si aspettavano conferme, certamente queste sono arrivate, purtroppo han tutte uno sfondo negativo, in particolare quella che afferma che "Nessuno Mi Può Giudicare" non era affatto un promettente esordio, ma - per dirla alla Nando Martellone di Boris - esclusivamente un bbucio de culo! O qualcosa del genere...

Trailer:

American Sniper - Teaser Trailer


Arriva il teaser trailer di "American Sniper", il nuovo film del regista Clint Eastwood con Bradley Cooper, Sienna Miller, Jake McDorman, Luke Grimes, Navid Negahban e Keir O’Donnell. La pellicola racconta la storia di Chris Kyle, un cecchino e molto più, inviato in Iraq con un preciso obiettivo: proteggere i suoi compagni. Dopo una missione lunga quattro anni, farà di ritorno a casa scoprendo di non riuscire a lasciarsi la guerra alle spalle.
Tratto dal bestseller di Chris Kyle e Scott McEwan e adattato per il cinema da Jason Hall "American Sniper" uscirà nei nostri cinema il 1 gennaio del 2015.

Teaser Trailer: