The Pills: Sempre Meglio Che Lavorare - La Recensione

Una volta il piccolo schermo era inequivocabilmente quello della televisione. Era da li che dovevi imparare a saltare se avevi l'ambizione di piombare nello schermo più grande, il cinema, lo stesso raggiungibile adesso comodamente da casa, con il sostegno delle varie tecnologie e canali alternativi come YouTube o similari sostituti.

Vengono proprio da li i The Pills, da quella terra straniera ancora poco conosciuta al pubblico mainstream, che tuttavia, oramai, comincia a possedere una quantità abbastanza considerevole di abitanti e visitatori. Sufficiente, almeno, per smuovere il fiuto da produttore di Pietro Valsecchi (quello di Checco Zalone) e stimolarlo a giocare d'azzardo per puntare su una decontestualizzazione che però, se positiva, potrebbe segnare l'avvio di una nuova Era sia per quelli come lui, alla ricerca di galline dalle uova d'oro, e sia per gli aspiranti, più o meno giovani, interessati alle luci della ribalta. Che i comici (?) romani Matteo Corradini, Luigi Di Capua e Luca Vecchi vogliano far parte della categoria in questione, poi, è tutto da verificare, calcolando che dalle conversazioni assurde che conducono, ciclicamente, nel loro modesto soggiorno con angolo cottura, in bianco e nero e ai confini della realtà, su un argomento e uno solo risultano essere completamente d'accordo: guai ad assumersi delle responsabilità. Un comandamento che coerentemente seguono con rigore anche in "The Pills: Sempre Meglio Che Lavorare", proponendo, secondo il loro stile, un canovaccio di sketch e di monologhi categoricamente in linea con quelli che hanno fatto la loro fortuna, attaccati l'uno all'altro con il nastro adesivo, per provare a dare forma a quel lungometraggio, un po' estraneo alle loro tradizioni, e che infatti faticano a sostenere.

Sono corretti comunque i The Pills, anzi, probabilmente sono prudenti: non si fanno prendere dalla frenesia e sfruttano la loro occasione come l'avrebbero sfruttata, magari, se un progetto del genere l'avessero dovuto affrontare con le loro forze e distanti quindi da una potenza economica come quella di chi gli sta dietro e li supporta. Danno al loro pubblico esattamente ciò che si aspetta: citazioni, parodie, stravolgimenti della realtà e la rappresentazione più o meno conforme del quasi-trentenne romano di oggi, aggrappato al post-adolescenzialismo e disinteressato al passaggio all'età adulta. Quella che per ragioni di movimento e di respiro, ad un certo punto, i tre amici si troveranno loro malgrado a dover varcare - chi perché trascinato da una donna, chi perché travolto dalla crisi dei trenta e chi perché costretto dalla solitudine - tradendo quel patto di sangue, stipulato da ragazzini, in cui le idee chiare della staticità e del non piegarsi alle regole incomprensibili della società erano già chiarissime e invulnerabili tra gli insani principi che li contraddistinguono.

Nonostante allora la decontestualizzazione si faccia sentire, ed il cinema sembri fin troppo largo ancora per le loro vedute, Matteo, Luigi e Luca danno la seria impressione di viaggiare sulla stessa lunghezza d'onda dei loro personaggi, approcciando la grande scommessa di Valsecchi con la leggerezza di chi sa che la fortuna è nel cazzeggio e non ha la minima intenzione di modificare le abitudini con cui ha avuto a che fare fino ad ora, peraltro felicemente.
Questo a prescindere dalle possibilità e a prescindere dal cambio netto di prospettiva.

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