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sabato 20 gennaio 2018

La Forma Dell'Acqua: The Shape Of Water - La Recensione

La Forma Dell'Acqua: The Shape Of Water Del Toro
Un bambino che gioca ai mostri. O meglio, un bambino grande che gioca ai mostri.
La sensazione che si ha guardando i film di Guillermo Del Toro è più o meno questa: ti viene da immaginartelo lì, seduto sul pavimento coi suoi giocattoli, mentre dà sfogo alla sua immaginazione infinita, inventando (o prende in prestito) creature meravigliose che mette al centro di storie improbabili, - a volte riuscite e a volte meno - catturando comunque la tua attenzione verso un universo intrigante, ricco di umanità e nel quale non ti dispiacerebbe affatto riuscire a fare una breve incursione.

Discorso che regge anche nella Guerra Fredda che fa da sfondo a “La Forma Dell’Acqua: The Shape Of Water”, se non altro perché vissuta e inquadrata dal punto di vista di un’inserviente muta e apparentemente dimessa, che diventa incorreggibile, però, quando si tratta di dover salvare una stranissima creatura - metà pesce e metà umana - appena arrivata nei laboratori governativi statunitensi dove, quotidianamente, lei va a svolgere le sue mansioni. Questo perché tra i due sembra instaurarsi già dal primo incontro una fortissima connessione, un rapporto empatico profondo, dovuto - più che all’incapacità condivisa di emettere suoni e farsi capire - alla consapevolezza di entrambi di essere entità da sempre alla ricerca di un posto preciso nel mondo: quel posto che, probabilmente, nell'epoca in cui stanno vivendo (è il 1963) non è neanche detto ci sia (o che ci sarà in futuro). Tuttavia, quando a fornire le regole sono i bambini, sappiamo benissimo che ogni cosa è lecita e ogni cosa è possibile; se questi bambini sono pure grandi, poi, allora è normale aspettarsi l’inverosimile di un miscuglio privo di limiti e, all’occorrenza, di filtri. Così, Del Toro, finisce per frullare insieme film d'animazione come "La Sirenetta" (e ce lo dice anche nel poster) e "La Bella E La Bestia", con un horror fantascientifico come "Il Mostro Della Laguna Nera" - a dimostrazione ulteriore di un cervello infantile, si, ma fino a un certo punto – consegnandoci un fantasy-romantico, dal gusto gotico, capace di racchiudere lo spirito totale della sua cinematografia e di affacciarsi, allo stesso tempo, come sua opera migliore in assoluto.

The Shape Of Water Del ToroPur senza eccedere con gli entusiasmi, infatti, - a meno che non abbiate un rapporto di amore immenso con il regista e sceneggiatore messicano (io non ce l'ho, per esempio, e quando dico che "Il Labirinto Del Fauno" non lo trovo un gran film, spesso, mi guardano male) non ci metterete molto ad ammettere e ad avvertire che "La Forma Dell'Acqua: The Shape Of Water" rappresenta un po’ oggettivamente, per Del Toro, la quadra proporzionata di uno stile, in passato, frequentemente sbilanciato, poco costante e distratto. Una sorta di maturità artistica incompleta che lo porta a maneggiare con professionalità e sicurezza i vari generi, a utilizzare sapientemente l’arma inaspettata e pericolosa (in un film così, più che altro) dell’erotismo, eppure a mancare nuovamente l’appuntamento con una visceralità, raccontata, magari, in maniera precisa e sicura, ma incapace di venir fuori dallo schermo per avvolgere i nostri stomaci e i nostri cuori.

Ed è senz'altro questo, dunque, l’unico appunto che vale la pena di fare a un film diretto benissimo e interpretato ancora meglio: da una Sally Hawkins perfetta e da un Michael Shannon che nel terzo atto si trasforma nel mostro d’attore che è, e si mangia tutti con un’interpretazione che pare uscita dritta da un film di Quentin Tarantino. Perché mandare a casa il pubblico senza il privilegio puro degli occhi umidi è decisamente un autogol, a maggior ragione se dalla tua parte hai una favola incantevole, dolce e innamorata del cinema - che, tra l’altro, omaggia – che aveva tutta la potenza necessaria per annientare una quarta parete, in tutta onestà, ingombrante e fastidiosa.

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