Belli e (im)Possibili: I Love You, Daddy - La Recensione

I Love You Daddy Louis CK
Sere fa, mentre guardavo distratto un programma della tv generalista, sentivo Paolo Villaggio dire - a un conduttore che non mi sovviene - che un passaggio specifico della canzone su Carlo Martello - scritta con (e per) Fabrizio De André - era un feroce attacco al razzismo fatto da lui che, in realtà, razzista lo era, ma che in quel momento simulava di non esserlo. Un ragionamento strambo che mi è tornato in mente, tuttavia, durante la visione di “I Love You, Daddy”, la pellicola scritta, diretta, interpretata e prodotta da Louis C. K. che ha visto arrestare la sua distribuzione in sala a causa delle accuse di molestie sessuali che, in prossimità dell’uscita, vedevano coinvolto lo stand up comedian in prima persona.

Una pellicola che - guarda un po’ - parla proprio di molestie sessuali, allargando il suo raggio d’azione quanto più gli è possibile per avventurarsi – come è solito fare a chi fa stand up comedy – in riflessioni ciniche, a volte assurde, ma non per questo sbagliate sull'essere-umano-tutto, sull’uomo e sulla donna. In pratica, quello di Louis C. K. è, forse, il lavoro migliore sulla materia e sulla stretta attualità disponibile al momento; un trattato sincero, mai ipocrita e - tra le righe - confessionale, partorito da chi magari ha peccato davvero, però ha il coraggio – a suo modo – di chiedere scusa e la faccia tosta di provare a spiegare (e a spiegarsi). Perché oggi come oggi è diventato fin troppo facile puntare il dito, accusare, avallare cacce alle streghe e a mostri che, forse, non saranno Santi, ma neppure e certamente il male assoluto. Ci sono le sfumature, infatti, quelle che “I Love You, Daddy” ci pone davanti agli occhi, mettendoci in difficoltà con la storia di un padre (autore televisivo di successo) preoccupatissimo e impreparato a gestire la notizia che vede la sua figlioletta diciassettenne-viziata frequentare con regolarità un famoso regista cinematografico, sessantottenne, che le voci di corridoio battezzano come pervertito e poco raccomandabile (un John Malkovich straordinario, peraltro)..

I Love You, Daddy FilmLa patata bollente che nessun genitore vorrebbe avere tra le mani; quella che non sai come prendere: perché se sbagli un minimo a gestire l’argomento, ecco che la situazione si complica e le ripicche rischiano di aggravare il quadro generale. Quel quadro che solitamente ci capita di dare per scontato, pensando in automatico che l’equazione anziano-ragazzina preveda, per forza, un abuso intellettuale o fisico del primo nei confronti della seconda. Eppure – sarà che Louis C. K. è meno puro di noi: chi lo sa? – la verità è che la differenza tra una diciassettenne – incapace di intendere e di volere – e una diciottenne – responsabile e con diritto al voto - non possono farla i dodici mesi che stanno lì a dividerli; così come – per citare un'altra scena del film – sarebbe onesto ammettere che, in fondo, siamo tutti un po’ dei pervertiti (quante volte l’immaginazione prende il sopravvento?), abituati a nascondere il nostro sporco sotto al tappeto, mostrandoci al di fuori migliori di quanto, effettivamente, siamo dentro. È un'oggettività scomoda, probabilmente, che in parecchi tenderanno a prendere a calci e a respingere: inconsapevoli che, tale atteggiamento, non faccia altro che andare a rinforzare la tesi, rimescolando logiche, insinuazioni e tabù..

Del resto quello che cerca di fare “I Love You, Daddy” - del quale, a questo punto, è quasi impossibile parlare tecnicamente: dire che col suo bianco e nero somiglia a un film del passato con lo sguardo puntato fisso sul presente (e sul futuro) - è solamente muovere le corde giuste utili a mettere in moto il nostro cervello: facendoci rendere conto della complessità (e della meschinità) dell'essere umano che, a sua volta, va a riversarsi, e rende intricatissima, la lettura e la comprensione di alcune tematiche - come il sesso, appunto - troppo spesso manipolate con superficialità e date in pasto all'opinione pubblica più stupida e sciatta. Perché punire chi sbaglia, affidandosi alla meccanicità del dare per scontato, piuttosto che alla piaga delle voci di corridoio, è un metodo di valutazione, ormai, fuori fuoco che non possiamo permetterci di continuare a utilizzare ancora (a meno che non si voglia passare per stupidi). Allo stesso modo - se vogliamo - di come è inappropriato bloccare la divulgazione dell'opera di un autore, se quest'ultimo, nel privato, ha commesso degli errori che comunque spetterà a chi di dovere (non a noi) e in altra sede, valutare e, in caso, condannare.

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