Quando mi è capitato di dare uno sguardo al trailer di "Song Sung Blue" non nego di aver aggrottato un po' la fronte, immaginando per sommi capi che tipo di film potesse essere e dove sarebbe andato a parare. Certo, il fatto che ci fosse la musica protagonista e una storia d'amore all'interno, un minimo mi incuriosiva, ma onestamente il pericolo di trovarmi di fronte a qualcosa di eccessivamente kitsch, diciamo, continuava ad avere la meglio. Poi, però, ho cominciato a notare qualcosina, a percepire del fermento, dell'entusiasmo da parte di chi aveva deciso di dargli una chance e più fiducia di me. Sorprendendomi, anche, nel leggere il nome di Kate Hudson tra le candidate alle migliori attrici ai Golden Globe di quest'anno.
Insomma, alla fine ho ceduto e con discreto ritardo - e ancora un pizzico di titubanza - ho pensato valesse la pena recuperarlo "Song Sung Blue" che, per chi non lo sapesse, racconta di questi due cinquantenni - Mike e Claire Sardina, aka Lightning and Thunder - presi a calci dalla vita e con una serie di fallimenti alle spalle che all'improvviso diventano famosi (e diventano una coppia) dopo aver messo in piedi una tribute band dedicata alle canzoni di Neil Diamond. Entrambi legati al mondo delle cover e con una grande passione per la musica e l'intrattenimento, cominciano una scalata - artistica e sentimentale - verso quella felicità simbolo del sogno americano, inconsapevoli che, forse, la sfortuna non aveva affatto finito di giocare con loro. Ed è qui che la pellicola scritta e diretta da Craig Brewer - e ispirata a un documentario omonimo uscito qualche anno fa - rischia di giocarsi tutto, di mettere a repentaglio il suo patto col pubblico, perché ciò che accade da un certo punto in poi ai suoi protagonisti è tanto folle quanto inverosimile, se pensato in termini di credibilità di sceneggiatura e di colpi di scena. Tuttavia, e fino a prova contraria, è ugualmente vero che spesso la realtà supera la fantasia, rendendo ogni critica e perplessità verso eventuali fatti assurdi, assai effimera e superflua.
Eppure, il merito principale, se il castello piantato per aria non crolla, restando sospeso in equilibrio, è da attribuire sicuramente al magnifico lavoro eseguito in scena dalla sua coppia di attori protagonisti, affiatatissima e meravigliosa. Perché se Hugh Jackman - lo sappiamo, ormai - è una garanzia in questi contesti - dove lo metti sta e porta sempre a casa la performance, a prescindere da quella che sarà la resa finale del prodotto - per la Hudson è una sorta di novità l'uscir fuori dalla commedia in senso stretto, per cui sorprende vederla muoversi a proprio agio in questo ruolo così atipico e drammatico: sebbene - va detto - che pure i co-protagonisti che gli ruotano attorno non commettono nemmeno loro una sbavatura che sia una. E, allora, sì magari tutto ciò non riuscirà a spostare "Song Sung Blue" dal guilty pleasure che è e che - probabilmente - ci tiene orgogliosamente ad essere, ma di certo lo aiuta a stare in quel campionato assumendo una posizione strana, ibrida, lontana da una promozione tra le eccellenze, ma degna di un rispetto che è impossibile non restituirgli.
Perché è un film che sa emozionare e commuovere, oltre che trascinare e sorridere. Che i lacrimoni te li incolla sugli occhi per una buona oretta e lo fa senza utilizzare colpi bassi come facile la retorica o il pietismo. Gli basta affacciarsi come la semplice storia di chi impara ad accettare che la felicità assoluta nella vita non esiste, che il miglior modo per rispondere alle mazzate che inevitabilmente arriveranno è quello di imparare a rialzarsi, ripararsi e, magari, tornare a sorridere aggrappandosi a qualcosa o a qualcuno (o entrambe) che si ama profondamente.
Troppo poco? Forse sì. Ma è sufficiente a far funzionare uno spettacolo a cui si finisce per affezionarsi.
Trailer :


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