Marty Supreme - La Recensione

Marty Supreme Poster Ita

La prima cosa che ho fatto, non appena uscito dalla proiezione di "Marty Supreme", è stato andare su internet a cercare quanti anni avesse Leonardo DiCaprio quando fece "Prova A Prendermi" (spoiler, ne aveva 28, due in meno di Chalamet). E l'ho fatto, fondamentalmente, per due ragioni: la prima perché il personaggio di Marty, interpretato da Timothy Chalamet, mi ha ricordato, non dico a piè pari, ma quasi, il Frank Abagnale Jr. di quel film. E la seconda perché - forse, a scoppio ritardato, lo ammetto - mi sono reso conto, guardando Chalamet sul grande schermo, che lui rappresenta oggi ciò che DiCaprio rappresentava allora. In termini di popolarità, posizione nello star-system e (riconosciuto) talento.
E lo scontro che si preannuncia quest'anno agli Oscar, nella categoria Miglior Attore Protagonista, potrebbe ufficializzare tale passaggio di consegna.

Perché non c'è che dire, il ragazzino è bravo davvero, al netto della presunzione che nelle ultime uscite lo ha contraddistinto e che fa scopa con quella del Marty (Mauser e non Reisman, come quello originale) della pellicola: un protagonista antipatico, manipolatore, egocentrico, per il quale si fa il tifo a corrente alternata e mai con vera, o spiccata passione. La (sua) storia però ti prende per il collo e ti trascina via con la forza, non ti lascia respirare, per la quantità di sottotrame (anche folli) che va ad aprire (e chiudere) l'infinita scalata di questa giovane promessa americana del tennis da tavolo (sport ancora sconosciuto in USA), disposta a rovesciare (letteralmente) il mondo pur di soddisfare la sua ambizione di successo. Chi (ancora) pensa, infatti, che "Marty Supreme" sia un film sportivo sbaglia di grosso. Si, c'è il ping pong, ma è un dettaglio, è la benzina, è la sua motivazione. Quella co-scritta e diretta da Josh Safdie (orfano del fratello, ma immune alla sua mancanza) è una storia (in parte vera e) universale, adrenalinica, convulsa, e si concentra sul bisogno di chi è convinto di avere un grande scopo nella propria vita (una missione) che deve finalizzare ad ogni costo. C'è una frase, in tal senso, che è cruciale e la dice Marty alla (sua) ragazza (sposata) che ha messo incinta, con la quale però non intende fare sul serio. Le dice (più o meno) che lui è svantaggiato, nei suoi confronti, perché il fuoco che ha dentro lo costringe a inseguire un sogno che gli impedisce di vivere la vita normale e tranquilla che vivono (o cercano di vivere) le altre persone, quelle comuni. Un discorso che straborda di megalomania, di vanità, sputato in faccia a una ragazza che per lui ha rischiato grosso, è scappata di casa e non sa nemmeno dove andare a dormire. Ma pure un discorso che, in qualche modo, serve a mettere in chiaro quanto Marty è disposto a rischiare pur di raggiungere il suo traguardo: tutto.

Marty Supreme Chalamet

E non importa se mente a sé stesso, se millanta a Key Stone - l'attrice di mezza età, tornata sul palcoscenico e con cui instaura una relazione, interpretata da Gwyneth Paltrow - che lui è uno di quelli che si è fatto tutto da solo, con le sue forze: omettendo i furti e le promesse non mantenute, con le quali continua a fare incazzare gente in giro che poi torna puntualmente a cercarlo per fargliela pagare. Il classico atteggiamento tipico (dell')americano, insomma, addirittura trumpiano, forse, perché Marty è uno di quelli che non vuole starci mai, che non rispetta le regole, non sa accettare la sconfitta (e che si meriterebbe una sonora sconfitta, dunque). In un modo o nell'altro - e spesso è sempre l'altro - deve agguantare ciò che dice lui, magari umiliandosi, se necessario, ma guai a prendere in considerazione l'idea di gettare la spugna. Il che può essere visto come una dote imprescindibile, se si vuole puntare in alto partendo dal nulla, ma pure rischiosissima, quando si manca di rispetto ai potenti e, quindi, al sistema (politica compresa).

E con le buone, o con le cattive, in questa sua scalata verso la gloria (personale e del ping pong), che passa rigorosamente da un torneo da disputare in Giappone, Marty si troverà a decidere come sedersi al tavolo dei vincenti, se farlo a modo suo, con l'aria da maleducato e sfrontata, oppure se ammansire gli atteggiamenti e omologarsi alle regole. Un quesito (puntare alla torta intera, o accontentarsi di una fetta) che nel cinema dei Safdie - ora divisi, ma con uno storico in coppia - non è affatto nuovo, così come non è affatto nuova la struttura narrativa con la quale il film ci arriva ed è costruito (gli echi di "Diamanti Grezzi" si sentono forte e chiaro). Quella di una giostra rocambolesca (e simil-coeniana), progettata ai limiti della credibilità, sulla quale ci si diverte e ci si entusiasma, nonostante la voglia di scendere che arriva con una mezz'oretta di anticipo.

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