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lunedì 20 agosto 2018

Revenge - La Recensione

8/20/2018 By Giordano Caputo , No comments

Revenge Coralie Fargeat
C’è da chiudere un occhio per accettare il primo colpo di scena di “Revenge”, e c’è da chiuderlo nonostante – per noi uomini, specialmente – sia missione piuttosto difficile farlo, se non altro per via del magnetismo e della bellezza sbandierati dalla protagonista Matilda Lutz, la quale - per esigenze di copione - non fa altro che girare in casa svestita, mettendo in risalto le sue forme perfette e un sex-appeal da lasciare sbigottiti.

Inizialmente, infatti, la vediamo interpretare la classica donna portachiavi: in fuga d’amore con l'uomo sposato di turno, che le regala un week-end romantico nella sua lussuosissima villa situata in un punto impreciso nel deserto del Nevada. Un week-end che, però, è destinato a prendere una brutta piega nel momento in cui gli amici di lui – attesi nei giorni a venire, per andare a caccia – irrompono la loro intimità, mettendo gli occhi - e non solo quelli - su una Dea che, da frutto del peccato qual è, inevitabilmente spalancherà loro le porte dell'inferno. Una simbologia – questa - piuttosto didascalica e non casuale, suggerita dalla stessa regista, Coralie Fargeat, con ritorni scenici a una mela morsicata, mai finita e in stato di macerazione. Perché, a un certo punto, quando la tentazione prende il sopravvento e i freni inibitori – semmai ci fossero stati – saltano, “Revenge” va finalmente incontro a quello che è il suo destino, togliendosi la maschera e mostrando la sua vera appartenenza al genere – appunto - rape and revenge (letteralmente, stupro e vendetta). Accade allora quel fatto per cui vale la pena chiudere un occhio, quel fatto che frantuma ogni certezza, aprendo la strada al divertimento all'adrenalina e all'action. In sostanza, la povera vittima indifesa si tramuta in una carnefice assetata di giustizia e di morte, reinventando il suo status di donna-oggetto e finendo con l’assomigliare a una versione libera di Lara Croft, dotata di meno addestramento, ma di gigantesche motivazioni.

Revenge FilmOra - prese in esame tali informazioni - l’errore più grande che si potrebbe commettere è quello di dare per scontato che “Revenge” sia figlio dei tempi e dei movimenti #metoo e #timesup, perché nonostante venga spontaneo pensarlo e crederlo, basta guardarlo per accorgersi quanto il suo scopo sia decisamente più frivolo e rivolto esclusivamente all'intrattenimento. Casomai - se proprio volessimo trovare delle risposte - dovremmo concentrarci sul fatto che a dirigere (e a scrivere) sia una donna, una donna che probabilmente ha una vaga idea di come (purtroppo) gira il mondo e che soprattutto - visto che si parla di cinema - sa perfettamente come muovere la macchina da presa e maneggiare un plot con determinate caratteristiche. E a parte alcune esagerazioni che sfiorano il fumettistico - su cui, però, si passa volentieri su – la Fargeat non sbaglia praticamente un colpo, riuscendo a condensare in una miscela piacevolissima e intensa, senso dell’estetica, ritmo e sostanza, regalando al pubblico uno spettacolo, magari da fast-food, ma dalla consistenza decisa e dal sapore convincente.

Un esordio stra-convincente e di gran lunga positivo per il futuro, insomma, del quale si apprezza - tra i vari spunti - anche la spregiudicatezza di un finale a tinte splatter che sottolinea la predisposizione di una regista intenta a voler rompere gli schemi e a frantumare eventuali stereotipi.
E questo, forse, è il miglior endorsment possibile fatto ai tempi che corrono.

Trailer:

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