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mercoledì 24 ottobre 2018

Green Book - La Recensione

Green Book Viggo Mortensen
Il green book del titolo è una sorta di guida turistica indispensabile a tutti quei vacanzieri, neri, che durante la Guerra di Secessione Americana, avevano intenzione - per esigenze di forza maggiore, magari - di viaggiare verso il sud dell'America e conservare un briciolo di possibilità di tornare indietro. Al suo interno, infatti, erano riportati tutti i ristoranti, alberghi e punti d’interesse di quella parte di paese che accettavano di servire e di ospitare clienti afroamericani: che altrove invece venivano, o semplicemente allontanati, oppure, nella maggior parte dei casi, pestati a sangue.

Glie ne viene consegnato uno all'italo-americano, Tony “Lip” Vallelonga – disoccupato per due mesi, a causa della chiusura del locale in cui lavorava come buttafuori – non appena viene assunto dal pianista di colore, Don Shirley, per fargli da autista e da scaccia-grane nel tour che - insieme ai suoi due musicisti bianchi - dovrà portarlo  a calcare determinati palcoscenici del sud: dove i ricchi che lo reclamano adorano vederlo all’opera, ma non ne vogliono sapere di fargli sconti quando non è sul palco. Una convivenza forzata tra due uomini posti agli antipodi, e non solo per via dei pregiudizi legati all’etnia – che Tony trattiene praticamente a fatica - ma anche, e soprattutto, per un dislivello di classi sociali d’appartenenza, che non li aiuta a ridurre le distanze neppure culturalmente. Già, perché, nonostante il colore della sua pelle – che all’epoca stava quasi sempre a significare che o eri povero, o eri schiavo (o entrambi) – per Shirley le cose erano diverse: il suo talento lo aveva portato ad avere una solidissima stabilità economica, a vivere in una dimora piuttosto lussuosa e a poter contare su una servitù disponibilissima. Tutto il contrario della situazione di Tony, insomma, il quale - con due figli e moglie a carico – era abituato ad arrabattarsi come poteva, pur di riuscire a portare uno straccio di stipendio in casa: cosa che a volte stava a significare dovere arrotondare attraverso uno stomaco forte, quelli in grado di mangiare più hot-dog dell’avversario che avevi di fronte.

Green Book Viggo MortensenMa in questo divertentissimo viaggio on-the-road diretto da Peter Farrelly – stranamente orfano del fratello Bobby – queste distanze sono destinate lentamente ad accorciarsi, a ridursi, a farsi beffe della superficie come delle dispute politiche, sbandierate da uno Stato spaccato e in crisi. Quello tra Tony e Shirley è un rapporto sincero, onesto, e lo è sia quando all’inizio, tra i due, c’è la classica comunicazione tra capo e dipendente – col dipendente che lo insulta in un dialetto italiano incomprensibile per non farsi capire – e sia quando il feeling comincia a crescere, prendendo il tragitto di un’amicizia un po’ stravagante e curiosa, ma comunque destinata a consolidarsi e a farsi eterna. I passi per guadagnarsi il punto d'incontro vengono spontaneamente da entrambi, a turno, tramite l’intelligenza – che in questi casi è fondamentale e slegata da chissà quale formazione scolastica – di chi è consapevole dei propri spigoli, mancanze e chiusure, ma sceglie di provare lo stesso a vedere, con un movimento lievissimo, come ci si sente ad accantonare per un attimo ogni riserva da un lato, fidandosi dell'altro (la scena del pollo fritto, in tal senso, è esemplare e meravigliosa).

E dire che era partito un po’ con la sensibilità di un’accetta “Green Book”, tagliato in maniera un po’ grossolana da un regista – che è quello di “Tutti Pazzi Per Mary” - che ci mette un po’ a prendere le distanze e a dosare la volgarità (forse, sulle prime, un poco diluibile) di Viggo Mortensen con il rigore e l'eleganza di Mahershala Ali. Un processo che, non appena assestato, però, fa intravedere tutta l’anima di un film che – imperfezioni comprese – sa benissimo come conquistare e intrattenere lo spettatore, ma, più di tutto, come farlo senza essere né troppo furbo e né didascalico.

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