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domenica 20 ottobre 2019

The Farewell: Una Bugia Buona - La Recensione

The Farewel Film
C’è un detto, in Cina, secondo il quale – grossomodo – chi si ammala di cancro, alla fine muore per colpa della paura. Per tradizione (o per usi e costumi, è uguale), quindi, quando una persona contrae questa malattia, si cerca di ritardargli il più possibile la notizia facendola curare con terapie e medicinali, ma imbastendo una serie di bugie buone, utili a scacciare quel terrore.

Sicuramente parliamo di un processo alquanto macchinoso e non sempre applicabile, però nel caso in cui il paziente sia una persona anziana, per una serie di motivi e con un minimo di organizzazione, il teatrino è fattibile. Ce lo dimostra “The Farewell: Una Bugia Buona” che affronta proprio tale questione partendo – e non è un caso – da una famiglia cinese trapiantata a New York, dove questa nipote trentenne - che sta provando a trovare una collocazione nella vita - viene frenata dai genitori perché riconosciuta non in grado di mantenere la farsa che si sta organizzando: ovvero una rimpatriata intorno alla nonna alla quale restano pochissimi mesi di vita, da giustificare con un matrimonio improvviso dell’unico nipote maschio (con la compagna giapponese). Perché nella pellicola di Lulu Wang non è solo la famiglia della protagonista ad aver lasciato la madre patria per un futuro altrove, bensì anche gli altri parenti che, per un motivo o per un altro, orbitano intorno alla Cina, ma senza viverci in pianta stabile. Per cui, quando si comincia a parlare di tradizione, di questo spettacolo affettuoso e dolce, ma moralmente discutibile, ci si comincia pure ad interrogare se valga la pena o meno – e se sia giusto o meno – non mettere al corrente la diretta interessata di ciò che le sta accadendo. E a farlo, se non è il nipote maschio che preferisce fare la vittima e sposarsi, facendo un po’ la figura del (tenero) giuggiolone, è una nipote femmina che non ce la fa a comprendere il retaggio spiegato dai suoi genitori; che infrange la loro richiesta di non lasciare l’America e che titubante sta al gioco, riflettendo continuamente se valga la pena interromperlo, oppure no.

The Farewel FilmE insieme a lei, a questo punto, riflettiamo noi di riflesso. Ci domandiamo se aggrapparsi a un detto del passato sia uno scarico di responsabilità, o meno; se ci stesse bene che qualcuno ci oscurasse un malessere che ci appartiene e, principalmente, il come mai di tali considerazioni solo adesso. La risposta - ce la suggerisce la Wang - si chiama globalizzazione: che è sinonimo di aperture mentali, di punti di vista ampliati, di un miscuglio di culture che, per forza di cose, contaminano e mettono in discussione ciò che prima era considerato legge, magari. La sua è una commedia brillante, che prende il dramma di fondo e lo esorcizza abilmente in sorrisi, in scene tenere, calorose, che hanno la capacità di farti entrare nella fatica, nei dolori e nelle emozioni implose di questa grande e variegata famiglia. Il dubbio, probabilmente, è che forse tutto questo freni leggermente quella voglia di andare sottopelle, di scendere e analizzare davvero questo cambiamento sociale e culturale che esiste, e che può portare a benefici, come a dei corti circuiti.

In questo caso, trattandosi di storia vera, possiamo dire che ad avere la meglio sia stata l’anzianità, le antiche abitudini, la fortuna (?). Eppure – e lo sappiamo – molto spesso lo svecchiamento, il rinnovamento, la mescolanza e le rivoluzioni culturali possono portare un gran bene. Avere lo stesso potere di un esercizio fisico all’aria aperta e scaccia tossine, diciamo, o comunque avvicinarcisi parecchio.

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