Wonder Woman 1984 - La Recensione

Wonder Woman 1984 Poster
La fortuna di Wonder Woman, si chiama Patty Jenkins
Nella struttura disorganizzata e disordinata che ha portato l’universo DC al cinema (per infastidire e concorrere col monopolio Marvel), lei è sempre stata l’unica ad avere avuto le idee chiare; a interessarsi ragionevolmente alle potenzialità di un personaggio che, pur armato di super-poteri e pur lottando contro il cattivo di turno, sostanzialmente mira a difendere (e a rivendicare) i diritti delle donne e a dissacrare il maschilismo. 

Un discorso portato avanti – ed è così anche in questo secondo capitolo – attraverso una narrazione la cui essenza è basata, in grandissima parte, sull’ironia e sulla parentesi rom-com, due caratteristiche che vanno a braccetto e che fanno sentire la loro mancanza, ogni qualvolta bisogna tornare a svolgere i doveri del classico canovaccio mondo-in-pericolo-cattivo-da-sconfiggere. E “Wonder Woman 1984” fondamentalmente è tutto qui, nei pregi come nei difetti. Un sequel che lascia a bocca aperta durante la sua sequenza di apertura – ispirata un po’ al Quiddich di Harry Potter – ma che poi si fa schiacciare lentamente dai doveri di una sceneggiatura strabordante, concepita con il solito scopo di andare ad aumentare le ambizioni, lo spettacolo e il livello di scompiglio in prospettiva. Perde di leggerezza, quindi, di istintività, quella che ritrova nel momento in cui a tornare in scena – con un espediente particolare – è lo Steve Trevor di Chris Pine: che stavolta, a ruoli invertiti, dovrà fare i conti con un’epoca ed un mondo diversi da quelli che ricordava. Ma non c’è tempo. Perché, nonostante le circa due ore e mezza di durata, la Jenkins deve portare a termine due storie: la sua e quella dei produttori. E l'unico modo è quello di provare a fonderle, a farle coesistere, comunicare, nel tentativo di intercettare un'armonia che però risulta costantemente forzata, macchinosa e altalenante: tant’è che, a un certo punto – in una scelta assai simile a quella compiuta dalla protagonista – è costretta a guardare in faccia la realtà e a buttarsi sul pratico. 

Wonder Woman 1984 Film
Compromesso, insomma, che vorrebbe fare tutti contenti spostando ogni esigenza a metà strada, ma che, proprio per questo motivo, a metà strada finisce per lasciarci tutta la pellicola: che deve accontentarsi di un mash-up costituito da spunti riusciti e da spunti totalmente trascurabili. Di positivo, c'è comunque il fatto che stavolta la percentuale di rischio è stata maggiore: si è cercato di osare, di esagerare, magari non proprio e sempre con coscienza - come sarebbe stato più opportuno - ma con l’obiettivo di spingere Wonder Woman in quella dimensione di mainstream assoluto, occupata da Batman e da Superman (restando in campo DC). Una specie di consacrazione che è fisiologica, incontestabile, sebbene manchi di ulteriore spinta e di effettiva convinzione: e questo per via di mancanza di struttura in fase di scrittura; per la sempliciotta soluzione con la quale vengono disegnati i villain e per via dei troppi futili paletti che si è chiamati a rispettare.
Perché, in fondo, la Wonder Woman di Gal Gadot ha tutte le carte in regola per farsi personaggio di punta e non avere nulla da invidiare ai suoi partner maschili, tranne - al momento - dei nemici all’altezza e delle storie in grado di rivelarsi davvero avvincenti. 

Ed è questo, perciò, il punto di focus sul quale si dovranno concentrare in futuro produttori e autori, per compiere il salto di qualità. Permettendo così a questo franchise di non girarci più attorno e prendere una strada che sappia fare rima con personalità, rischio e valore.
Tre aggettivi che adesso stentano a farsi vedere.

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