Fino All'Ultimo Indizio - La Recensione

Fino All'Ultimo Indizio Poster
Ci sono film che sono figli di altri film; che senza quelli probabilmente non sarebbero mai stati concepiti e che se adesso esistono è per rincorrere, eguagliare o – cosa che accade di rado – superare l’esplosione di originalità provocata dal capostipite. “Fino All'Ultimo Indizio” è uno di questi, perché si rifà a “Zodiac” e a “Seven”, ma in generale a molto del cinema di David Fincher, nel tentativo disperato non tanto di competere, quanto di diventarne parente acquisito. 

Nella pellicola scritta e diretta da John Lee Hancock c’è un serial killer seriale che va in giro di notte a uccidere donne, servendosi di un pugnale; un serial killer che non vedremo mai in faccia mentre è all’opera e che da anni sembra mandare a vuoto qualunque indagine la polizia abbia tentato di aprire su di lui. Ne sa qualcosa il vice-sceriffo Deacon di Denzel Washington, il quale ha pagato carissimo il non essere riuscito a inchiodarlo, rimanendo ossessionato dal mistero e finendo con l’essere trasferito e tolto dal caso. Caso che adesso è nelle mani del suo sostituto, che – per pura coincidenza – conosce personalmente durante una commissione di lavoro che lo trascina davanti a una scena del crimine che presenta un modus operandi praticamente identico a quello dell’assassino che lo ha portato alla deriva. Dire che i due uniranno le forze per venire a capo della faccenda, è dettaglio praticamente scontato. Così come è scontato rimarcare quanto gli ingredienti per incollare alla poltrona, “Fino All'Ultimo Indizio”, ce li abbia tutti schedati e messi in ordine, in attesa di tirarli fuori: pescando e mixando da uno storico piuttosto ampio e collaudato, divenuto negli anni una sorta di archetipo del thriller moderno (seppure dal sapore antico). 

Fino All'Ultimo Indizio Washington
Il bersaglio infatti lo centra Hancock e lo centra pure in pieno. Meno preciso, semmai, lo è nell'esecuzione: e quindi sul come si prepara per andare poi a colpire e (non) affondare. Il tentativo è quello di non realizzare una copia carbone di quanto esistente, ma prendere ognuno di quegli elementi, sfruttarli insieme ai cliché e portare lo spettatore fuori strada per poi spiazzarlo al momento opportuno. E in questo ci torna d'aiuto il titolo originale della pellicola, “The Little Things”, ovvero le piccole cose, i dettagli, quelli che spesso nel corso della storia ci vengono messi intenzionalmente davanti agli occhi – inquadrati in primo piano – ma a cui tendiamo a non restituire il giusto peso, considerandoli marginali. Una serie di semi che invece andrebbero memorizzati a mente, in attesa che arrivi l'occasione giusta a potergli dare un senso logico, che nel frattempo però continua a perdere d’importanza a causa di una suspense e di un coinvolgimento che tendono ad appiattirsi e a non toccare mai vette di angoscia elevate o auspicate. 

Più che affiancarsi, allora, al cinema fincheriano che tanto ci (e gli) piace, Hancock ne riesce a ricavare una sorta di copia conforme piuttosto sbiadita. Vivacizzata da alcuni lampi estemporanei dei suoi attori, magari, ma vittima di un’atmosfera blanda, che fatica a reggersi se non addirittura a issarsi.
Troppo poco, insomma, per ricevere il consenso di parentela a cui ambiva.

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