Minari - La Recensione

Minari Poster
Questione di radici. 
Quelle di una famiglia coreana trapiantata stabilmente in America e guidata dalle scelte di un marito alla ricerca della sua (che di conseguenza diventerebbe di tutti) felicità. 
Parla di questo “Minari”, o perlomeno il suo incipit, mettendoci davanti alla tematica dell’immigrazione che va a mescolarsi all’altra, subordinata e attinente alle tradizioni: le tradizioni che ci appartengono, ovvero quelle della terra madre, e le tradizioni che sentiamo di dover assorbire quando traslochiamo la nostra vita in una realtà diversa. 

Ed è attorno a questo filo che – lentamente – ruota la pellicola di Lee Isaac Chung: quello di due culture che in qualche modo devono sia combattere che convivere fra di loro, per generare un equilibrio tale da poter permettere la sopravvivenza, l’integrazione e, infine, la stabilità. Un punto fermo che Jacob – il capofamiglia – sta cercando di inculcare nella testa della moglie che, insoddisfatta del trasferimento in Arkansas, sembra quasi rifiutarsi di voler vedere il disegno completo che lui non smette di raccontarle. Del resto funziona così: se vuoi sognare devi rischiare. E Jacob ha tutte le intenzioni di fare all-in, di spendere l’intero montepremi a sua disposizione (ricavato dal lavoro svolto da entrambi di smistare i pulcini in base al sesso) per sistemarsi definitivamente e adempiere alle funzioni che – secondo determinati schemi – il suo ruolo prevede. Il gioco d’azzardo scelto è quello di un grandissimo orto che si estende ai piedi della casa mobile appena acquistata, sul quale andare a coltivare prodotti strettamente coreani, da rivendere poi a tutti i concittadini migrati come lui negli Stati Uniti. Un progetto solido – forse – che però non basta a migliorare un clima abbastanza teso e a circoscrivere le frequenti discussioni quotidiane, la cui tregua pare possibile esclusivamente con l’arrivo della suocera, chiamata a gran voce dalla consorte, un po’ per nostalgia materna e un po’ per avere aiuto nella gestione dei bambini e della casa. 

Minari Film
Da questo momento in poi, “Minari” cambia passo. 
Lo cambia perché – in sostanza – a emergere è la figura di un personaggio terzo che potremmo praticamente rimbalzare a primo, e cioè il piccolo (e dolcissimo) David: che più di ogni altro dovrà sopportare – e gestire – la presenza di questa nonna che nonna non gli sembra, perché “odora troppo di coreano” e non sa nemmeno fare i biscotti. Tra i due è palese la mancanza di affiatamento, il rigetto, quella sorta di diffidenza figlia del fatto che sia David che la sorella non hanno mai conosciuto – e quindi non possono comprendere – l’educazione classica, tipica del loro paese di origine: essendo entrambi cresciuti (nati?) in territorio americano e avendone assorbito i principi. Eppure da questo contrasto il dilemma culturale che il film stava ancora preservando comincia a schiudersi e a venir fuori, prima in piccolo – con questo rapporto che cerca comunque di non chiudere le porta e mediare – e dopo in grande: attraverso una crisi matrimoniale che per evitare il disastro e il fallimento deve smetterla coi cerotti e cominciare a curare le ferite. 

E la soluzione allora sarà la stessa (seppur sconosciuta) terapia che la dottoressa suggerisce per continuare a curare il (pericoloso) soffio al cuore del piccolo David.
Perché serve la presenza di quella nonna (letteralmente e metaforicamente), e quindi il non perdere mai di vista le nostre radici, per riuscire a salvarci davvero. Come il minari – il prezzemolo giapponese che, non a caso, da il titolo alla pellicola – dobbiamo essere bravi a non snaturarci, a stare uniti, a resistere alle condizioni di ogni ambiente, senza perdere mai di vista quella che è la nostra forma e la nostra essenza. 
Solo così potremo sentirci realmente a casa. Sempre. Ovunque.

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