Annette - La Recensione

Annette Carax
L’attesa era notevole.
A nove anni da “Holy Motors” il ritorno di un regista dalla mente visionaria come Leo Carax non poteva che scatenare - perlomeno tra i cinefili - un sostanziale e considerevole rumore: amplificato maggiormente dalle aspettative di un musical che vedeva, tra i protagonisti, i volti di Adam Driver e di Marion Cotillard.
Questo perché conoscendo il personaggio e conoscendo le sue forme di espressione – orientate a farsi beffa sia delle regole, sia degli spettatori – il trovarsi di fronte a qualcosa di unico, di frastornante e, allo stesso tempo, di meraviglioso, equivalevano praticamente a una certezza (o promessa). E, in un certo senso, così è stato.

Perché non c’è dubbio che “Annette” sia un musical – che poi incastrarlo in quel genere, forse, sarebbe addirittura limitante – assolutamente inusuale, capace di rompere le righe laddove se lo può permettere e di rimetterle insieme, poi, non appena gli faccia più comodo. Il che è sicuramente un suo punto di forza, specie se prendiamo in considerazione la maniera con cui Carax sceglie di aprire le danze e di farci mettere comodi e rilassati: con l’intero cast del film che – letteralmente – si carica sulle spalle la responsabilità dello show e, tramite un ouverture, comincia a entrare – panni compresi – nei personaggi dando vita a una sorta di finzione dentro la finzione. Cominciamo a conoscere, quindi, le dinamiche di questa storia (d’amore), ovvero chi sono l’Henry di Adam Driver – un Kylo-Ren preso in prestito dall'universo Star Wars e catapultato nel nostro mondo – e la Ann di Marion Cotillard. Lui uno stand-up comedian maschilista e provocatore (soprannominato la scimmia di Dio), lei una cantante lirica dolce e indifesa: colonna portante di una pièce in cui muore ogni sera per poi rialzarsi, inchinarsi e ricevere applausi. Due poli opposti, insomma, che però non riescono a fare a meno di attrarsi, di amarsi, cantandosi i loro sentimenti e resistendo alle chiacchiere e alle invasioni di stampa e programmi di gossip. Una situazione tutta rose e fiori che cambia - repentinamente - solo dopo la nascita della loro figlia, la piccola (marionetta) Annette.

Annette Adam Driver
Da qui, quella che sembrava dovesse avere le caratteristiche di una favola, si tramuta lentamente in una tragedia, un dramma. L’ombra di Carax – ma più che di ombra, probabilmente, dovremmo parlare di paure, sensi di colpa e lati oscuri – avvolge integralmente l’Henry di Driver e lo spinge a scendere in quell'abisso dal quale Ann era riuscita a distrarlo, (temporaneamente) a salvarlo, e come una maledizione contro la quale ogni uomo è costretto a lottare, lo ingoia morso dopo morso. È il passaggio lungo il quale “Annette” comincia a soffrire e a perdere di vista il ritmo, la magia; dove la sceneggiatura si incaglia come una barca in mezzo al mare – per usare un esempio a caso – e si attorciglia su sé stessa, rinunciando a ogni slancio e a ogni rilancio. L’essenzialità di ciò che si voleva comunicare scricchiola sotto scene che non fanno altro che ribadire un determinato concetto, spunti potenzialmente interessanti sfumano clamorosamente e anche se l’arrivo di Simon Helberg riesce a donare un pizzico d’ossigeno e di freschezza generali al terzo atto, ciò non basta a giustificare il timing di una seconda-parte-tutta, decisamente lunga e (visti i contenuti) sforbiciabile.

E allora no, il musical di Carax non soddisfa le attese e si rivela lontano anni luce dalla pellicola straordinaria che – almeno per quanto riguarda il sottoscritto – avevamo idealizzato. 
Di “Annette”, tuttavia, qualcosa resta lo stesso: come una scena finale splendida ed emozionante e qualche duetto cantato nel corso del primo atto. 
Certo è poco, pochissimo, anzi. Ma a maggior ragione vale la pena tenerselo da conto.

Trailer:

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