The Suicide Squad: Missione Suicida - La Recensione

Suicide Squad Missione Suicida Poster
La sensazione che si prova guardando “The Suicide Squad: Missione Suicida” è che la Warner Bros. – probabilmente alla canna del gas in merito alle soluzioni da adottare per far funzionare l’universo DC – abbia preso James Gunn da una parte e gli abbia detto: “Tieni, queste sono le chiavi. Fai il cavolo che ti pare, ma fa in modo che funzioni!”. 
E James Gunn – che queste parole era da un po’ che non le sentiva pronunciare dalla bocca di una major – per accontentarli e non deluderli ha agito nell'unica maniera possibile: facendo il cavolo che gli pareva più folle e più assurdo che un cine-comic abbia mai visto.

Scordatevi il tentativo (fallito) di David Ayer e azzerate la memoria, quindi, perché in fin dei conti siamo di fronte a un reboot che omaggia il vecchio abbracciandolo forte, ma poi lo accoltella a tradimento in stile Bruto con Giulio Cesare. Cambia tutto, infatti: squadra, attori (tranne qualche eccezione) e in particolare lo humor. E per capirlo – per capirlo con certezza, almeno – è sufficiente aspettare che arrivi il momento della presentazione del nuovo Bloodshot di Idris Elba, che ci regala il discorso padre-figlia più folle ed esilarante a cui poter assistere da spettatori (molto meno se da diretti interessati). Praticamente è il punto di non ritorno; la molla che mette in chiaro le intenzioni di una pellicola letteralmente fuori di testa, a tratti sorprendente e anarchica e, in quanto tale, impossibile da anticipare in quanto a mosse, risvolti e intenti (e questo a prescindere dall’esperienza in materia). Il canovaccio è il medesimo, ovviamente: un gruppo di carcerati pericolosissimi viene ingaggiato dal Governo statunitense per prendere parte a una missione segreta con limitate speranze di successo, se riuscirà a portarla a termine vincerà dieci anni di sconto sulla pena, in caso contrario muore e amen (chi prova a fuggire muore lo stesso, per via di un chip bomba iniettato in corpo preventivamente).

Suicide Squad James Gunn
Tutto è lecito, insomma, e niente è proibito.
Una specie di formula magica che Gunn non si lascia ripetere due volte e che traduce dando libero sfogo alla sua fantasia, alla creatività, alla pazzia. Un semaforo verde fisso capace di trasformare ogni scena e ogni sequenza in qualcosa di spiazzante, di divertente, di insolito (?). E non serve un genio per comprendere che è lui lo spettatore numero uno del suo show, il target di riferimento da soddisfare, e noi gli intrusi di lusso liberissimi di scegliere se restare a guardare, oppure girare i tacchi e uscire. Certo, di fronte a così tanto nonsense (ci sono una donnola e uno squalo antropomorfi), politically uncorrect e voglia di premere sull’acceleratore della stramberia, si fa davvero fatica a rimanere insoddisfatti o perplessi al punto da abbandonare la sala; e anche se nel finale giunge tempestivo il classico caos dove la città di turno rischia l’estinzione dalle mappe, fa niente, perché ogni cosa è gestita comunque meglio del previsto e condita da qualche elemento che ne impedisce la non riuscita.

In conclusione, perciò, la risposta è sì: James Gunn ce l’ha fatta.
Ha recuperato “Suicide Squad” e, cosa più importante, è riuscito a realizzare il miglior film appartenente all’universo DC, lato cinematografico (se non consideriamo i Batman di Nolan e Burton).
Le chiavi che la Warner gli ha concesso non potevano trovare custode migliore, allora, sebbene adesso sarà curioso capire come ciò potrà influenzare (o meno) i progetti futuri.

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