C'Mon C'Mon - La Recensione

C'Mon C'Mon Poster

Un anno fa, circa, Joaquin Phoenix è diventato padre.
Per la prima volta.

Una notizia che non può non avere avuto un peso quando, sotto agli occhi, gli è passato il copione di “C’Mon, C’Mon” di Mike Mills: nel quale gli viene chiesto di interpretare uno zio chiamato a prendersi cura del proprio nipote, mentre la madre naturale – la sorella di Phoenix – è impegnata a risolvere i gravi problemi psicologici di un marito, che non vuole saperne di andare in clinica a farsi curare. Situazione drammatica – o casino, come verrà poi ribattezzata dai due protagonisti – che costringe il Johnny di Phoenix a portare con sé il piccolo Jesse in giro per l’America, coinvolgendolo nel suo progetto di intervistare bambini e adolescenti, chiedendogli un opinione sul presente e sulle aspettative per il futuro (loro e del mondo).
L’esperienza più formativa che un neo-papà potrebbe ritrovarsi a fare, insomma, anche perché il suo personaggio è completamente impacciato e impreparato in materia: e quindi a disagio quando viene coinvolto in certe dinamiche e in certi meccanismi di difesa infantili, che tenta di non assecondare all’inizio, per poi entrarci dentro in punta di piedi, esplorandoli. A monte, infatti, esiste una considerazione palese, ovvero che per quanto si possa credere di innalzare un divario, in realtà tra adulti e bambini è impossibile filtrare tutto; impedire loro di assorbire le nostre sensazioni, le nostre emozioni, illudendoci che siano fin troppo piccoli per capire. Ed è un messaggio, questo, che Mills imbastisce subito attraverso interviste tutt’altro che ingenue e immature, magari semplici sì, ma di quella semplicità genuina che vuole andare dritta al punto e non ha bisogno di arzigogolare.

C'Mon C'Mon Phoenix

Filosofia che “C’Mon C’Mon” si cuce addosso e che gli calza a pennello, riuscendo lentamente a costruire un rapporto zio-nipote capace di abbattere ogni barriera, diventando praticamente paritario e schietto: con il talento prodigio di Woody Norman che tra un capriccio e l’altro (ma anche attraverso un capriccio e un altro) sembra insegnare agli adulti molto più di quanto gli adulti provino a restituirgli. Del resto ogni nodo da sciogliere, ogni attrito da appianare, così come ogni silenzio, derivano spesso da qualcosa di non detto. Da qualcosa che – per diversi motivi – abbiamo deciso di non comunicare, di nascondere e che solo un bambino iperattivo, curioso e – di conseguenza – fastidiosissimo può riuscire a stuzzicare talmente tanto e talmente forte da costringerci a buttarla fuori. Lo stesso bambino che, forse, è stanco di sentire intorno a lui persone continuare a ripetergli che andrà tutto bene, che non deve preoccuparsi; un bambino che vorrebbe sentirsi libero di esprimere con franchezza il suo dolore, il suo stato emotivo, paradossalmente proprio per cominciare a stare meglio e a respirare.

Ed è tramite questa esplosione di spontaneità, di leggerezza e di sincerità che Mills arriva a far breccia nei nostri cuori. Con un finale in cui, dopo aver riso e condiviso a lungo i contrasti (responsabili della scelta del bianco e nero?), i suoi personaggi entrano finalmente in sintonia con una scena che scatena brividi e poi lacrime.
Quelle di un film splendido che insegna più di quanto crede, o vuole far credere; che parla ai grandi con la semplicità con la quale si parla ai piccoli, sperando di alleggerirli un minimo di quel peso – inesorabile – che fa parte della (nostra) vita.

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