Priscilla - La Recensione

Priscilla Film 2023

Difficile vedere "Priscilla" e non pensare ad "Elvis" di Baz Luhrmann.
Difficile perché le tempistiche di uscita sembrano avere qualcosa in comune: una sorta di botta e risposta, di un flow da seguire. E soprattutto è difficile perché quello di Sofia Coppola dà l'impressione di essere un film che mette da parte la figura del Re del rock and roll - e alcuni importanti capitoli della sua vita - proprio perché dà per scontato che chi guarda abbia già assimilato certe informazioni attraverso il blockbusterone uscito al cinema due anni fa.

Occhi su Priscilla Presley, allora, e sulla sua storia d'amore sbocciata quando lei, ancora minorenne, conosce Elvis durante il suo servizio militare, in Germania. Tra i due c'è subito forte attrazione, intesa, e a dividerli, inizialmente, sono solo le miglia di distanza che riporteranno la star a esibirsi negli Stati Uniti e i genitori di lei che non trovano rassicurante una relazione tra la loro figlia ed un uomo così maturo (e famoso). Ma queste sono le premesse, le basi per una storia a cui interessa arrivare altrove, ovvero al momento in cui queste barriere vengono abbattute e Priscilla entra in pianta stabile nella tenuta di Graceland, diventando a tutti gli effetti, ufficialmente, la fidanzatina dell'uomo più ambito del mondo. Un sogno, per chiunque la veda dall'esterno. Un incubo per lei. Stando alle memorie da cui Coppola ha tratto la sceneggiatura (scritte da Priscilla in persona e produttrice esecutiva dell'operazione), infatti, più che la fidanzatina di Elvis, Priscilla era la sua bambola super accessoriata. Le diceva cosa mettere, cosa fare, dove andare e come comportarsi. Sessualmente, poi, la situazione viveva uno stand-by indefinito, un fermo che valeva per lei e non per le starlette di passaggio - quelle poco affidabili, che mettevano la carriera al primo posto - e che per sarebbe terminato imprescindibilmente dopo il matrimonio.

Priscilla Sofia Coppola

Prigioniera del maschilismo puro e vittima di un rapporto tossico che tossico lo era pure letteralmente, quindi (con flaconi di pasticche sui comodini che servivano a restare pimpanti la notte e a non cadere presa del sonno la mattina). Alle direttive di un uomo (fragilissimo) che, a sua volta, era pilotato - e qui viene evocato il lavoro di Luhrmann - dal padre e dal Colonnello manager, con l'intento di spremerlo senza sosta, fino all'ultima goccia di talento. Un uomo cresciuto sotto un'educazione fortemente religiosa e che, dentro di sé, sentiva (e studiava) di doversi far carico di tale ascendenza, influenzando i fedeli (i fan) verso un'ipotetica giusta strada. Tutti spunti, tutti lati oscuri da approfondire, magari, che però in "Priscilla" diventano quasi delle zavorre controproducenti. Il meglio di sé, la pellicola lo trasmette durante la fase dell'innamoramento, quando la bambina e l'idolo entrano in contatto e cominciano a creare intimità e a idealizzare un amore che sarà impossibile, una felicità ideale quanto irrealistica.

Poi, da quando la macchina da presa stringe sulle privazioni di Priscilla, sulle raccomandazioni di restare a casa a proteggere il focolare, mettendo in risalto quella che era un po' la condizione della donna intorno agli anni sessanta, la curiosità e l'originalità tendono a calare, a raffreddarsi, a ricalcare modelli già visti e ad appesantire un film che delle varie opportunità messe a disposizione, sceglie forse di adagiarsi su quella più popolare e consumata possibile. Vanificando le buone premesse e il talento di una Cailee Spaeny che faremo bene a non perdere di vista.

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