Uno degli elementi che più mi incuriosiva della storia (vera) di Tony Kiritsis erano le scuse e l’ammissione di frode che pretendeva – quasi più dei 5 milioni di dollari di risarcimento – dal mediatore ipotecario che, stando alla sua ricostruzione dei fatti, lo aveva preso in giro e danneggiato economicamente.
Lo trovavo un elemento così assurdo, e allo stesso tempo così comprensibile (e attuale), che già fantasticavo su come Gus Van Sant avrebbe potuto utilizzarlo, estremizzando ulteriormente una vicenda che già da sola era sufficiente a mettere su una commedia grottesca, irresistibile.
Per chi non lo sapesse, infatti, nel 1977, a Indianapolis, un uomo qualunque – secondo alcuni, addirittura per bene – di nome Tony Kiritsis, una mattina decise di sequestrare il figlio del suo mediatore ipotecario (voleva il padre, ma era in vacanza), puntandogli alle spalle un fucile a canne mozze che aveva opportunamente modificato, installando un filo che collegava il collo della vittima al suo, in modo tale che se qualcuno li avesse divisi, o avesse provato a farlo fuori, il fucile avrebbe sparato in automatico anche all’ostaggio. Un escamotage che gli permise di uscire senza problemi dal palazzo della compagnia e di trasferirsi in casa sua col prigioniero, a bordo di un’auto della polizia, presa in prestito al momento. Neanche a dirlo, la notizia divenne immediatamente virale e fu coperta dalle maggiori testate mediatiche, con la figura di Kiristis che cominciò a spaccare l’opinione pubblica, tra chi lo identificava come un eroe e un paladino della giustizia e chi, invece, si limitava a insultarlo, etichettandolo come un criminale. Ed è intorno a questa dicotomia che Van Sant decide di spingere l’acceleratore, trovando forse il denominatore comune migliore con quelle che sono le dinamiche (pericolose e avvelenate) del nostro presente: dove la ragione e la verità hanno un ruolo marginale, se paragonate al polverone, al caos e – hai visto mai – al sangue eventuale.
Di grottesco, insomma, nel suo film ce n’è pure troppo, sebbene anziché far (sor)ridere, finisce per generare una reazione opposta, quasi fastidiosa, che mette noi spettatori sul ciglio del disagio. La crociata di Kiritsis contro il capitalismo viene immediatamente banalizzata, smembrata da qualunque valore simbolico e ridotta a un pessimo circo da quattro soldi. Il dramma si trasforma nel solito spettacolo da trasmettere in televisione (o in radio), fagocitando i suoi protagonisti – tragedie personali comprese – e rendendoli pedine insulse, in attesa di mossa o di giudizio. La leggerezza e l’ironia che “Il Filo Del Ricatto: Dead Man's Wire” poteva avere dalla sua (e che, sinceramente, avrei preferito venisse sfruttata meglio), allora, lascia spazio alla politica, a quella che il cinema di Van Sant conosce e che qui ritorna ad affrontare (legittimamente) di petto, insieme alla deriva di una società che sempre di più continua a deludere per declino e per quella smodata passione nei confronti dei mostri che non vede l’ora, poi, di veder sbattere in prima pagina.
Trainato da una serie di reference affascinanti (di cronaca recente, pure), sulle quali spicca un’estetica che ricorda tantissimo quella di “Quel Pomeriggio Di Un Giorno Da Cani” – con la presenza di Al Pacino che, forse, sta lì a confermare l’omaggio – quello di Van Sant, per quanto imperfetto e un pizzico imballato, si rivela un film che ugualmente riesce a parlare del (e al) nostro presente, a smuovere riflessioni, ragionamenti, e a cui manca solo quella zampata di estro o di illuminazione per convincere a pieno e stregare.
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