Quando fu presentato all'ultimo Festival di Venezia, circa sei mesi fa, "Il Testamento Di Ann Lee" spaccò totalmente la critica. Spulciando tra i pareri apparsi qui e là, infatti, era possibile leggere tutto e il contrario di tutto. C'era chi l'aveva percepito come un film pessimo, da cui stare assolutamente alla larga, e chi lo esaltava, evidenziandone l'originalità e la maestosità del lavoro - specialmente tecnico - eseguito.
Per quanto mi riguarda, credo che il problema principale del film di Mona Fastvold sia il punto di vista: che nella storia è quello del personaggio di Thomasin McKenzie, voce narrante e fedelissima adepta della setta degli shakers, fondata - anche se sarebbe più corretto dire, ereditata - dalla Ann Lee di Amanda Seyfried. Un punto di vista, quindi, che non permette mai a noi spettatori di poter godere di uno sguardo neutro, o meglio ancora conflittuale, nei confronti di questa controversa e particolare neo-religione (chissà come sarebbe andata se avessimo potute seguire, invece, la parabola della nipote di Ann: prima sostenitrice della zia e poi dell'amore che le proibivano). Per cui, andando a stringere, l'unico sguardo perplesso, scettico, seppure incuriosito, nei confronti di una dottrina che professava la totale castità dell'uomo e della donna, in nome di un Dio che altrimenti li avrebbe puniti voltandogli le spalle tassativamente, è il nostro. Assume, così, un valore documentaristico, o quasi, "Il Testamento Di Ann Lee", che funziona di più come divulgatore storico, come faro puntato verso un delirio mistico che, nel complesso, riuscì a coinvolgere e ad arruolare una discreta dose di persone, salvo poi perderne altrettante nel breve e nel lungo termine, proprio perché in termini di marketing - diciamo - non è che sapesse vendersi esattamente alla grande. Ad oggi - ed è una notizia - a sostenere gli shakers, sono rimasti in 3, un dato che lascia pensare che, tra qualche anno, l'unica loro traccia tangibile potrebbe rimanere questa pellicola e poco altro.
Diventa prodotto per pochi, insomma, "Il Testamento Di Ann Lee".
Sebbene, visivamente offra momenti davvero interessanti e la sua componente musical - se possiamo definirla tale - porti strappi, coreografie e parentesi assai suggestive. Nel complesso, tuttavia, il rischio è che - se lontano da un pubblico incline a certi argomenti - possa apparire lo stesso un po' respingente, fine a sé stesso, incapace di andare oltre quella che è la sua vicenda e cronaca stretta. Perché pure quando Lee decide di spostarsi da Manchester in America - strizzando l'occhio al "The Brutalist" di Brady Corbet, marito della Fastvold nella vita, qui co-sceneggiatore con la moglie - convinta che quella sia terra adatta alla realizzazione del suoi sogni e del suo progetto, finendone poi per pagare il prezzo amaramente e scoprendone la natura violentissima, ciò che ne ricaviamo è più o meno ciò che già abbiamo visto e che già ci si aspetta(va). Più interessante, a questo punto, sarebbe stato approfondire come, nel 1800, questa Madre Religiosa riusciva a far convivere in armonia, senza pregiudizi e in totale uguaglianza, fedeli di diverso genere e di diversa etnia (mentre fuori la discriminazione e il razzismo dilagavano).
Resta un oggetto misterioso, dunque, ma forse, chissà, è esattamente quello che voleva essere.
Un prodotto - e questo è un pregio - che non pensa minimamente ad un pubblico di riferimento, ma il cui unico obiettivo è rimanere devoto a sé stesso e ai suoi intenti. Andando contro il mainstream, contro i pareri dell'industria e, in alcuni casi, persino contro il gusto di noi spettatori.
Trailer:


Commenti
Posta un commento