L’Ultima Missione: Project Hail Mary - La Recensione

L’Ultima Missione: Project Hail Mary Poster

Il sole sta morendo. Una strana forma di vita lo sta indebolendo rapidamente e con lui stanno per fare la stessa fine anche le stelle che lo circondano. Solo una sembra riuscire a resistere a questa strana infezione e, per salvare il pianeta Terra, le più grandi menti del mondo stanno collaborando per organizzare una missione – la Hail Mary del titolo – orientata a capire il perché. Tra queste menti, però, ce n’è una che sembra finita lì un po’ per caso, quella del professore di scienze – di scuola media – Ryland Grace: un uomo brillante, perspicace che, in poco tempo, diventa centrale nelle ricerche e nella preparazione del viaggio – senza biglietto di ritorno – che dovranno affrontare tre coraggiosi astronauti. Qualcosa, però, non torna quando il professor Grace si risveglia (capelluto e barbuto) a bordo di una navicella spaziale in compagnia di due cadaveri. I suoi ricordi sono atrofizzati e non riesce a ricordare come sia diventato lui l’ultima speranza in grado di salvare il genere umano. 

Un minimo di contestualizzazione – senza spoiler – è necessaria per parlare di “L’Ultima Missione: Project Hail Mary” che è uno di quei film che rischiano di apparire come degli oggetti misteriosi, o addirittura poco decifrabili. In realtà, è tratto dal romanzo omonimo scritto da Andy Weir che poi è lo stesso autore di “Sopravvissuto: The Martian”, quel divertentissimo film con Matt Damon col quale, non a caso, condivide una miriade di connotati (la fantascienza, lo spazio, lo studio dei pianeti), tra cui un paio che spiccano in particolare. Il primo è che a scrivere la sceneggiatura è di nuovo Drew Goddard, esperto, probabilmente, nel riuscire a rendere digeribili storie che non possono prescindere da spiegoni per lo più incomprensibili – alla maggior parte degli spettatori, almeno – che vanno ad appesantire una narrazione in cui diventa vitale l’uso di un umorismo immediato, ottimo a stemperare. Il secondo è legato alla solitudine del protagonista, un Ryan Gosling che non ha nessun problema a definire la sua vita fallimentare, che è il primo ad ammettere di non essere coraggioso (non ho il gene) e che viene considerato sacrificabile – gli dicono – perché non ha nessuno (nemmeno un cane) che lo aspetta o che soffrirà per lui a giochi fatti. Sebbene ciò non pare, comunque, sufficiente a convincerlo nel sacrificare sé stesso per la causa. 

L’Ultima Missione: Project Hail Mary Gosling

Come sia finito nello spazio, allora, resta un (gran) mistero. 
E di misteri e di interrogativi – scientifici e non – “L’Ultima Missione: Project Hail Mary” (ce) ne pone parecchi. Lo fa attraverso un racconto non lineare, che sfrutta i vuoti di memoria di Gosling per tornare indietro nel tempo con dei flashback che, pezzo dopo pezzo, ci aiutano a ricostruire cosa è successo e che cosa ha spinto, alla fine, questo comune professore a intraprendere una missione che sia per carattere, sia per scelta, era infinitamente estranea e lontana dalle sue corde. Un viaggio lunghissimo – sono 2 ore e 40 minuti e sono troppe, onestamente – del quale sentiamo il peso e la gravità a intermittenza, ma che si fa decisamente più leggero e coinvolgente nell’istante in cui i tecnicismi e le teorie si fanno da parte e lasciano spazio all’amicizia e all'entrata in scena di questo alieno roccioso, ribattezzato – giustamente – Rocky. Lo slancio che la pellicola riceve non appena si trasforma in un simpaticissimo buddy-movie è tangibile, netto, e permette alla regia di Phil Lord e Christopher Miller di liberarsi da quelle catene che la stavano imbrigliando, cominciando a giocare con una leggerezza e dei toni che di sicuro rispecchiano meglio quel che è il loro cinema e la loro cifra. I duetti tra Gosling e Rocky ricaricano e rigenerano (noi e il film) da un’eventuale stanchezza accumulata, fanno ridere, emozionare, commuovere (eh già!), restituendo ritmo a un blockbuster che, in partenza, rischiava di uscire clamorosamente dall'orbita impostata. 

Nel complesso, invece, è un prodotto riuscito, (a tratti) coraggioso e piacevole “L’Ultima Missione: Project Hail Mary”. E con una ventina di minuti – mezz’ora? – in meno avrebbe potuto persino trovare quell’equilibrio ideale che, secondo me, non raggiunge solo per colpa di una tendenza che è tipica dell’industria moderna a dover per forza esagerare, perché altrimenti non si può parlare di esperienza cinematografica. Un problema che speriamo di risolvere al più presto, perché fastidioso quasi quanto quello di un sole che si spegne.

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