Una vaga idea del perché a François Ozon sia venuto in mente di (ri)adattare un racconto breve, ma densissimo come "Lo Straniero" di Albert Camus proprio in questo momento, io me la sono fatta. Credo sia una riflessione istintiva, una deduzione spontanea che nasce e che cresce non appena giunti al termine di una pellicola che sembra voler lasciare lo spettatore volontariamente disorientato, perplesso. Perso nei confronti di una storia dalla violenta natura filosofica, cerebrale, esistenziale.
La domanda ricorrente, infatti, è: perché al giovane Meursault - il protagonista interpretato da Benjamin Voisin, che a me ricorda troppo Robert Pattinson - non importa mai niente di niente? Gli muore la madre all'ospizio e non batte ciglio, la sua ragazza gli chiede se ha piacere di sposarla e lui reagisce come se dovesse scegliere tra una bottiglia d'acqua liscia, oppure frizzante, uccide un arabo senza un motivo specifico e non intende aiutarsi per provare a evitare la pena di morte. Nulla sembra smuoverlo dalla sua imperturbabilità, nulla sembra alterare le sue emozioni. Un encefalogramma piatto. Almeno fino a un certo punto. Almeno finché qualcuno - un prete - non prova a convertirlo verso una fede che solo a pensarci gli fa saltare i nervi e perdere la pazienza. Vallo a capire questo Mersault. Un uomo qualunque, un impiegato semplice, mentalmente lucido e intelligente, eppure l'impressione è che sia impossibile stimolarlo a provare qualcosa, ad accenderlo. Un comportamento inaccettabile, al punto che il processo al quale viene condannato, a seguito dell'omicidio, si sposta esattamente su questo mistero. Mette da parte la vittima - un arabo: popolazione che negli anni '30, nell'Algeria colonizzata dai francesi, veniva stra-discriminata, li chiamavano indigeni - e si concentra sui motivi per cui Mersault non piange davanti alla morte di un genitore, non asseconda gli assist del suo avvocato d'ufficio, non ha interesse a salvarsi la pelle. Assurdo.
Come il mondo, verrebbe da dire, come la nostra esistenza.
Quella a cui disperatamente cerchiamo di dare un senso, ma – come direbbe Vasco Rossi – forse un senso non ce l’ha. Ed è questa consapevolezza che manda in crisi Mersault, o sarebbe meglio dire che lo sorregge e lo fa stare in equilibrio, chi lo sa? Spegnendolo di entusiasmi, di ambizioni – rifiuta una promozione, urtando la benevolenza del suo capo – e privandolo di quella spinta che molto spesso a noi fa prendere posizione, reagire, disperare. Per lui la vita è come una condanna (a morte), come una presa in giro, una noia (mortale, esistenziale) alla quale, dunque, non è significativo dar troppe attenzioni, prendere sul serio (dar peso alle scelte). Che poi è la visione che manda in bestia avvocati, giudice e giuria, durante il processo del secondo atto, in cui di appigli per uscirne pulito a Mersault ne vengono calati fin troppi, respinti da lui uno dopo l’altro, tempestivamente, perché come dice alla sua amata – e amata veramente, seppur a modo suo – Marie: chi non è sincero, merita di essere punito.A torto, a ragione? A voi tirare le fila.
Di certo, qui, c'è un Ozon elegantissimo, nel suo bianco e nero d'altri tempi, che incanta con un film capace di raggiungere in più di un'occasione vette di cinema altissime, incantevoli, suggestive. Frenato solo da un finale in cui "Lo Straniero" - che è fedelissimo al (complicato) romanzo, non facile da adattare - sembra mancare appena di incisività e di affilatezza nei dialoghi, di quella precisione necessaria a colpire verbalmente con le parole che, invece, non gli era mancata affatto nella gestione delle atmosfere e delle caratterizzazioni. Ciò, tuttavia, non basta a ridimensionare un'opera così splendida - visivamente, per contenuti - che si trascina fin troppi legami con un presente altrettanto assurdo e storicamente simile, da stimolare più di qualche domanda sia etica che morale.
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