Il collegamento a "The Marvelous Mrs. Maisel" è lampante quando l'Alex Novak di Will Arnett comincia a elaborare (il lutto del) la sua separazione - nella serie tv era il matrimonio e il ruolo della donna nella società patriarcale - attraverso il palco e la stand-up comedy. Ed esattamente come faceva la Miriam di Rachel Brosnahan, anche lui riesce a far (sor)ridere il pubblico - e immaginare una potenziale rinascita - raccontando i fatti privati della sua vita, ironizzandoci su e aprendosi davanti a degli sconosciuti come, forse, mai gli era riuscito durante i ventisei anni di convivenza con la (ex) moglie.
Ma questo è l'unico punto in comune tra "È L'Ultima Battuta?" - che tra l'altro pare sia una storia vera, ispirata agli eventi del comico, ex rappresentate farmaceutico, John Bishop, qui autore del soggetto insieme ad Arnet e Cooper - e il prodotto di Amy Sherman-Palladino. La terza fatica da regista di Bradley Cooper, infatti, prende direzioni totalmente diverse, si va a muovere dentro un territorio più piccolo, svincolato, se vogliamo, diventando una dramedy romantica che prova a riflettere sul tempo che passa e sui sentimenti che fanno altrettanto, raffreddandosi, a volte, o mutando a tal punto da confondere su quale sia la strada migliore da prendere per l'individuo e la coppia. La separazione tra Alex e Tess - interpretata da Laura Dern - avviene naturalmente, allora, senza tragedie, tenendo conto e facendo molta attenzione pure all'eventuale contraccolpo che potrebbero subire i loro due figli pre-adolescenti. La crisi del loro matrimonio è un fatto innegabile e si abbatte su entrambi alla stessa maniera, perché se Alex trova nella scrittura e nello sdrammatizzare la chiave per assorbire il fallimento, Tess è decisa a rimettersi in pista e a riprendere confidenza con l'amore della sua vita: la pallavolo. Il tutto mentre i loro amici - coetanei - li osservano incuriositi, in attesa del primo gossip da rubare e da condividere.
Eppure, a "È L'Ultima Battuta?" non interessa sponsorizzare quel messaggio retorico che nella vita si può ricominciare ad ogni età. Perché se gli interessasse, non permetterebbe ad Alex e Tess di tornare ad amarsi clandestinamente come due adolescenti, non appena si riscoprono gelosi l'uno dell'altra. Casomai, il suo cuore - che torna a pulsare proprio durante la serata di stand-up comedy in cui casualmente lei si trova ad assistere a una performance di lui - è legato all'importanza della comunicazione all'interno della coppia, alla capacità di esternare i propri sentimenti, mettersi a nudo. Solo così i due riescono a riavvicinarsi, a riaccendere il fuoco, ritrovando ciò che avevano perduto e che li aveva portati ad allontanarsi. Un problema comune che sembra affliggere i loro stessi amici, i quali nel vederli rinascere li prendono a esempio, specchiandosi in una crisi di mezza età nella quale cominciano a intravedere una luce, a sognare un riscatto, sottovalutando - e non immaginando - la complessità del processo che Alex e Tess stanno (ancora) attraversando, nuotando in un caos di alti e bassi.
E Cooper in tutto ciò si accontenta di ritagliarsi un piccolo ruolo da comparsa - un attorucolo disastrato, in cerca della grande occasione - per concentrarsi principalmente su una regia di stampo intimo e viscerale, orientata ad attaccarsi e a stringere sui volti dei suoi protagonisti per catturare al meglio alchimia, sguardi e (micro)espressioni. In quello che è un film che per lui segna un po' un cambiamento, rispetto ai progetti di "A Star Is Born" e "Maestro", perché indubbia virata verso quel cinema indie, dove la sostanza vale più della forma e dove le ambizioni - comprese quelle del pubblico - hanno lunghezze più misurate e (idealmente) raggiungibili. Sarà per questo che, nel complesso, il risultato finale - seppur non privo di pecche - (ci) appare più convincente e centrato. Altalenante, ma sincero.
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