Esiste un sottopassaggio pedonale, a Roma, che collega la zona di via Veneto e di Villa Borghese con la metro di Piazza di Spagna. Si tratta di un percorso piuttosto lungo con all’interno alcune deviazioni che, se distratti, potrebbero trarre in inganno e annullare gli intenti di quella che comunque vorrebbe passare come una scorciatoia, altrimenti piuttosto agevole. Un luogo a cui stavo ripensando proprio mentre osservavo l’altro sottopassaggio, quello maledetto nel quale resta intrappolato il protagonista di “Exit 8”, mentre cerca di uscire da una stazione della metro giapponese che, a quanto pare, decide di giocare sadicamente con lui e con le sue urgenze.
La sua ex ragazza, infatti, l’ha appena chiamato al telefono per dirgli di essere rimasta incinta e di trovarsi in ospedale, chiarendo immediatamente le sue intenzioni sulla gravidanza e sollecitando lui a raggiungerla e a riflettere sul volere o meno assumersi le responsabilità del caso. La notizia, ricevuta così, durante una delle solite mattinate frenetiche in cui era diretto a lavoro, manda l'uomo letteralmente in crisi, provocandogli uno stato confusionale che gli fa perdere l’orientamento e quindi la strada giusta per raggiungere l’uscita numero 8 del titolo, indispensabile per abbandonare la stazione e tornare in superficie. Qualcosa, però, non torna, perché stando alle indicazioni posizionate lungo il tragitto la direzione percorsa sembra corretta, nonostante la percezione sia quella di muoversi all’interno di un loop temporale, con la stessa scena - compreso il passaggio di un business man - che puntualmente si ripete davanti ai suoi occhi ancora e ancora (con una pubblicità di Escher piuttosto beffarda). Servono un po’ di tentativi a vuoto, prima che si renda conto – leggendo attentamente uno dei cartelli appesi al muro – che l’unico modo per sbloccare quella strana e inquietante situazione è far caso alle varie anomalie che randomicamente irrompono e, quindi, andare avanti quando non ne appare nessuna, oppure tornare indietro, ogni volta che qualcosa non quadri: pena il ritorno al punto di partenza.
E se tale dinamica, per caso, vi ricordi quella dei videogiochi, sappiate che è proprio da lì – dall’omonimo videogioco – che la pellicola co-scritta e diretta da Genki Kawamura arriva e prende spunto. Ovviamente, ciò che è stato riportato sullo schermo non è un esatto copia e incolla, poiché cambiando medium diventava indispensabile costruire una trama che riuscisse a stare in piedi, mantenendo credibilità e preservando anche quello che era lo scheletro di base, appartenente al prodotto originale. Diventa quindi un (piccolo) horror-psicologico accattivante e assai godibile, “Exit 8”, con questo tema della paternità sullo sfondo che getta il protagonista – di cui non sapremo mai il nome – dentro un inferno nel quale, probabilmente, rischia di restare per l’eternità, a meno che non decida di affrontare i suoi demoni – appunto – e smettere di scappare da ciò che potrebbe sembrare troppo grande, o troppo scomodo da gestire. Una premessa con la quale è fin troppo semplice empatizzare ed entrare nei suoi panni, sentirsi quasi dei videogiocatori, armati di joystick virtuale, a cui è stato assegnato il compito di portarlo in salvo a qualunque costo.
Ma l’unico modo per salvarsi, ci suggerisce Kawamura, è farlo con le nostre di mani.
Ammettendo gli errori, facendo pace col passato e, magari, promettendo a noi stessi di non voltare più le spalle alle scelte che, giorno dopo giorno, la vita ci costringe a prendere a prescindere, faticando e lottando. Solo così, in fondo, un avanzamento è possibile e l’uscita da quel limbo che sentivamo opprimerci, finalmente sarà alla portata.
Trailer:


Commenti
Posta un commento