Mentre seguivo con grande trasporto le indagini de "Il Caso 137", non riuscivo a fare a meno di ripetermi: "Certo, che lavoro infame è quello di Stephanie!".
Ovviamente, mi riferivo alla protagonista del film interpretata da Léa Drucker (bravissima), ispettrice della Polizia Nazionale francese, incaricata di approfondire tutte quelle vicende in cui l'operato della polizia è passato al di là dei limiti consentiti (provocando morti o feriti). Una posizione che, inevitabilmente, finisce per farla apparire come un nemico, come una minaccia interna tra i suoi colleghi (lei si definisce la polizia della polizia), senza toglierle di dosso, comunque, il peso di una divisa che, pure dall'altra parte, quella dei cittadini, vive di costanti pregiudizi, diffidenze e paure. Insomma, per farla breve, Stephanie non è ben vista né dalle forze dell'ordine, né tantomeno dalla gente comune.
Immaginate le difficoltà a cui deve far fronte, allora, quando, durante una manifestazione dei gilet gialli (siamo nel 2018), un ragazzo viene colpito alla testa da un proiettile non letale, rimanendo gravemente ferito e riportando danni irreversibili (afasia, emicranie). Una patata bollente che passa immediatamente al suo team, il quale tra interrogazioni a testimoni e deposizioni di agenti, va a impantanarsi in un vicolo cieco, dove il mistero si fa ancor più oscuro e ambiguo. Il giovane era davvero una potenziale minaccia, oppure c'è stato un abuso di potere? Nessuno sembra riuscire (o volere) rispondere a questa domanda, i parenti della vittima appaiono di parte, ma pure tra le forze dell'ordine è palese la volontà di spalleggiarsi, di voler occultare e archiviare velocemente la faccenda. Il tutto, mentre Stephanie deve fare anche i conti con le pressioni che le arrivano dall'interno, dove c'è chi le ricorda a brutto muso in che squadra gioca, e dall'esterno, con questa madre disperata, in cerca di giustizia, che pare avere un lontanissimo legame con la sua famiglia, perché residente nel suo stesso paese d'origine. E l'unica persona che può tirarla fuori da questa scomoda impasse è una testimone-chiave che non ha alcuna intenzione di collaborare con lei "perché con la polizia è meglio non avere nulla a che fare!". Del resto, i dati di chi ha perso il lavoro dopo aver commesso crimini e agito al di fuori della legge sono impietosi e per niente rassicuranti, ci viene suggerito.
Non serve aggiungere ulteriori elementi, insomma, per inquadrare "Il Caso 137".
Quello co-scritto (con Gilles Marchand) e diretto da Dominik Moll, infatti, è palesemente un film politico, una denuncia sociale nei confronti di un organismo al quale nessuno ha intenzione di voler togliere meriti o importanza - viene citato il loro intervento contro i terroristi al Bataclan - ma al cui interno è fondamentale che vengano stabilite delle regolamentazioni chiare e inequivocabili, legate alla disciplina e al margine di manovra (con tanto di pene per coloro che decidano di prendersi strane libertà). Questo perché, al contrario, il rischio è che vengano a crearsi poi delle zone d'ombra paradossali, situazioni in cui magari eventuali eccessi o violenze, commesse da una minoranza (purtroppo esistente), finiscano per passare inosservate o impunite, andando a influenzare l'opinione pubblica e ad incidere sulla reputazione di un'intera istituzione. In tal senso c'è un passaggio chiaro nella storia, incarnato dal figlio di Stephanie che, curioso, chiede alla madre come mai i poliziotti sono sempre odiati da tutti: omettendole che lui per primo, mente spudoratamente agli amici su quale sia il mestiere praticato dai suoi genitori.
E per quanto Stephanie cerchi di ridimensionare la suddetta frattura, di gettare acqua sul fuoco, svolgendo al massimo delle sue possibilità il ruolo da ispettrice (intransigente) che incarna, alla fine deve ugualmente fare i conti con un sistema che è più infame (e beffardo) del suo stesso mestiere. Un sistema che dà quasi l'impressione di voler alimentare l'astio, i contrasti, e che consente a "Il Caso 137" - che è basato su fatti di cronaca realmente accaduti - di chiudere la sua corsa nella maniera più cupa e straziante possibile. Spaccando a metà i nostri stomaci e facendo accrescere la nostra rabbia.
Trailer:


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