Chissà in quanti avranno notato la piega che, da qualche anno, ormai, sembra aver preso il cinema di Guy Ritchie. In quanti - come me - spesso si saranno ritrovati a vedere uno dei suoi ultimi film, riconoscendo a stento quelli che una volta erano i tratti tipici del suo stile, i suoi marchi di fabbrica. Ipotizzando eventuali crisi artistiche, magari, o chissà che altro. Certo è che un cambiamento c'è stato eccome, per certi versi (anche) figlio dei tempi: nel senso che di fronte al decadimento (e all'appiattimento) generale, per sopravvivere bisogna imparare ad arrangiarsi, a volte, ad accettare qualche lavoro su commissione che, forse, in contesti diversi, o passati, avremmo volentieri scartato. Eppure, potrebbe esserci di più. Perché nascosti tra le pieghe di un action-thriller così e così e serie televisive mainstream, più o meno accettabili, l'impressione è che fossero sepolti dei piccoli(ssimi) indizi che lasciavano trasparire una specie di metamorfosi, di maturazione. Quella che, forse, Ritchie potrebbe aver trovato per la prima volta, nella sua quadra, con "In The Grey".
Una zona grigia, appunto, che rappresenta lo spazio dentro il quale lavora l'avvocato Rachel Wild di Eiza González, la cui specialità è manipolare a proprio vantaggio il confine tra morale e immorale, legale e illegale, bianco e nero che praticamente è nascosto sempre dietro il successo dei grandi miliardari - o criminali - avidi, tiranni e manipolatori. In sostanza, quando uno di loro si comporta male con un "collega", non rispetta i patti, o mette in atto una truffa, l'ingaggio di Rachel può garantire azioni legali spietate, utili a fare uscire il marcio e a mettere in difficoltà le entrate finanziarie e il capitale del furbacchione di turno, costringendolo a tornare sui suoi passi, con la coda tra le gambe. E se, per caso, le buone maniere non dovessero bastare, c'è sempre una squadra di soldati esperti(ssimi) - capitanata dal Bronco di Jake Gyllenhaal e dal Sid di Henry Cavill - pronta a entrare in azione e a ribadire il concetto con le cattive. Insomma, Rachel è una tosta, una consapevole di operare nelle giungle dominate dai leoni e, quindi, assolutamente cosciente dei rischi, delle trappole e delle conseguenze che ciò può comportare. E quando si propone spontaneamente a un pezzo grosso per recuperare un miliardo di dollari finito nelle mani di uno degli essere più spregevoli in circolazione, noi sappiamo già quali pieghe finirà per prendere la sua nuova missione.
Il divertimento è assicurato, insomma, al contrario di un approccio narrativo che torna a farsi distante dal Ritchie più classico e - permettetemi - cazzone, verso il quale continuiamo a nutrire un particolare debole e attaccamento. Tuttavia, potrebbe essere positivo cominciare a creare un po' di distacco verso ciò che è stato (e che potrebbe non tornare), assecondando gli intenti di un regista a cui forse, adesso, interessa di più che l'attenzione del pubblico vada a orientarsi altrove, prediligendo la sostanza alla forma. Senza esagerare con la profondità e con lo spessore, infatti, e ribadendo che "In The Grey" è e resta un ottimo film d'intrattenimento, è comunque evidente come al suo interno occupi un volume rilevante l'attenzione, o se preferite la provocazione, verso un certo tipo di potere e di potenti, caratterizzati da tratti e inclinazioni (e da stupidità, mista ad arroganza) che ricordano molto personalità a noi note e sulla cresta dell'onda. Un po' come se Ritchie, in modo molto sottile, abbia sentito il bisogno di unire divertissement e cronaca recente, in una storia che mentre crea spettacolo e attrazione, fornisce anche risposte e segreti (creativi o meno, decidete voi) su come gira quel mondo che per molti di noi è lontanissimo e dentro il quale bisogna effettivamente sporcarsi le mani ed essere disposti ad azzardare, nel momento in cui si decide di volerne fare parte.
E tutto questo senza mai appesantire, o togliere nulla, a una narrazione implacabile, al cardiopalma. Perché, al di là di discorsi che possono avere o meno peso e rilievo (politico), "In The Grey" è innanzitutto un film solido, muscolare, paragonabile a una corsa in trance agonistica, in cui c'è a malapena margine per riprendere fiato. Sebbene, la sua ciliegina sulla torta, a mio avviso, sta in una chiusura per nulla scontata (e mainstream) che lascia con un sospeso dal retrogusto intelligente e assai spiazzante. Che in qualche modo conferma pure quell'ipotesi di crescita e di spessore che Richie sta lentamente cercando di costruire - con discrezione? - intorno al suo (nuovo) cinema.
Trailer:


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