Lo spunto è talmente abusato che, proprio di recente, è capitato di vederlo al cinema (come sottotrama) nel "Good Luck, Have Fun, Don't Die" di Gore Verbinski. Ma tornando ancora più indietro, era già stato "Α.Ι.: Intelligenza Artificiale" di Steven Spielberg a immaginare un futuro in cui è possibile adottare bambini-robot, capaci di soddisfare il desiderio di genitorialità di chi non può avere figli, o nella peggiore delle ipotesi, di chi ha bisogno di rimpiazzarli, quei figli, con un sostituto terribilmente identico, a seguito di prematura scomparsa.
Una tragedia dalla quale i coniugi-architetti protagonisti di "Sheep In The Box" non riescono a riprendersi. Il loro figlio (naturale) non c'è più da due anni - forse assassinato - e ora un'azienda tecnologica vuole offrirgli l'opportunità di riportarlo in vita, aderendo a un loro sperimentale progetto rivoluzionario. Lei non sta più nella pelle, lui è piuttosto scettico, ma alla fine si convince, pur di far felice la moglie. La domanda, allora, sorge subito spontanea: Dov'è che vuole andare a parare Hirokazu Koreeda? Inizialmente, sembra voler ribaltare i ruoli dell'archetipo, concentrandosi anziché sulle ombre di un figlio dai comportamenti agghiaccianti (un classico, in questi casi), su quelle di una madre che non appena lo rivede davanti ai suoi occhi - copia sputata dell'originale - smette di razionalizzare, di ragionare, mettendo in secondo piano i suoi bisogni primari, pur di far sentire a proprio agio e ben accolto quell'essere che suo marito - forse con eccessiva freddezza - continua a paragonare a un Tamagotchi, o a un Roomba. Poi però la situazione cambia, si livella, la pazzia esce di scena e, addirittura, persino il padre, indifferente e titubante, si affeziona e interagisce col piccolo. E' il momento in cui Koreeda aggiunge carne al fuoco, semina indizi, elementi, che vanno ad allargare il campo (a far rima con la sua ossessione: la famiglia disfuzionale) e che preannunciano un intreccio più ingarbugliato e articolato del previsto.
Perché "Sheep In The Box" di per sé è un film che vuole parlare dell'elaborazione del lutto, dell'incapacità di questa madre - ma pure di questo padre, nonostante tenda a mostrarlo di meno - di "uscire dalla scatola", di voltare pagina. Solo che lo fa cambiando spesso pelle, abbracciando vari generi (non solo dramma e fantascienza), tra cui quello di un potenziale thriller a sfondo complottista che rischia di appesantire e di far scricchiolare la sua impalcatura in più di un frangente. Questo bambino, infatti, qualche comportamento ambiguo (silenzioso, passivo aggressivo) comincia a manifestarlo, a tramare di nascosto, persino di fronte a una madre che vede, ma che - stranamente - decide di non indagare, di non agire, per paura di rompere il sogno o, forse, di apparire - chissà? - troppo invadente. Sta di fatto che, man mano che i nodi si sciolgono e vengono al pettine - penalizzando il ritmo, a volte - ci rendiamo conto che Koreeda ha in mente un film totalmente diverso da quello che, noi spettatori, avremmo potuto immaginare (o credevamo di intuire), un film che, come spesso ci ha abituato, esorcizza ogni cattiveria, mirando ad approfondire e ad allargare (e a mettere in discussione) il concetto di famiglia.
Lo fa in una declinazione che, in questo caso, assume contorni favolistici (cita "Il Piccolo Pincipe" e, indirettamente, "Peter Pan"), buonisti (troppo?), nei confronti di un futuro in cui un nuovo mondo composto da comunità ibride, fatte di umani e di robot che collaborano tra loro, è sostenibile, ideale. E di un passato - quei morti che non sono di nessuno, appunto - che va lasciato andare, dimenticato per ricominciare. Un messaggio incoraggiante, visti i tempi, sicuramente auspicabile, ma che, tuttavia, non basta a scacciar via le perplessità generali di una storia che, forse, a furia di incanalare spunti e suggestioni, perde efficacia e direzione.
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