Nella Germania appena liberata dal regime nazista e spaccata a metà tra occupazione americana e occupazione sovietica, padre e figlia fanno ritorno dopo un lungo esilio in America perché lui, scrittore e Nobel stimatissimo, deve ritirare un premio – anzi, due – intitolato a Goethe. Lei spera che ad unirsi alla celebrazione arrivi anche il fratello che, da Cannes, al telefono, le promette di pensarci su, confessando grande disprezzo sia nei confronti del padre, sia di un paese natale che definisce menzognero.
Ed è da questa invettiva che “Fatherland” decide di partire, letteralmente anche, visto che è dopo quella telefonata che padre e figlia cominciano il loro viaggio on-the-road, a bordo di una Buick nera. Un viaggio fisico e – soprattutto – spirituale, che li riporta in una terra che fanno fatica a riconoscere, che nel frattempo è stata bombardata, distrutta, invasa e divisa da due forze opposte che stanno cercando di influenzarne sistema politico ed economico (capitalismo vs comunismo). Scorie, conseguenze di un conflitto che l’intellettuale Thomas Mann – il padre, lo scrittore, il filosofo – pensa di indirizzare, o di persuadere attraverso l’uso delle parole, dei suoi discorsi pubblici che ripete alla figlia, nelle stanze in cui alloggia, per verificarne la struttura, gli effetti, il prestigio. Belle, bellissime parole che, secondo lui, in questo momento storico, possono, anzi no, devono servire a rimettere ordine, a riprogrammare un’umanità che non sa da dove ripartire, come ripartire, e chi crede di saperlo, rischia di peccare di ingenuità, di arroganza. La stessa che di fronte alla figlia commette lui quando, alle prese con una tragedia gravissima, decide di proseguire la sua mission, mettendo da parte – per l’ennesima volta? – l’importanza e l’affetto per la sua famiglia.
Tante ipotesi, sensazioni, intuizioni.
E questo perché le informazioni in “Fatherland” vengono lasciate in sospeso, accennate, nascoste dietro dettagli da cogliere e da interpretare. Non a caso, infatti, quello co-scritto (insieme a Hendrik Handloegten) e diretto da Paweł Pawlikowski è un film la cui narrazione è prevalentemente estetica, visiva. A partire da quel bianco e nero in 4:3 che ci riporta indietro nel tempo, rievocando un periodo lontanissimo e quasi remoto. Eppure, ciò di cui si discute, le questioni su cui ci si interroga, non sono poi così distanti da quelle che siamo tornati a maneggiare e su cui proviamo a ragionare oggi, con l’essere umano - la società - e le sue azioni nuovamente al centro, chiamato a rispondere e a decidere in merito alla direzione da prendere e che tipo di futuro andare a costruire. Patria e figli, ma pure padre (o madre) e figli. Un binomio che va di pari passo, perché, appunto, se l’umanità è ciò da cui il mondo deve ripartire, l’unico modo è ritrovarla prima dentro noi stessi.
E ci mette un po’ Mann per rendersene conto, per capire che le sue argomentazioni non reggono e servono a poco, se nemmeno lui intende applicarle nel suo piccolo mondo. Quello che ora gli sta mettendo davanti una figlia distrutta, incapace di elaborare un lutto che lui ha già condannato e messo alle spalle. Forse per via delle responsabilità che sente dentro e che, da uomo intelligente, ma non molto affettivo qual è, ha bisogno di dimenticare e di allontanare. Sebbene l'unica soluzione per stare meglio, a volte, sia quella di farci i conti con quelle colpe, quelle ferite e quelle macerie, magari proprio guardandole in faccia e lasciandosi travolgere dalle emozioni. Quelle di un padre e - quindi - di un paese a pezzi, ma con la voglia di ricostruire.
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