Fjord - La Recensione


Il terreno su cui sceglie di andare a muoversi Cristian Mungiu è scivolosissimo, perché la tematica tirata in ballo è di quelle che appena la tocchi finisci per sporcarti le mani e se non sei bravo a rimanere neutrale, dando stessa voce e stesso volume, ad ambo le parti, è un attimo che scatta la guerriglia e rischi, non volendo, di inimicarti schieramenti politici e/o sociali. 

In “Fjord” questo rischio è altissimo, visto e considerato che racconta la storia di una famiglia ultra-cattolica che, trasferitasi (dalla Romania) in un piccolo paese della Norvegia, in poco tempo si ritrova al centro di alcune indagini che accusano i genitori – madre e padre – di educare i loro cinque figli in modo violento (a far scattare l’allarme sono alcuni lividi trovati sul corpo del maggiore maschio e della femmina). Una violenza attribuita proprio al loro – per niente nascosto e morboso – attaccamento nei confronti della religione, non molto condiviso e compreso da coloro che li circondano. Le regole giuridiche e scolastiche del luogo prevedono, inoltre, che, a fronte di tale dubbio, e in attesa di fare chiarezza, i minorenni vengano subito prelevati e affidati a delle nuove famiglie, costringendo così i genitori in questione a intraprendere una battaglia legale, etica e sociale per dimostrare la loro innocenza e – teorica – buona fede. Perché il dubbio di un’azione frettolosa e priva di prove tangibili resta alto, così come il pericolo che ad aver accelerato i tempi sia stata la discriminazione collettiva verso un fanatismo che, specialmente andando a scartabellare in certe scritture, se applicato alla lettera, tende a spaventare e a far temere il peggio.

Ed è qui nel mezzo che Mungiu vuole lasciarci, facendoci schierare un po' da un lato, un po' dall'altro, a seconda di ciò che viene detto e mostrato. Del resto "Fjord" è un dramma a tutti gli effetti e pur avendone le caratteristiche - c'è un mistero da risolvere e un colpevole da trovare - non decide mai di diventare un thriller, di fare quello scarto per cui l'arrivo di una scena, finalmente, metta in chiaro le cose. Il beneficio del dubbio resta lì, presente, con la consapevolezza che starà a noi decidere se sculacciare o farsi sfuggire un ceffone col proprio figlio, vale il ritiro della maternità e della paternità, oppure è lecito, ammissibile. Certo, poi c'è da chiedersi se la motivazione di tale gesto è condivisa, se il tema religioso conta come elemento per poter perdere la pazienza, ma è palese che a quel punto nessun genitore sarebbe al sicuro. Il che chiama in causa il secondo problema, ovvero quello legato al sistema (norvegese, nel caso specifico), magari fin troppo severo e ingiusto e pronto ad agire usando un largo anticipo che è un po' un'arma a doppio taglio.

Sta di fatto che, "Fjord", per come è strutturato e per come procede, mi ha riportato alla mente la famiglia nel bosco che, fino a qualche mese fa, riempiva le pagine dei nostri giornali, diventando un caso politico e sociale, oltre che di (stretta) cronaca. Evoluzione che vediamo accadere, per filo e per segno, anche nel film di Mungiu che chiaramente decide di elaborare con estremo realismo (e, per quanto mi riguarda, è stato un malus) il caso che ha tra le mani: con questo padre che, deluso dagli avvocati e da una collaborazione pacifica che non paga, decide di smuovere la sua ambasciata, di chiamare a raccolta i cattolici e di far partire una protesta sui social per mettere pressione a chi di dovere e riequilibrare le forze. Perché va bene il progressismo, la democrazia, la libertà, ma dov'è il confine tra questi concetti e i loro opposti? 

Gira intorno a questa domanda Mungiu, mettendo lo spettatore nella scomoda posizione di trovare lui una risposta. Bisogna educare i bambini seguendo un unico metodo, oppure abbiamo margine per decidere? Credere in una fede e seguire i suoi principi è vietato e pericoloso, oppure è ancora una possibilità. E se lo è, quali sono i limiti da non oltrepassare? Questa enorme sensibilità che stiamo cercando di inserire nella società ci farà diventare migliori, oppure peggiori?
Ai posteri l'ardua sentenza, nel frattempo occhio alle valanghe. 

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