La storia di Sylvester Stallone e dell'assurdo - e romanticissimo - travaglio che lo ha portato ad esplodere nel mondo del cinema, e a interpretare Rocky, io la conoscevo già. È una storia piuttosto nota, a dire il vero, e lo è da quando Rocky è uscito al cinema, sfondando al botteghino e vincendo, di fatto, l'incontro nei confronti di un sistema - di un'industria - che avrebbe voluto portarcelo secondo le sue di regole, quelle vincenti di Golia che si appresta ad asfaltare Davide con qualunque mezzo.
Questo per dire che il potenziale cinematografico di "Rocky Sono Io" - che viaggia sulla falsa riga del potenziale cinematografico del film di cui narra la realizzazione - era ben noto a tutti già da un pezzo, serviva solo riuscire a tirarlo fuori con le giuste condizioni, con il giusto script (e con il giusto attore). Congiunzione astrale che Peter Farrelly sembra ritrovarsi miracolosamente tra le mani grazie alla sceneggiatura di Peter Gamble e al casting miracoloso di Anthony Ippolito, il quale dopo aver interpretato - con ottimi risultati - Al Pacino in "The Offer", si ritrova a diventare uno Sly dalla somiglianza paurosa, impressionante, forse rischiando un pizzico l'imitazione, ma bravissimo a non caderci mai: oscillando sulla corda, neanche fosse un esperto funambolo. Con lui davanti agli occhi, l'impressione è quasi quella di tornarci veramente indietro nel tempo, a metà di quegli anni '70 quando Stallone era solo uno spiantato alle prese con dei lavoretti che a malapena gli permettevano di pagare l'affitto (una notte dormirà anche in strada). A tempo perso, qualche provino per dei ruoli marginali, comparse, tutti a che vedere con uomini violenti, buttafuori, energumeni. Colpa di una faccia - di cui è consapevole - che non funziona per interpretare gente comune, che lo mette spesso in condizioni di non essere preso né sul serio, né come persona dotata d'intelletto. Chi se la beve che quel bestione lì legge i libri, scrive copioni, ha una sua "voce"?
Nessuno, chiaramente.
Finché la verità non emerge e inizia a scuotere il sistema, a farlo tribolare. Perché alla fine "Rocky Sono Io" parla di riscatto, di credere in sé stessi. E Stallone in sé stesso ci crede a tal punto da mettersi a fare a braccio di ferro con Hollywood, pur consapevole di non poterselo premettere, considerando il suo modesto impiego, il figlio in arrivo - un cane venduto per 40 dollari - e una moglie - dolcissima e fondamentale - appena rimasta disoccupata. Chi deve mettere i soldi però non lo vuole - né vedere, né sentire - nei panni del protagonista e continua ad alzare l'offerta per comprare il suo copione a cifre esorbitanti, pur di toglierselo di torno. Un testa a testa che, preso atto della posta in gioco altissima, diventa presto il cuore e l'elemento comico della pellicola, ciò che la rende così magnetica, irresistibile, commovente. E questo, al netto di qualche piccola manomissione di scrittura (intercettabile), forse furba, forse necessaria, con la quale si cerca un po' di scappare dalla drammaticità più estrema (la povertà, il rapporto padre-figlio), accennandola per non ometterla, ma poi tornando ad accattivarsi lo spettatore attraverso una leggerezza che, comunque, non è mai eccessiva (né retorica) e sempre in armonia coi toni e gli intenti dell'operazione.
Occhi lucidi, sorriso stampato in faccia e tanta, tanta voglia di sfidare il mondo.
Si esce - più o meno - così dalla sala al termine di "Rocky Sono Io", con qualcuno che, magari, sentirà pure il bisogno di alzare il pugno in aria, in segno di emulazione. Farrelly trova la formula perfetta per un film d'intrattenimento (e storico, a suo modo) che rinuncia a prendersi sul serio come il precedente e zoppicante "Green Book", restando comodo sui toni della commedia più pura che, a questo punto, potremmo ipotizzare suo nuovo stile ideale - la sua (nuova) cifra - almeno da quando ha deciso di abbandonare la collaborazione col fratello e col (cinema) demenziale.
Si esce - più o meno - così dalla sala al termine di "Rocky Sono Io", con qualcuno che, magari, sentirà pure il bisogno di alzare il pugno in aria, in segno di emulazione. Farrelly trova la formula perfetta per un film d'intrattenimento (e storico, a suo modo) che rinuncia a prendersi sul serio come il precedente e zoppicante "Green Book", restando comodo sui toni della commedia più pura che, a questo punto, potremmo ipotizzare suo nuovo stile ideale - la sua (nuova) cifra - almeno da quando ha deciso di abbandonare la collaborazione col fratello e col (cinema) demenziale.
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