Il percorso registico di Jesse Eisenberg somiglia molto a un cantiere aperto. A una costante ricerca di dosi e di contenuti ancora in fase di rodaggio, per raggiungere quell'equilibrio armonico che seppur non così distante, non è ancora incollato alla sua forma migliore, quella capace di rendere la struttura e le (ottime) idee vivide, sciolte, omogenee.
Come accaduto con "A Real Pain" anche in "The Debut: La Grande Occasione" l'impressione - quella di chi scrive, è ovvio - è che manchi qualcosa, che a livello filmico non si riesca a sfruttare a pieno regime le potenzialità della storia, il suo dramma, il suo umorismo. Elementi chiave all'interno di una trama che vede la Mona Friedman di Julianne Moore - donna, moglie e madre borghese, abituata all'indifferenza di chi la circonda - cominciare a cercare nel teatro amatoriale la possibilità di mettersi in luce, di farsi vedere. Il provino per interpretare la parte - piccolissima - del custode di un palazzo in un musical, però, le va malissimo e viene presa solamente perché non c'è nessun'altra attrice disposta ad accettare il ruolo. Ciò la porta a lavorare a stretto contatto col regista Jerry di Paul Giamatti - come sempre esemplare - il quale deve compiere il miracolo di scavare dentro quest'anima timida, remissiva e umiliata (sin da bambina) per scioglierne i nodi, le rigidità, le paure. E passando per il suo metodo e la severità che lo contraddistinguono, Mona è come se trovasse la scossa (e la forza) capace di risvegliarla, indossando la maschera del suo personaggio per poi perdersi all'interno del suo mondo e delle sue profondità. In un processo - doloroso - di conoscenza ed esplorazione - sull'identità reale e ideale - che si rivelerà fondamentale per provare a riprendere in mano il controllo della sua vita.
Il teatro come cura, allora, come ricerca del proprio io e, quindi, nella sua versione più romantica e terapeutica. L'impressione è che sia un argomento che ad Eisenberg stia a cuore, che rispetto alla storia familiare raccontata nel lavoro precedente, qui voglia avvicinarsi di più a qualcosa di personale di più intimo. E per farlo si affida a due mostri sacri della recitazione, all'accoppiata Moore-Giamatti che quando duettano in scena - lui punzecchiandola e lei reagendo alle provocazioni - riescono a creare quella magia che semplicemente incanta, strappando emozioni, risate, applausi. Ci sono due o tre scene in "The Debut: La Grande Occasione" che lasciano a bocca aperta - per quanto a me ha lasciato a bocca aperta anche vedere la Moore fumare sigarette spente, per entrare nel personaggio - e che, da sole, valgono la visione, il prezzo del biglietto e la lezione di recitazione. Perché in fondo Eisenberg ha le idee chiare, giuste, così come è chiaro e giusto il messaggio che intende veicolare e che, forse, ha sperimentato dritto sulla sua pelle (ieri e oggi). Si avvita leggermente nella parte centrale, la sua scrittura, quella dove Mona è in conflitto e in ascolto delle sue (forti) emozioni, dell'urgenza che sta sentendo verso sé stessa e la sua salvezza. Lì, magari, la pellicola tende a girare un po' a vuoto, a ripetersi, perdendo l'occasione di sfruttare quel suo andare sopra le righe, per allargare un po' il discorso verso un matrimonio e una maternità che restano, invece, accennati e basta.
Gli echi del cinema dell'Eisenberg attore, quelli rubate sui set di Woody Allen e Noah Baumbach si percepiscono forti e chiari, comunque, un pizzico filtrati e diluiti, ma inseriti in un contesto e in una voglia di fare cinema che viaggia e che vuole abitare in quei territori. E se il suono del motore non è perfettamente roboante e pulito, fa niente, perché dietro la macchina da presa c'è un ragazzo - vabbè, un uomo - intelligente abbastanza da imparare alla svelta.
Trailer:

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