IL SITO DEDICATO AL CINEMA IDEATO, SCRITTO E DIRETTO DA GIORDANO CAPUTO

domenica 26 giugno 2011

Cars 2 - La Recensione

Se c’era stato negli ultimi anni un film Pixar capace di suscitare delle critiche negative tra il pubblico questo, di certo, era stato “Cars”. Ma non perché sia stato un brutto film, anzi, ma perché fu l’unico ad essere qualitativamente inferiore rispetto agli altri suoi “fratelli”. Così’ quando la Pixar annunciò che aveva in mente di regalargli un seguito, pensai immediatamente che questo sarebbe stato quasi un riscatto, una seconda possibilità per dare al franchise di quel film quello che precedentemente gli era stato negato.

In questo secondo episodio il trono di star passa alle ferraglie arrugginite di Cricchetto, impegnato a fare la spia, in modo del tutto accidentale, insieme ad altre due macchine, agenti segreti più esperti. Saetta McQueen, intanto, deve partecipare ad una gara mondiale, tenuta tra Giappone, Italia e Inghilterra, che vedrà per la prima volta l'uso obbligato di un carburante alternativo, probabilmente, prossimo a sostituire il vecchio petrolio. Ma qualcosa di strano si cela sotto tutto questo.

L’inaspettato inizio alla “James Bond” imprime subito la sensazione che questo episodio non seguirà per niente la falsa riga del primo. L’idea di una spy story con macchine per agenti segreti si rivela sicuramente interessante, però, dopo il primo quarto d’ora, il doveroso ritorno dei vecchi personaggi costringe il tutto ad una battuta d’arresto marcando la storia in maniera differente. La sensazione iniziale allora sparisce, tornano le corse e l'importanza dei rapporti di amicizia, quelli che c’erano stati già in passato. Della spy story rimane il contorno, sempre abbastanza presente ma non più in maniera assoluta come sembrava. Il film così inizia una serie di mutazioni che passano alternativamente da “James Bond” a “Mission Impossible”, da “Johnny English” ad “Agente Smart” senza perdere mai di vista il consueto DNA "Carsiano". Un’insieme di ingredienti che messi assieme potevano dar vita a svariati risultati, in base alle intenzioni. John Lasseter, regista del film nonchè anche direttore creativo Pixar e Disney, opta per una confezione di puro intrattenimento per bambini che, sebbene di tutto rispetto, non è affatto idonea a soddisfare a pieno le esigenze di un pubblico più adulto, magari abituato troppo bene, e di conseguenza irrimediabilmente deluso.

E’ ovvio allora intuire che il franchise di “Cars”, secondo la Pixar, è qualcosa dedicato esclusivamente ad un pubblico più piccolo e non c’entra nulla coi suoi colleghi “Toy Story” o “Up”, per esempio. Questo serve quasi da lezione per capire il tipo di orientamento che si è voluto prendere. E cioè creare uno spettacolo di riferimento rivolto principalmente ad una fetta di pubblico ben precisa, cosa quasi sconosciuta in casa Pixar fino ad oggi. Questo indubbiamente è molto comprensibile e inattaccabile ma c'è da considerare però che lo scettro di prodotti del genere si trova da anni in casa Dreamworks, e non è certo un vanto.

Allora adesso è lecito attendere un'altro capolavoro (sarà "Brave" ?, sarà "Monster University" ?). Il tempo di riprendere fiato è finito, ora bisogna rimboccarsi le maniche e soddisfare tutti i delusi che si trovavano in sala a vedere “Cars 2” pensando (erroneamente) di poter vedere un altro “Toy Story 3”. La Pixar questo lo deve sapere perché anche noi più grandi, a modo nostro, siamo sempre dei bambini (ma sono sicuro che questo loro lo sanno già!).

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sabato 18 giugno 2011

I Guardiani del Destino - La Recensione

Tratto da un breve racconto di Philip K. Dick, “Squadra Riparazioni”, e diretto dal neo-regista George Nolfi, “I Guardiani del Destino”, è una grandissima storia d’amore che, per raccontarsi, si serve di una tesissima trama da thriller e di un’interessante sfondo fantascientifico.

David Norris (Matt Damon) è un giovane politico super quotato per vincere le prossime elezioni di senatore di New York. L’uscita di un piccolo articolo che lo vede negativo protagonista però, lo mette in cattiva luce abbastanza da fargli perdere gran parte della fiducia del suo popolo elettore. A rimetterlo in piedi ci penserà l’incontro imprevisto con la bella Elise (Emily Blunt) che, poco prima del suo discorso di sconfitta, cambierà completamente le priorità di David. I due s’innamoreranno subito l’uno dell’altra, senza sapere che il destino forse, per loro potrebbe aver scelto altri piani.

Al centro di tutto, l’amore perfetto ma impraticabile tra David ed Elise, vittime di un colpo di fulmine non pianificato e quindi costantemente defraudato da alcuni misteriosi tizi, il cui compito è quello di far rispettare i piani scritti su uno strano libro. Il continuo allontanamento della coppia, va ad aprire moltissime altre porte (metafora non casuale) che arriveranno fino ad illuminare la figura dell’uomo in senso assoluto. Dai motivi della sua completa libertà negata, la sua inibita, perché dannosa, autogestione, alla successiva amministrazione da parte di qualcuno più grande di lui, intelligente abbastanza da istruirlo come fosse un neonato e instradarlo sulla giusta via da seguire: conveniente sia per il bene soggettivo che globale.

Si arriva quindi a giocare con il caso, il libero arbitrio, il destino. Siamo o non siamo i padroni della nostra vita? C'è un'entità superiore che ci manovra come pedine? O magari è tutta una questione di pura casualità?

La risposta dovrà cercarla Matt Damon, che lotterà fino in fondo, contro tutto e tutti, per prendersi quello che di più ha deciso di volere nella sua vita: l’amore. Per farlo dovrà mettere a rischio qualsiasi cosa, la sua esistenza e persino quella della donna a cui intende legarsi, rinunciando all'ottimo programma previsto per lui, in favore della (non) possibilità di scriversi un futuro tutto suo, migliore o peggiore che sia.

Una partita all’ultimo respiro, un fanta-thriller romantico e intelligente diretto in modo impeccabile e con una coppia di attori ben affiatata e in grande spolvero. L’opera prima di George Nolfi colpisce in pieno il bersaglio che si era preposto, intrattenendo alla perfezione il pubblico e raccontando una meravigliosa storia d’amore super avvincente. “I Guardiani del Destino” è un film da vedere assolutamente, senza ma e senza se, non avete scuse.

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giovedì 16 giugno 2011

Drive - La Recensione

Quanto è bravo Ryan Gosling? Questa è la frase che la mente ripete in continuazione mentre assiste alla visione di “Drive”. Perché, se il film portato a Cannes dall’ormai lanciatissimo regista Nicolas Winding Refn è stato osannato giustamente dalla critica e dal pubblico il merito, oltre che a lui, va senza dubbio alla straordinaria bravura del suo attore protagonista.

In un ruolo apparentemente semplice ma che non lo è affatto, Gosling veste i panni di uno stuntman professionista che di notte arrotonda lavorando per alcuni criminali che spesso lo ingaggiano come autista (Drive, appunto) per sfuggire alle grinfie degli sbirri. Cinque minuti, ripete più volte nel film, solo in quei cinque minuti sarà a completa disposizione, non un minuto prima non un minuto dopo. Scaduti questi, la sua macchina partirà, confondendosi per le strade trafficate di Los Angeles, diventando impossibile da raggiungere per chiunque volesse tentare. Un talento. Il migliore di tutti. Come lui, nessuno. Ma un giorno, per togliere dai guai il recidivo marito, appena uscito di prigione, della donna che ama (la brava Carey Mulligan) dovrà vedersela a sorpresa con un gruppo di criminali super spietati e senza scrupoli.

Quieto, silenzioso, freddo, non lontano ma comunque diverso dallo stuntman impersonato da Kurt Russel nel film di Quentin Tarantino, "A Prova di Morte”, quello di Gosling è uno stuntman che non uccide per godere ma uccide per proteggere. Il suo essere sempre pacato, quasi inespressivo, con un immancabile stuzzicadenti in bocca, lo aiuta a sembrare, in apparenza, l'uomo più tranquillo e disarmato del mondo ma in realtà, proprio come lo scorpione disegnato dietro la sua giacca, è una belva feroce e letale pronta a sbottare.
Un personaggio creato a dovere per diventare vera e propria icona, un pilota perfetto e implacabile, e se questo riesce appieno, sicuramente è grazie all’enorme bravura di un attore incredibile come Ryan Gosling, con lui Drive diventa un mito, il simbolo totale del film, un personaggio destinato a rimanere nella testa come nella storia del cinema.

Un onore che potrebbe toccare anche al giovane Nicolas Winding Refn, premio per la regia a Cannes e, con questo film, entrato di diritto nell’olimpo dei grandi registi. Per continuare a citare Tarantino, anche Refn è un’amante della violenza, e si impegna sempre affinchè sia possibile riproporla a dovere in ogni suo film. La sua è una violenza esplicita, intensa e sanguinolenta ma mai fastidiosa per chi guarda. Il danese sa girare benissimo e soprattutto è capace a dosare in modo molto efficace il ritmo dei suoi film. Un talento di puro valore in grado di passare in poco tempo da un genere ad un altro completamente differente, senza mai arrancare minimamente.

Drive” parte in modo abbastanza sostenuto, scalda i motori concentrandosi in particolar modo sul suo protagonista e sulla sua tratteggiata personalità, poi però, uno sparo inaspettato costringe il film a cambiare improvvisamente registro, trasformandolo in un thriller d’azione che incolla allo schermo fino all’ultimo respiro.

Una macchina perfetta, guidata con la stessa mentalità e precisione del suo protagonista. Un' opera in grado di passare da scene romantiche e poetiche ad altre violente e brutali ma, grazie anche a pezzi musicali esemplari, abile nell'essere sempre notevole alla stessa maniera. E se proprio volessimo trovargli un piccolo difetto, allora potremmo rimproverargli la decisione di aver trattato troppo malamente un viso (e un corpo) divino come quello di Christina Hendricks. Decisione imperdonabile. Ma per questa volta è il caso di passarci su.

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martedì 14 giugno 2011

Melancholia - La Recensione

Justine (Kirsten Dunst) è una neo-sposa che durante i festeggiamenti del suo costosissimo matrimonio decide di mandare all’aria sia la florida carriera di giovane pubblicitaria che la fresca e incompiuta vita coniugale. A stargli vicino nel suo momento più difficile sarà solamente la sorella Claire (Charlotte Gainsbourg) la quale proverà ad occuparsi di lei con l'aiuto del marito e scienziato John (Kiefer Sutherland), impegnato anche a monitorare lo spostamento dell’enorme pianeta Melancholia che molto presto si appresterà a sorvolare la Terra.

L’ultimo film di Lars Von Trier apre la scena con un meraviglioso prologo a rallenty costituito da una serie di immagini inquietanti accompagnate da un'angosciante colonna sonora in crescendo. Un mix così perfetto nella sua semplicità da essere in grado, attraverso un fascino enorme, di lasciare lo spettatore stupefatto e a bocca aperta.

Divisa in due parti ("Justine" e "Claire") la storia di "Melancholia" comincia con un matrimonio usato come pretesto per descrivere alcuni dei suoi personaggi più significativi, mostrandoli in ridottissimi atteggiamenti, tanto sintetici quanto saturi di significato. In questo modo la seconda parte del film, concentrata sul difficile rapporto tra le due sorelle e sull'avvicinamento del pianeta Melancholia alla Terra, diventa una sorta di raccolto di tutto quello che, seminato precedentemente, ancora non aveva assunto una forma abbastanza concreta e tangibile.

Il fulcro del racconto, ovviamente, è la Justine interpretata dall’eccezionale Kirsten Dunst, tanto versatile da riuscire a mutare rapidamente da neo-sposa felice a donna depressa e confusa, trovando poi un suo personale equilibrio nella parte finale della pellicola. L’attrice, premiata per la sua performance con la palma d’oro a Cannes, sfrutta abilmente il suo viso scavato e malinconico per fornire al personaggio un interpretazione sempre misurata e mai fuori dalle righe (il primo fotogramma del film in cui c’è un suo primo piano è agghiacciante). A dividere (non proprio egualmente) la scena con lei, la bravissima Charlotte Gainsbourg, nelle vesti dell'adorabile sorella Claire, nonché (forse) unico personaggio positivo del film.

Quello che Lars Von Trier cerca di esporre è un ritratto ultra pessimistico della nostra umanità, sempre spregevole e concentrata ad apparire. La sua visione è talmente lucida da costringerci a pensare, quasi in modo ricattatorio, perché mai dovremmo sperare di sopravvivere nel remoto caso in cui la fine del mondo dovesse presentarsi davanti ai nostri occhi. "Perché dovremmo piangere la terra? Un posto così malvagio", dice, più o meno, la Dunst in una scena del film.

Un'immorale concezione nemmeno del tutto rinnegabile. Per questo, durante il film, non ci sembreranno poi così lontani i comportamenti di una madre ostile nei confronti della propria figlia (una ficcantissima Charlotte Rampling), di un padre assente ed immaturo o di un capo spregevolissimo. Tanto meno incomprensibili saranno poi le reazioni manifestate dai personaggi nella parte conclusiva del film (quella di Kiefer Sutherland su tutti).

A Cannes, dopo le discutibili esclamazioni su Hitler, Von Trier è stato etichettato persona non gradita, episodio che di certo ha penalizzato non poco i riflettori puntanti sul suo film. Ma in realtà, nonostante alcuni difetti presenti sia nella prima che nella seconda parte, “Melancholia” è e resta un lavoro assolutamente splendido. Potente, affascinante, capace di toglierti il fiato all’inizio e di rifilarti un grosso cazzotto ben assestato sullo stomaco alla fine, inondandoti di un’immensa tristezza allo sfilare dei titoli di coda. Suggestione che prosegue lievitando nello stomaco per giorni e giorni, proprio come faceva benissimo anche il “The Tree of Life” di Malick. E se Lars Von Trier è capace di realizzare certe cose, per quanto mi riguarda, non può essere affatto una persona non gradita, anzi..

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venerdì 10 giugno 2011

X-Men: L'Inizio - La Recensione

Sembravano estinti, spariti, emarginati, destinati solo a discreti spin-off di puro intrattenimento ma invece, quando meno te lo aspetti, ecco che i mutanti tornano a far da padroni e per di più anche con la voce grossa. Merito di una rigenerazione firmata Matthew Vaughn (regista di "Kick-Ass"), padre assoluto della loro rinascita, regista e co-sceneggiatore del nuovo capitolo, in realtà prequel: “X-Men: L’Inizio” (in originale “X-Men: First Class”).

Ambientato negli anni 60, il film racconta il primo incontro in giovane età tra Charles “Professor X“ Xavier (James McAvoy) ed Erik “Magneto” Lensherr (Michael Fassbender). Ingaggiati dalla CIA, alleati ma perennemente in contrasto, collaboreranno insieme per formare una squadra di mutanti abbastanza forte da poter contrastare la grande minaccia rappresentata dal cattivo di turno Sebastian Shaw (Kevin Bacon), il quale sta cercando con tutte le sue forze di scatenare una guerra nucleare tra l’America e la Russia.

Anziché un prequel del lavoro di Bryan Singer, questo capitolo sembrerebbe essere più uno spin-off su Magneto, è lui il personaggio più sviluppato del film, quello a cui la camera è più interessata e quello di cui seguiamo la storia sin dalle prime parvenze di potere. Non a caso a vestire i suoi panni c’è l’attore più in forma della pellicola, di cui probabilmente sentiremo parlare molto in futuro: il bravissimo Michael Fassbender (prendere nota please!). Col suo carisma e la sua ostinazione, ruba la scena a tutti quanti, l’unico a tenergli testa è Kevin Bacon nei panni dello spietato villain di turno. Arranca leggermente James McAvoy. Interprete di Charles Xavier e attore più noto della pellicola, ci mette un po’ ad aderire bene al suo personaggio ma dopo alcuni atteggiamenti iniziali di entusiasmo eccessivo, forse un pelino fastidiosi, alla fine anche lui trova la sua buona dimensione.

Vincente, senza dubbio, la scelta di miscelare storia e fantascienza, di riproporre il conflitto della guerra fredda tra America e Russia ed inserirci al suo interno l’avvento dei mutanti. Azzeccata anche la scelta del cast che, oltre agli attori sopra citati, vede la partecipazione di altri talenti molto interessanti (alcuni già in ascesa) come ad esempio la Jennifer Lawrence candidata all’Oscar pochi mesi fa per “Un Gelido Inverno”, qui nei panni di Mystica, piuttosto che la January Jones, vista nella Serie TV "Mad Men", o ancora la Rose Byrne da tempo sulle scene ma ancora sconosciuta.

Per chi ha amato la prima trilogia, quella iniziata da Bryan Singer e terminata da Brett Ratner, ci sarà il piacere di apprezzare alcuni omaggi che vedono comparire, in una simpatica scena, prima Hugh Jackman in Wolverine, mentre tenta di essere reclutato senza fortuna da Charles ed Erik, e poi Rebecca Romjin Stamos in Mystica, tra le diverse mutazioni che in una scena, la Lawrence tenterà di assumere per sedurre Erik.

Il cerchio va chiudendosi quando, risolto il conflitto iniziale, i mutanti si dividono nei schieramenti visti nelle pellicole precedenti. Sapremo le motivazioni che separeranno il Professor X e Magneto, sapremo perché un mutante ha seguito uno anziché l’altro e ci renderemo conto che il film appena visto è senza dubbio tra i migliori che siano stati fatti sugli X-Men, e tra i migliori che la Marvel sia riuscita a portare sul grande schermo da sempre.

In “X-Men: L’Inizio” non manca nulla, c’è azione, divertimento e humour, tutto mixato con la giusta dose di intelligenza ed equilibrio. A testimoniarlo sono le oltre due ore di durata che passano via senza nemmeno farsi sentire. Vaughn compie un lavoro eccellente, realizza un film che non punta solamente al target giovanile di riferimento, ma soddisfa anche i palati degli spettatori più pretenziosi, proiettandosi ben oltre gli irritanti combattimenti e le solite esplosioni.

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Cannes arriva a Roma

A poche settimane dalla chiusura dell'ultima edizione del Festival di Cannes, alcune delle pellicole presentate durante il festival internazionale del cinema più importante del mondo arrivano a Roma.




Grazie alla rassegna, giunta ormai alla XVI edizione, "Le Vie del Cinema da Cannes a Roma", da venerdì 10 a giovedì 16 Giugno, sarà possibile vedere in anteprima molti dei titoli presentati durante l'ultima edizione del festival francese. Le proiezioni si divideranno tra i seguenti cinema: Adriano, Alcazar, Nuovo SacherQuattro Fontane, in cui si terrà una doppia proiezione speciale di "Melancholia". I film saranno proiettati rigorosamente in lingua originale con sottotitoli in italiano. 

Tra i titoli più importanti spiccano appunto, "Melancholia" di Lars Von Trier; "Drive" di Nicolas Winding Refn; "Polisse" di Maïwenn Le Besco e "The Artist" di Michel Hazanavicius. Ma anche tanti, tanti altri.

Per maggiori informazioni potete consultare il sito http://www.agisanec.lazio.it/cannes.html oppure il programma della rassegna.

Buona Visione!   :)



 

giovedì 9 giugno 2011

London Boulevard - La Recensione

Mitchel (Colin Farrell) è un ex carcerato appena uscito di prigione in cerca di una vita onesta. Rifiutati tutti gli inviti dei suoi ex colleghi a rientrare nel giro, accetta un lavoro come tuttofare per una giovane attrice in pensione (Keira Knightley). Nulla però andrà secondo i piani, le circostanze costringeranno Mitchel a riprendere di nuovo armi e bagagli per liberarsi dei suoi vecchi amici e cercare di guadagnarsi una volta per tutte la sua libertà.

Tratto dal romanzo di Ken Bruen, “London Boulevard” è il primo film da regista dello sceneggiatore William Monahan, il quale, ovviamente, si è anche occupato della scrittura dello stesso.
Sorretto da un curriculum che vanta collaborazioni con maestri del cinema come Ridley Scott (“Le Crociate” , “Nessuna Verità”) e Martin Scorsese (“The Departed”), per la sua prima esperienza dietro la macchina da presa Monahan è riuscito a mettere insieme un cast di tutto rispetto, composto da Colin Farrell, Keira Knightley, David Thewlis, Ben Chaplin e Ray Winstone. Ma purtroppo tutto questo non è bastato per compiere un lavoro perlomeno accettabile.

Nonostante una prima mezz’ora abbastanza promettente, “London Boulevard” si va perdendo quasi volontariamente (forse) proprio nel momento in cui sembrava aver trovato la chiave migliore per proseguire la sua storia. La colpa è della discutibile decisione registica di scegliere di non focalizzarsi prevalentemente sulla costruzione del rapporto tra il personaggio di Farrell e quello della Knightley (subito interessante) ma anzi di staccare l’occhio a favore di un’intreccio narrativo che presto si rivelerà poco funzionale e assai dannoso per il resto del film.

Eppure, come dicevo, l'inizio non era stato poi così male, merito anche di un'ambientazione, quella Londinese (come era facile intuire dal titolo), molto azzeccata e col pregio di riuscire a conferire e mantenere, allo stesso tempo, un’atmosfera affascinante e intima nello spettatore.

Un'altro punto positivo è legato alle interpretazioni. Su tutti spicca, quasi forzatamente, quella di un bravo Colin Farrell nel ruolo di protagonista assoluto. Purtroppo la sfortuna negli anni non gli ha ancora fatto imboccare la strada giusta per una definitiva consacrazione, è anche vero che questo film non è “In Bruges”, e che, se in quel caso la scelta di lavorare in una produzione indipendente era stata molto intelligente, stavolta, purtroppo per lui, non va allo stesso modo. Discorso differente per Keira Knightley in un ruolo molto interessante ma poco sviluppato. La scelta di concedergli così poco spazio nel film, lascia addirittura qualche rammarico sulla possibile ottima intesa non utilizzata che si era percepita inizialmente tra lei e il collega Farrel. Ottime invece, ma non c'erano molti dubbi a riguardo, le prove di David Thewils, Ben Chaplin e Ray Winstone.

La perplessità più grande allora resta quella di capire se il problema del film sia davvero legato ad una regia ancora inesperta del suo esecutore oppure anche ad una sceneggiatura magari da rivedere, specie nella seconda parte. Quello che è certo però, è che il risultato finale non è decisamente dei migliori.

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giovedì 2 giugno 2011

Paul - La Recensione

Graeme (Simon Pegg) e Clive (Nick Frost) sono una coppia di amici nerd, amante della fantascienza, in vacanza dall’Inghilterra per un viaggio in America che li vedrà partire dal Comic-On ed arrivare fino all’Area 51. Durante la loro traversata però uno strano incidente li farà imbattere in Paul, un particolarissimo alieno in cerca di aiuto per ritornare sul suo pianeta. I due accetteranno di condurlo fino alla sua meta ma senza sapere che uno spietatissimo agente dei servizi segreti (Jason Bateman) si metterà presto sulle loro tracce.

Una commedia del terzo tipo. Non poteva certo essere qualcos’altro “Paul”, l’ultimo film del regista Greg Mottola ("Superbad", "Adventureland"), dal momento in cui a fare da protagonisti sulla scena c’erano due divertentissimi esponenti dall’umorismo inglese come Simon Pegg e Nick Frost.
Da sempre migliori amici, sullo schermo come nella realtà, questa volta si prendono anche il lusso di scherzare sul loro rapporto, proponendo una coppia di Inglesi, amici per la pelle, perennemente scambiata per coppia gay dalla maggior parte dei stranieri americani incontrati lungo il loro viaggio.

A cadere nella trappola sarà persino Paul, l’alieno dalla banalissima (ma giustificata) fisionomia e dai comportamenti assai comuni al genere umano.
Una delle vere particolarità di questa commedia infatti, è proprio la raffigurazione del suo alieno protagonista che, se non fosse per l’aspetto, potrebbe tranquillamente confondersi in mezzo a una folla di comunissime persone di questo pianeta, senza essere riconosciuto. Paul parla un linguaggio scurrile, fuma, si fa le canne ed ha addirittura avuto una specie di lavoro come consulente per quasi tutti i film di fantascienza sugli alieni usciti sul nostro globo terracqueo (per ulteriori informazioni chiedete a Steven Spielberg!). Tutte "qualità" che lo aiutano ad annegare gli stereotipi del tipo e ad integrarsi rapidamente con i due nuovi compagni di viaggio.

Ma Mottola però, non si accontenta solamente di schernire lo stereotipo del difficile rapporto uomo-alieno e comincia anche a dar vita ad una serie di ironizzazioni su molti dei cliché più comuni in America (e non solo) avvalendosi, per di più, di moltissime citazioni cinematografiche. Spazio allora ai fanatici religiosi, ostinati fino all’ultimo a negare l’evidenza, ad agenti dei servizi segreti imbranati e immaturi, lontani da quelli che spesso siamo abituati a conoscere e a battute politicamente scorrette su Dio e sulla religione.

Alla fine però, sebbene la simpatia sia sempre presente sulla scena, a mancare sembra proprio qualche colpo di coda, molte volte indispensabile per questo genere di pellicole. Il cameo finale di Sigourney Weaver è decisamente godibile per chi l'ha conosciuta nella saga di "Alien" e nel personaggio di Ripley, ma non è ficcante abbastanza per colmare quel picco di cui il film aveva bisogno.

Un consiglio che posso dare è quello di vedere però il film in lingua originale perchè il doppiaggio italiano in questo caso penalizza parecchio il lavoro fatto da Seth Rogen per interpretare Paul. Magari Elio se la caverà dignitosamente ma come ha detto lui in un'intervista: "non è il mio campo".

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