IL SITO DEDICATO AL CINEMA IDEATO, SCRITTO E DIRETTO DA GIORDANO CAPUTO

domenica 25 settembre 2011

L'Alba del Pianeta delle Scimmie - La Recensione

Era ancora il 1968 quando Franklin J. Schaffner diresse il primo “Il Pianeta delle Scimmie”, al quale poi seguirono gli altri quattro titoli (“L'Altra Faccia del Pianeta delle Scimmie”, “Fuga dal Pianeta delle Scimmie”, “1999 - Conquista della Terra” e “Anno 2670 - Ultimo atto”) che andarono a chiudere, nel 1973, una saga durata ben cinque film. Nel 2001 si tentò per la prima volta di effettuarne un reboot, affidando le sue sorti alla regia visionaria di Tim Burton, ma “The Planet of the Apes” riscosse solamente molte critiche e scarsi risultati. Adesso, passati dieci anni, a ritentare l’esperimento ci ha provato il regista Rupert Wyatt il quale, affidandosi alla sceneggiatura scritta da Rick Jaffa e Amanda Silver, col suo “L’Alba del Pianeta delle Scimmie” ha deciso di mettere in scena una storia interessata ad essere contemporaneamente sia prequel che reboot.

Al centro di tutto l’uomo e la sua presunzione. La ricerca spasmodica dello scienziato Will Rodman (James Franco), impegnato a voler trovare a tutti i costi una cura efficace per la malattia dell’Alzheimer, porta alla creazione di una medicina in grado di riuscire ad ampliare spropositatamente l’intelligenza delle sue cavie. Il fallimento diventa in seguito minaccia quando queste prodigiose scimmie intelligenti decidono di allearsi all'unanimità per riuscire a sfuggire alla prigionia e alle sperimentazioni alle quali sono costrette a sottostare. Comincia allora uno scontro con gli esseri umani che svela immediatamente la netta differenza creatasi tra l'uomo e la scimmia, la loro lotta alla libertà diventa un messaggio contro la continua ambizione di miglioramento dell’essere umano il quale, troppo attirato dalla possibilità di voler cambiare il suo stesso concetto, non intende accettare la possibilità che alcune cose, purtroppo, non possono essere cambiate affatto. Questa ostinazione gioca quindi un effetto contrario a quello desiderato, causando un involuzione che porta lo scettro di essere più evoluto in mano ai primati e generando dei risvolti negativi inclini a diventare ancor più pesanti grazie all'inaspettato secondo finale del film.

Ma la novità più grande di questa operazione però, arriva dalla tecnica con cui si è deciso di rappresentare sul grande schermo lo scimpanzé protagonista Caesar (Cesare nella versione italiana). Come fu per il Gollum de “Il Signore degli Anelli” e per King Kong dell’omonimo film (entrambi diretti da Peter Jackson) anche stavolta per impersonare la creatura protagonista è stata utilizzata la tecnica del Motion Capture. Ad offrire corpo e interpretazione alla causa, l’espertissimo e "invisibile" Andy Serkis. L’attore inglese, dopo aver impersonato sia Gollum che Kong, appare ormai come una garanzia quando si tratta di dover prestare umanità ad esseri virtuali realizzati digitalmente e guardando il risultato raggiunto con Caesar, è davvero impressionante constatare come uno scimpanzé riesca a diventare, a conti fatti, il miglior attore in senso assoluto della pellicola, sia per interpretazione che per emozioni trasmesse.

Con grande intelligenza, dunque, Wyatt firma un blockbuster di buonissimo livello che per una prima ora, addirittura, sembra voler ambire anche a qualcosina di più alto. La seconda parte di pura azione però ridefinisce distintamente le sue vere intenzioni, annullando di conseguenza quelle che erano state le fuorvianti sensazioni iniziali. Ciò rettifica leggermente il valore dell’intero progetto ma senza impedirgli di uscire comunque a testa alta da un’operazione indubbiamente ben riuscita.

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mercoledì 21 settembre 2011

Carnage - La Recensione

"Bisogna saper controllare la propria emotività".
E’ pressappoco questa una delle battute dette da Jodie Foster durante i primissimi minuti iniziali di “Carnage”. Siamo ancora all’inizio dell’incontro tra i coniugi Longstreet e Cowan, pianificato per mettere fine al litigio scoppiato tra i loro figli, ma è già fin troppo chiaro che ci sarà da controllare moltissimo affinché il tutto possa finire davvero nel migliore dei modi. Le maschere iniziali indossate dai protagonisti anzichè facilitare una veloce riappacificazione iniziano presto a sgretolarsi, irritate da una semplicissima opinione piuttosto che dall'uso discordante di un verbo. Rapidamente crolla quel falso equilibrio, educato e pacifico, che ostentatamente cercava di rimanere appeso al sottile filo dei buoni propositi, lasciando il posto alla tanto cara emotività che, invece di restare contenuta e misurata, comincia a sprigionarsi progressivamente causando danni incessanti.

La perdita del controllo dona enorme fascino all'intera vicenda. Il nostro sguardo indiscreto si diverte moltissimo a veder cadere le solite convenzioni sociali a favore di uno spettacolo distruttivo e colmo di avvenimenti in continua evoluzione. Gli argomenti saltano di palo in frasca copiosi, senza mai preoccuparsi della mancata logicità che si lasciano dietro, dando anche vita alle più disparate e inaspettate alleanze (coniugali, sessuali, ecc). I matrimoni vacillano, le certezze saltano, i nervi crollano mentre chi sta "spiando" continua a godersi la scena sogghignando ma sempre con rigoroso silenzio e attenzione.

Che il nuovo film di Roman Polanski sia tratto da una pièce teatrale (“Il Dio della Carneficina” di Yasmina Reza) è palesemente intuibile anche da coloro meno esperti in materia. Girato prevalentemente in un unico ambiente (il salotto dei Longstreet) e concentrato tutto sulle (ottime) interpretazioni dei suoi quattro attori protagonisti, il regista polacco ci regala un gradevolissimo spaccato di vita e cinema misto a teatro che, complice anche la brevissima durata di ottanta minuti scarsi, si dimostra decisamente di ottimo livello.

L’amalgama formata da Kate Winslet, Christoph Waltz, John C. Reilly e Jodie Foster è ben affiatata, nonostante sia evidente che il livello recitativo sposti il suo ago della bilancia a favore della prima coppia. L'attore di "Inglorious Basterds" è probabilmente una delle migliori scoperte degli ultimi anni nonché, attualmente, uno dei migliori attori in circolazione mentre la Winslet ha dalla sua una capacità innata nell'interpretare ruoli di donne sofferenti alternando benissimo anche momenti di vera follia e rabbia. “Carnage” diventa così il classico film di attori, col positivo aggravante di possedere anche la regia esperta e capace di un veterano come Roman Polanski, ideale per riuscire a donare quel tocco in più ad un'opera già consolidata.

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sabato 17 settembre 2011

A Dangerous Method - La Recensone

L’ultima fatica di David Cronenberg appare decisamente come un oggetto assai singolare. Un’opera capace di andare a toccare per un momento vette altissime salvo poi cadere sorprendentemente su se stessa, scivolando all’interno di una trappola che appariva lontana anni luce. Tutta colpa di una scelta di difficile comprensione ma in grado di ridimensionare drasticamente le ambizioni dell’intero progetto.

Basandosi sull’opera teatrale di Christopher Hampton (sceneggiatore del film) ispirata a sua volta al libro di John KerrUn Metodo Molto Pericoloso”, il regista canadese decide di affrontare un tema tanto complesso, anche se non nuovo nella sua filmografia, come quello della psiche umana. Lo fa ripercorrendo il triangolo di rapporti tra lo psicoanalista Sigmund Freud (Viggo Mortensen), il suo collega più promettente, Carl Gustav Jung (Micheal Fassbender), e la disturbata paziente Sabina Spielrein (Keira Knightley).

Il principio è la sperimentazione della psicoanalisi, teoria studiata da Freud ma agli inizi del 1900 ancora sconosciuta e non sperimentata, fino a quando il suo discepolo migliore, il dottor Jung, non decide di volerla testare sull’isterica paziente Sabina Spielrein. La messa in pratica di Jung e le continue sedute con la sua paziente, ci trascinano attraverso un viaggio in cui dalla psicoanalisi si arriva fino alla scoperta degli impulsi umani più repressi, nella maggior parte dei casi, di natura sessuale. Inizia, allora, la disputa tra Jung e Freud ma soprattutto si apre a pieno la tematica del film che arriva a toccare il suo obiettivo principale e cioè sviscerare l’essere umano e i suoi maggiori istinti, sostando anche per il concetto di monogamia e poligamia.

Ma proprio in questo momento, quando il film segna il picco maggiore di interesse e bellezza, arriva l’incomprensibile decisione di spostare l’intera attenzione sulla complicata relazione extraconiugale appena scoppiata tra Jung e Sabina e sui consecutivi contrasti che questa porta tra lo stesso Jung e il collega Freud. E' l'inizio di un crollo disarmante, la storia frana in una trappola alla quale fino a quell’istante era stata completamente estranea e lo fa proprio quando la strada migliore da percorrere era stata trovata, aperta e spianata. L’esplorazione dell’essere umano e dei suoi istinti rimane quindi sospesa, proprio lì dove era stata sollevata, e sebbene in chiusura si cerchi di ripescarne le redini, resta impossibile eliminare gli enormi rimpianti di un'occasione letteralmente gettata al vento.

Supportato da ottime interpretazioni (ad eccezione di una Keira Knightley inizialmente un po’ fuori parte), “A Dangerous Method” appare come un opportunità per scoprire il David Cronenberg che non ti aspetti. Non più incisivo, spiazzante e dotato di raziocinio come tutti lo conosciamo, bensì inedito, capace di riuscire a perdersi facilmente anche in un bicchiere d’acqua. Ma nonostante tutti i difetti, nonostante questa volta la sua lucidità lo abbandoni e comprometta irrimediabilmente tutto il suo lavoro, è importante sottolineare come questo rimanga comunque un qualcosa da non dover assolutamente perdere, quantomeno perché sempre in grado di stimolare la mente e portare a ragionamenti prima ancora non contemplati. Questo è David Cronenberg e sempre lo sarà, nel bene come nel male.

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lunedì 12 settembre 2011

Contagion - La Recensione

Cosa accadrebbe se all’improvviso un virus letale ancora sconosciuto cominciasse a diffondersi a vista d'occhio in tutto il mondo provocando migliaia di vittime? Come reagirebbero gli esseri umani se la cura per poterlo contrastare non esistesse oppure tardasse ad arrivare?

Parte proprio da queste possibili eventualità, “Contagion”, l’ultimo lavoro del regista statunitense Steven Soderbergh. Nel suo vasto intreccio di personaggi, il regista di “Traffic” sceglie di analizzare la situazione dal punto di vista catastrofico, portando l’intero pianeta in stato di panico per esplorare la natura dell’essere umano quando questo si trova a perdere completamente il controllo. Il risultato si fa presto molto prevedibile scatenando una repentina reazione animale tra cittadini pronta a sfociare nel dramma più assoluto.

I focus dedicati ai protagonisti servono a vedere più da vicino altre dinamiche come ad esempio quelle di un padre che si vede in un colpo solo portar via sia moglie che figliastra e rimanere col peso di riuscire a proteggere a tutti i costi la sua ormai unica figlia. La gestione della situazione da parte degli addetti ai lavori si fa sempre più complicata e se Laurence Fishburne inizialmente “gioca sporco”, cercando di utilizzare le informazioni strettamente riservate per mettere in salvo la sua famiglia, il giornalista free lance Jude Law trova nel panico una potentissima fonte di guadagno, arricchendosi enormemente e diventando addirittura un profeta per la gente.

Ma Soderbergh sembra essere molto più interessato alla forma e lo dimostra moltissimo l’aspetto estetico della pellicola al quale molto spesso viene donato un colore giallastro, quasi seppia, proprio per cercare di rimarcare uno stato di epidemia. Una epidemia oramai non più legata solo all’espandersi del virus ma soprattutto alla società in cerca di sopravvivenza, ammalata grave e priva di etica. A cooperare tutto ciò, anche l'azzeccatissima scelta delle musiche, probabilmente l’elemento migliore del film, in grado di stimolare nel pubblico la giusta dose di suspance e tensione. Stà di fatto però che a risentirne moltissimo è invece il contenuto. La decisione di esporre i fatti con occhio distaccato, quasi documentristico anziché partecipe, porta “Contagion” a rimanere sempre abbastanza freddo e a non uscire mai dallo schermo. Questa lontananza dal nucleo centrale dei protagonisti incide fortemente sull’empatia del pubblico arrivando a penalizzare anche il film nelle battute finali, quando sembra iniziare ad avere un po’ il fiato corto.

Supportato da un cast di stelle a dir poco invidiabile -avere Matt Damon, Marion Cotillard, Laurence Fishburne, Gwyneth Paltrow, Kate Winslet e Jude Law in un colpo solo è a dir poco pazzesco- “Contagion” non riesce a rendere come dovrebbe. Il suo essere poco coinvolgente, appesantisce sempre di più la pellicola arrivando a portarla infine a una chiusura più richiesta che necessaria. Una caratteristica già riscontrata nella cinematografia del suo regista, il quale spesso ha dimostrato di non saper arrivare al pubblico molto facilmente. Vedremo se la scelta di abbandonare il mestiere della regia per quello della pittura (sembrerebbe essere stata smentita a Venezia) riesca a portarlo verso traguardi più alti.

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domenica 11 settembre 2011

Super 8 - La Recensione

Iniziamo. “Super 8” è a tutti gli effetti un film di J.J. Abrams. Un piccolo particolare da (ri)mettere subito in chiaro, soprattutto dopo che le numerose e insistenti voci che hanno accompagnato l’uscita della pellicola inneggiavano insistentemente al nome di Steven Spielberg, qui solamente in veste di produttore.

Il creatore di “Lost” sta continuando a portare avanti la sua chiarissima idea di cinema, concentrata principalmente sulla fantascienza connessa indivisibilmente al genere action. Questa volta lo fa omaggiando un cinema ormai fuori moda ma forse non del tutto dimenticato.

Super 8”, allora, parte immediatamente ricalcando come da copione, le atmosfere retrò di titoli come "Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo" e "E.T." salvo poi andarsi a rintracciare nel cinema del suo stesso autore, partendo da “Cloverfield”, di cui Abrams era solamente il produttore, e passando anche molto velocemente per “Star Trek” e “Mission Impossible III”, senza mai perdere di vista il serial televisivo “Lost”. E' solamente più avanti però, che ci si rende conto che in realtà un concreto pezzo di cinema Spielberghiano al suo interno c’è eccome, si tratta del più recente però, quello che è stato riproposto al cinema giusto qualche anno fa con “La Guerra dei Mondi”.

Abrams ritorna alle atmosfere vintage del cinema anni settanta/ottanta con una storia che vede protagonisti dei giovani ragazzini più o meno tredicenni (e molto, molto svegli). Il fine è quello di raccontare il passaggio all’età adolescenziale di quei ragazzini, il mezzo è il contesto fantascientifico che vede un alieno sfuggire alle grinfie degli essere umani e poi vendicarsi su di essi per averlo imprigionato e sottoposto a esperimenti per lungo tempo. Nel mezzo un conflitto alla “Romeo & Giulietta”, un amore impossibile tra il protagonista Joe e la fragilissima Alice, interpretata da una sempre più promettente e bravissima Elle Fanning (sorella di Dakota). Le inclinazioni catastrofiche che andranno a susseguirsi si mostreranno utili a ricucire sia i difficili rapporti tra genitori e figli sia quelli tra famiglie e dimostreranno inoltre, a chi aveva perso le speranze, che la terra è un pianeta che può ancora sopravvivere, dipende solo dagli esseri umani che lo abitano. Una morale per niente originale e già vista in quasi tutti i film catastrofici che si rispettino ma all'interno di un'opera del genere è più che altro la ciliegina sulla torta necessaria a chiudere un conflitto che aveva dato i frutti richiesti.
 
Una splendida esperienza cinematografica prodotta da due geni della fantascienza, uno spettacolo capace di riportare lo spettatore in un passato dove le atmosfere ormai superate sanno essere facilmente rievocate anche attraverso la semplice visione di una pellicola Super 8. In fondo ci vuole solo un piccolo pretesto per abbandonare la solita realtà e lasciarsi teletrasportare all'interno di un universo fatto di sogni, amori e fantasie e in questo, Abrams e Spielberg, hanno il dono di essere dei fuoriclasse provvisti di immaginazione unica. Lo spettatore con loro viene viziato e coccolato a volontà, non potendo far altro che reagire con quel piccolo velo di malinconia in volto, alla notizia che lo spettacolo è appena terminato. Ma queste sono le regole del gioco, sono quelle che faranno del sodalizio tra J.J. Abrams e Steven Spielberg un rapporto duraturo perché visti i risultati non potrebbe esserci notizia migliore per noi cinefili appassionati. E chissà che magari un giorno questa collaborazione non possa trasformarsi addirittura in un clamoroso passaggio di consegna.

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