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sabato 19 maggio 2018

Dogman - La Recensione

5/19/2018 By Giordano Caputo , , No comments

Dogman Garrone
Ti aspetti il sangue (tanto), la tortura, l’orrore. Ti aspetti “Hostel”.
Ti aspetti che il fatto di cronaca legato al Canaro della Magliana, da cui “Dogman” prende liberamente spunto, venga raccontato nella forma massima dell’exploitation, dello splatter: cosa normale e lecita, per carità, ma solo se non si conosce a dovere un regista come Matteo Garrone.

Perché quel film - quello capace di assecondare la ricostruzione di eventi a tutt’oggi oppugnabili, appoggiando il suo intero valore su di essi e sfamando, in questo modo, l’immaginazione di quei spettatori convinti che non possa esserci via alternativa - avrebbe potuto farlo chiunque, bastava seguire i puntini e tracciare le linee. Ecco perché la vera difficoltà - quella che a lungo aveva tenuto a freno Garrone da questa storia - stava proprio nel riuscire a trovare un altro punto di vista, una nuova prospettiva, una chiave di lettura originale. Quella che “Dogman” e il suo regista (e sceneggiatore con Ugo Chiti e Massimo Gaudioso) intercettano andando proprio a lavorare in sottrazione, togliendo – appunto – dalla vicenda di cui si fanno narratori tutto quello spaccato legato alla violenza estrema e al mostro, per edificare nel vuoto ricavato la semplice profondità di un uomo assai sensibile, fondamentalmente buono, ma appartenente a un mondo, forse, troppo brutto, sporco e cattivo per non consumarlo piano piano, fino all'osso. Il Marcello che possiede un negozio di toelettatura per cani nella periferia di Roma, del resto, è un personaggio a parte, rispetto al Pietro De Negri descritto dai giornali; lo guardi e capisci immediatamente che non farebbe male neppure a una mosca, lo percepisci dal bene immenso per sua figlia e per come addomestica - nella scena di apertura - l’aggressività di un cane intento a mostrargli ripetutamente i canini, mentre lui è lì a cercare gentilmente di dargli una lavata (e asciugata). Si, è vero, ha un po’ di cocaina nascosta tra i cassetti del negozio, ma la sensazione è che, più che ad uso personale, questa serva maggiormente a legare con Simone: la peste della zona - e alter ego di Giancarlo Ricci - che non fa altro che cacciarsi nei guai e provocare caos nei dintorni, ma ai suoi occhi - probabilmente - anche uomo-animale che un po' caratterialmente invidia e un po' lo attrae.

Dogman FilmMesse queste basi, allora, "Dogman" non può che cambiare pelle, non può che diventare, per Garrone, ciò che non era stato, per esempio, "Il Racconto Dei Racconti": perlomeno sotto l'aspetto di un rapporto simbiotico e di una padronanza che, in quel caso, era venuta a mancare. Con l’ambientazione della periferia - che dovrebbe essere Roma, ma che in realtà è Castel Volturno - , infatti, qui, si ritorna dritti dritti agli antipodi, a riassaporare le atmosfere de “L’Imbalsamatore”, quelle tetre, ambigue e insidiose di un territorio sempre in bilico tra pericolo e falsa serenità; un territorio popolato da facce sgraziate in grado di mettere soggezione, che non si fanno problemi, magari, a parlare durante un pranzo di come sarebbe più idoneo muoversi per commettere un omicidio utile alla comunità. Quella comunità nella quale il Marcello protagonista - interpretato meravigliosamente da Marcello Fonte - risulta perfettamente integrato e accettato, ma che non lo appaga e non lo stimola - per certi versi - allo stesso modo di quel lato oscuro che, a un certo punto, il suo subconscio gli consiglia di salvaguardare e preferire, dannandolo in eterno.

Una discesa oltre gli inferi essenziale quanto complessa, quindi; la difficoltà di ognuno di noi a respingere quel male che però segretamente anche sogniamo.
Parla di questo "Dogman", o se non ne parla in maniera esplicita riesce ugualmente a farlo emergere risvegliando le debolezze e le contraddizioni sopite di tutti noi spettatori. Merito (e colpa) di un regista che da il meglio di sé quando è chiamato a scavare, a cercare nei meandri dell'animo umano quel torbido, spesso celato sotto la tenera purezza della superficie, che, per convenienza, in molti, fanno finta di non vedere.

Trailer:

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