La Ragazza Di Stillwater - La Recensione

La Ragazza Di Stillwater Poster
Il Bill Baker di Matt Damon è un ex-operaio petrolifero che ora ha smesso di fare buchi per terra e ha cominciato a occuparsi di (ri)costruzioni. È un americano di periferia – dell’Oklahoma – che non ha alcun problema a riconoscere i suoi limiti, a stare al suo posto, specie a seguito dell’arresto (piccolo) messo alle spalle e dopo il quale sta cercando di rimettersi in carreggiata (di ricostruirsi, insomma). Di macerie da spostare, infatti, ne ha, eccome: su tutte il macigno di una figlia condannata a nove anni di prigione – di cui cinque già scontati – per aver accoltellato la sua co-inquilina universitaria, nonché amante, a Marsiglia: un caso chiuso che però potrebbe riaprirsi a causa dell’arrivo di una nuova pista.

A sei anni da “Il Caso Spotlight” – e con la parentesi streaming di “Timmy Frana: Il Detective Che Risolve Ogni Grana”: che, guarda un po’, viaggia più leggero, ma sulla medesima onda – Tom McCarthy continua ad occuparsi di indagini tortuose, impervie, questa volta portate avanti non da giornalisti d’inchiesta professionisti, ma da un padre ferito (quasi distrutto) deciso a seguire fino in fondo una voce di corridoio che – se confermata – potrebbe immediatamente scagionare la propria figlia, attestandone l’innocenza. Una missione che si ritrova a dover compiere da solo e con scarse risorse, rese ancor più striminzite da una lingua che non parla, una terra che non conosce e – cosa più importante – una cultura distante anni luce da quella americana/repubblicana/trumpiana che lo contraddistingue (ma non per colpa sua). Un dettaglio impercettibile, ma che fa (e che farà) tutta la differenza del mondo all’interno di un thriller, per lo più ordinario, che assume spessore – e parecchio – non appena inizia a scavare e a mettere in risalto l’umanità e le fragilità dei suoi personaggi: che posti davanti a incastri perfetti e (teoricamente) salvifici, devono comunque vedersela coi loro istinti, con la loro indole autodistruttiva, famosissima per incasinare le situazioni.

Stillwater McCarthy
Life is brutal, dice a un certo punto la Allison di Abigail Breslin a suo padre.
E la brutalità a cui si riferisce, probabilmente, risiede nella maniera che a volte la vita ha di beffarti, di prenderti in giro e quindi stenderti. Una serie di (sfortunati) eventi, uno dietro l’altro, che magari vengono scatenati da noi; da una nostra mossa azzardata o imprecisa, sulla quale all’improvviso perdiamo il controllo e le attenzioni, riscoprendoci vittime a giochi fatti. E la potenza, la forza de “La Ragazza Di Stillwater” sta esattamente in questo suo tendere costantemente all’implosione, nello stendere quel velo di malinconia trasversale, capace di non rassicurare neppure quando le cose sembrano andare per il meglio: come se le storie delle vite che racconta siano ormai intaccate da una sorta di lato oscuro destinato a tornare e aggredire.
E McCarthy è bravissimo a trovare la giusta distanza; ad accompagnare il tutto aggrappandosi nuovamente a quello stile di cinema americano classico, disinteressato ai virtuosismi, perché concentrato a mantenere stabili asciuttezza e intensità.

Così facendo, allora, diventa impossibile non empatizzare e non comprendere cosa si nasconda dietro alle ultime parole pronunciate da Matt Damon alla figlia, nella scena conclusiva. Quando le confessa, impassibile, di vedere un mondo totalmente diverso da quello che ricordava. E il mondo a cui si riferisce è un mondo che va oltre il bianco e il nero, perciò più complesso, più duro e figlio di altri occhi e tanti rimpianti. Da accettare e basta, insomma, visto che come diceva qualcuno: life is brutal.

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